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L’onda lunga del movimento che non vuole la globalizzazione – La Stampa

lastampa.it/ – L’onda lunga del movimento che non vuole la globalizzazione. Dopo Corbyn in Gran Bretagna e Podemos in Spagna anche la Francia scommette sul paladino del reddito di cittadinanza

cesare martinetti

Benoit Hamon stravince le primarie socialiste francesi, la sconfitta di Manuel Valls sancisce la fine definitiva dell’hollandismo, che non è solo il tramonto politico di un uomo come François Hollande che si è smarrito nel tatticismo, nell’ambiguità e nell’inadeguatezza al ruolo di monarca repubblicano che la Francia si attende dal suo presidente.

 È la sconfitta di una sinistra europeista e globalista. Hamon porta il Ps che fu di Mitterrand ad allinearsi con quella «rivolta del cuore» che in Europa si è diversamente espressa. Con Jeremy Corbyn segretario del Labour che rinnega Blair in Inghilterra, Alexis Tsipras e Syriza in Grecia, in Portogallo con Antonio Costa socialista premier in un governo di sinistra unita secondo una formula ovunque dispersa.

E infine anche con Pablo Iglesias capo di Podemos il movimento nato dagli Indignados della Puerta del Sol di Madrid. Cosa unisce queste sinistre con origini e traiettorie differenti? Innanzitutto la parola d’ordine dell’anti-austerità.

E quindi del rifiuto dell’impostazioni di fondo delle politiche economiche europee (non dell’Europa) dopo la crisi del 2008. La proposta slogan di Hamon è stata il «revenu universel», quella che noi chiamiamo reddito di cittadinanza ed è la risposta a disoccupazione e precarietà, soprattutto tra i giovani. In Italia è la proposta faro del Movimento 5 Stelle, il partito che condivide in alcuni punti questi programmi.

Il vecchio partito socialista francese si trova così scisso in due partiti alternativi, mai scontro di linee e di uomini è stato tanto radicale. Ci vorranno anni per rifondarlo e perché con esso la sinistra ritrovi una sua bandiera. I sondaggi per le presidenziali danno i socialisti nettamente in svantaggio rispetto ai due candidati maggiori, Marine Le Pen e François Fillon. Al momento sembra impossibile che Hamon possa arrivare al ballottaggio del 7 maggio, anche se la situazione è talmente mobile che nulla si può escludere. Fillon, eletto candidato della destra repubblicana nelle primarie di dicembre e che sembrava già sulla soglia dell’Eliseo è ora alle prese con lo scandalo rivelato dal Canard Enchainé della moglie assunta come assistente parlamentare e remunerata come tale pur non avendolo mai fatto.

Mentre i socialisti si dividevano nel ballottaggio delle primarie, ieri, Fillon ha tenuto il suo meeting di lancio della campagna elettorale a Le Bourget denunciando un complotto. Nessun passo indietro dunque e si vedrà dove arriveranno quelle che De Gaulle chiamava «bulles puantes» (bolle puzzolenti) e che visibilmente sono state sganciate dall’interno del partito dei «républicains», dove le divisioni non sono state meno crude che tra i socialisti, specie con l’esclusione di Nicolas Sarkozy.

Per Manuel Valls una sconfitta così netta ha il sapore di uno smacco cocente, come per Matteo Renzi di cui si è sempre dichiarato alleato e ammiratore. Hollande l’aveva nominato ministro dell’Interno nel suo primo governo, nel 2012, e due anni dopo primo ministro per marcare una svolta più forte verso una linea socialdemocratica e di alleanza sociale con sindacati e imprenditori, quel patto per il lavoro che non ha dato i risultati sperati, specie sull’occupazione. Valls era allora il socialista più popolare di Francia, mentre la curva di gradimento di Hollande aveva già imboccato quella traiettoria discendente che l’avrebbe eletto a presidente meno amato.

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La vera rottura con l’elettorato di sinistra e buona parte del Ps (come dimostra in modo inequivocabile il voto di ieri) è stata sulla legge di riforma del lavoro che ha cambiato le regole dei negoziati, delegando alle trattative aziendali buona parte dei contratti. È stata vissuta come una perdita di diritti per i lavoratori, ne è nato un vasto movimento sociale cresciuto intorno a place de la République di Parigi chiamato «nuit debout», la notte in piedi, divenuta il punto di ritrovo e di riferimento della capitale dopo gli attentati islamisti di Charlie e del Bataclan. Anche intorno a questo movimento sono nate e cresciute le candidature alle primarie socialiste, in particolare quella di Benoit Hamon che pur faceva parte del primo governo della presidenza Hollande, ma dal quale venne escluso con la svolta «a destra» della nomina di Valls.

Che può succedere ora? Dopo un confronto così radicale è ben difficile che l’elettorato di Valls si riversi su Hamon, è ben possibile invece che ne guadagni Emmanuel Macron, la vera sorpresa di questa campagna. Ha meno di quarant’anni, è candidato indipendente del movimento «En marche!» (in marcia), è stato anche lui ministro – all’Economia – con Valls, ha una linea europeista, liberale e socialdemocratica, antipopulista eppure popolare quella che la Francia non ha mai avuto e che in definitiva rappresenta la vera alternativa a Marine Le Pen.

Sorgente: L’onda lunga del movimento che non vuole la globalizzazione – La Stampa

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