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Le rivelazioni di un pentito – Cocaina, «ecco perché i clan hanno scelto il porto di Genova» | Liguria | Genova | Il Secolo XIX

ilsecoloxix.it – Cocaina, «ecco perché i clan hanno scelto il porto di Genova» – Marco Grasso
Matteo Indice

Genova – Adesso a metterlo nero su bianco è un pentito, un uomo che ha molte cose da raccontare sull’evoluzione delle rotte con cui la ’ndrangheta gestisce il narcotraffico dal Sudamerica: «Per fare arrivare i container a un certo punto è stata scelta Genova, perché a Gioia Tauro i controlli erano spaventosi e si perdeva troppo.

Per questo l’import della droga è stato spostato in Liguria. I nostri vertici volevano giocare sul sicuro».

Pietro Mesiani Mazzacuva, avvocato, è cognato del boss Domenico Molè. Era uno di famiglia per i potentissimi clan della piana di Gioia Tauro, un classico esempio di colletto bianco delle cosche, per conto delle quali si era intestato due cliniche private.

Decide di collaborare con la giustizia dopo l’inizio di una sanguinosa faida, i cui effetti arrivano a lambire anche la Liguria e che vede perdente, al momento, proprio la sua fazione.

È lui a ricostruire un passaggio storico fondamentale del crimine organizzato, avvenuto a suo dire negli ultimi cinque anni: lo spostamento del baricentro del grande smercio di droga nel porto di Genova, l’infiltrazione tra le banchine e il reclutamento di portuali infedeli. «La droga veniva prelevata all’interno dell’area portuale – dice – e a Genova i Molè stavano facendo una ditta».

Colpo alla ’ndrangheta Spa
Il verbale è contenuto nell’ultima grande inchiesta coordinata dal procuratore capo di Reggio Calabria Federico Cafiero de Raho e condotta dai carabinieri del Ros, guidati dal generale Giuseppe Governale.

Tre giorni fa l’operazione “Provvidenza” – 33 arresti e 40 milioni di euro di beni sequestrati – ha smantellato la cosca Piromalli e svelato il salto di qualità dell’organizzazione, che tra Milano e gli Stati Uniti aveva interessi milionari, dall’industria dell’ortofrutta all’alta moda.

E, grazie a una joint-venture con la famiglia Gambino di New York, i clan esportavano negli Usa pure olio di sansa spacciato come pregiatissimo extra-vergine d’oliva. Una multinazionale che riciclava i capitali sporchi del narcotraffico e che, negli ultimi anni, aveva trasformato Genova in un’importante snodo della geopolitica mafiosa.

Il recente blitz conferma quanto già intuito dall’Antimafia genovese, che negli ultimi due anni ha intercettato – con tre diverse indagini condotte dai pm Federico Manotti e Alberto Lari – un fenomeno nuovo: il reclutamento di camalli o altri lavoratori del porto da parte di boss calabresi, legati ai clan Bellocco di Rosarno, Alvaro di Sinopoli e appunto Molè di Gioia Tauro.

A Genova viene importato il modello già collaudato nello scalo calabrese, dove agiscono piccole squadre di portuali corrotti ed emissari dei boss: «Aprono i cardini dei container, smontano le porte completamente con un macchinario, non hanno nemmeno bisogno di rompere i sigilli – racconta Mesiani Mazzacuva – Tutto avviene fra i moli.

Quando sanno che arriva un carico si fanno mettere di turno e lo aprono loro. Poi lo mettono (il carico, ndr) nei sacconi e lo cacciano fuori dalle recinzioni. O eludono i controlli in altro modo».

«Rubata droga sequestrata»
Un primo filone d’indagine sui traffici all’ombra della Lanterna aveva permesso alla Dda di Genova di sequestrare oltre 600 chili di cocaina purissima.

E adesso a dare un’idea dei ricarichi vertiginosi della ’ndrangheta è ancora Mesiani Mazzacuva, che descrive l’emergente gruppo guidato dai fratelli Brandimarte (condannati recentemente a vent’anni di carcere) come garante d’un “patto” tra tutte le famiglie: «In cambio del venti per cento rifornivano tutti, avevano un canale privilegiato che consentiva di portare in Italia la cocaina a cinquemila euro al chilo.

Nella peggiore delle ipotesi l’avrebbero rivenduta a 25-30. Ma se uno non ha fretta, guadagna molto di più».

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Tra le rivelazioni del pentito spunta pure un giallo: «Un carico che era stato scoperto e sequestrato, era stato preso alla Finanza. Dopo il sequestro gli è sparito sotto al naso, non so dire se perché sono stati furbi loro (i clan, ndr) o se avevano qualcuno all’interno».

Quel che è certo è che le spedizioni intercettate a Genova non erano casi estemporanee, ma un progetto complessivo e strutturato, che includeva l’allestimento di un’azienda di spedizioni ad hoc: «Volevano un’impresa per far arrivare i container a Genova, così non avrebbero più avuto capitali da rischiare come accadeva in Calabria».

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Sorgente: Le rivelazioni di un pentito – Cocaina, «ecco perché i clan hanno scelto il porto di Genova» | Liguria | Genova | Il Secolo XIX

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