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La sentenza della Corte, Gentiloni e i criteri di Mattarella – di Eugenio Scalfari – Repubblica.it

repubblica.it – La sentenza della Corte, Gentiloni e i criteri di Mattarella – di EUGENIO SCALFARI – editoriale

LA sentenza della Corte costituzionale ha suscitato una notevole sorpresa. È rimasto un punto soprattutto: è vietato che si facciano coalizioni tra diverse liste. Si potranno certamente fare dopo il voto ma prima no. Francamente non so se la Corte abbia rispettato il suo ruolo o sia andata oltre.

Ai tempi di De Gasperi le coalizioni erano costituzionalmente praticate ed anzi erano rappresentative della vera democrazia: l’elettorato sapeva prima del voto quale fosse l’orientamento della coalizione. Anche a quei tempi e cioè nei primi anni Cinquanta, le alleanze tra partiti erano liberamente stipulate.

Nel 1953 De Gasperi realizzò una coalizione che, oltre alla Dc comprendeva anche i cosiddetti partiti minori, partiti laici dai liberali ai socialdemocratici ai repubblicani. Dai sondaggi la Dc avrebbe annoverato circa il 40 per cento, i minori erano stimati al 10 per cento complessivamente.

Se l’insieme della coalizione avesse ottenuto il 50 per cento più un voto avrebbe incassato un premio del 65 per cento per assicurare la governabilità. Se avesse avuto soltanto il 49,99 il premio non sarebbe stato concesso. Questo era il meccanismo elettorale.

Naturalmente le alleanze tra partiti o movimenti potevano avvenire una sola volta ma con una doppia funzione: la vittoria oltre il 50 assicurava il premio di governabilità, la vittoria sotto il 50 attribuiva i seggi secondo le reali forze ottenute dagli elettori.

Il vantaggio era soprattutto per fare chiarezza nel corpo elettorale. Il voto effettivo dette all’intera coalizione oltre il 49 per cento, di cui il 40 ai Dc e il resto ripartito tra i laici.

Ma nonostante questo parziale insuccesso, il successo di fatto ci fu perché con il 49 per cento complessivo la coalizione tenne banco fino al 1962 poiché le altre forze erano molto diverse tra loro e non alleate: da un lato c’era la sinistra riformista e socialista che aveva rotto il patto d’unità d’azione con il Pci (il quale ovviamente aveva votato contro la Dc); a destra c’era invece l’onorevole Covelli che capitanava conservatori e monarchici.

L’obiettiva coincidenza tra il voto contrario dell’estrema destra e quello altrettanto contrario tra le varie forme di sinistra sconfisse la coalizione guidata dalla Democrazia cristiana ma non riuscì ad impedirle di governare insieme ai suoi alleati fino al 1962 quando l’onorevole Fanfani presiedette un governo che fu il primo del centrosinistra: il Partito socialista appoggiava il governo ma non ne faceva parte.

Le convergenze parallele durarono poco più di un anno, poi cedettero il posto ad un nuovo governo formato da Aldo Moro e dai socialisti del quale Pietro Nenni fu vicepresidente, Emilio Colombo ministro del Tesoro, Antonio Giolitti del Bilancio.

Per bilanciare questo ingresso Moro aveva a suo tempo favorito la nomina di Antonio Segni alla presidenza della Repubblica dove durò non molto poiché un suo malore non gli consentì di proseguire ed a lui subentrò il socialdemocratico Giuseppe Saragat.

Nel decennio precedente il governo presieduto da De Gasperi aveva governato con la proporzionale dominata dalla Dc.

Il modello proporzionale caratterizzò dunque tutta la Prima Repubblica senza premi di sorta ma semplicemente per il fatto che i comunisti erano nel ghetto politico del loro accordo con Mosca e il resto dell’opposizione era frammentata fra piccole formazioni di estrema destra.

La Dc guidò dal ’48 in poi con diverse alleanze: prima i minori laici, poi i socialisti del Psi, infine perfino con il Pci di Enrico Berlinguer il quale non entrò nel governo ma lo appoggiò soprattutto quando le Brigate rosse cominciarono il loro percorso e continuò anche dopo il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, e si estinse poco dopo.
***
La sentenza della Corte costituzionale ha cancellato il ballottaggio ma questa è in realtà la sola anche se molto importante decisione.

Ci sono alcune forze politiche che vogliono votare immediatamente. Sono soprattutto i grillini che non amano esser chiamati così per non sembrare un partito succube di un personaggio il quale tuttavia, insieme al Casaleggio jr, è il proprietario del partito.

Dico proprietario in senso tecnico e come tale riconosciuto dal suo stato maggiore che del resto si compone di pochi, anzi pochissimi, dirigenti, quattro o cinque che conoscono benissimo la realtà e ci si adattano.

Vanno a caccia di voti e quindi di potere, sia pure subordinati alla coppia proprietaria. Di qui alcune diffidenze ed anche alcuni successi che recentemente sono avvenuti a Torino e a Roma.

I grillini o cinquestellati che dir si voglia vogliono elezioni immediate. Non importa con quale legge elettorale e non importa se, dopo la sentenza della Corte, essa sia in armonia o meno con il Senato.

L’esistenza dei cinquestellati configura un sistema tripolare dove è il terzo che detta la legge a meno che il primo non abbia raggiunto il 40 per cento con relativo premio lasciato in piedi dalla sentenza della Corte.

La stessa situazione è condivisa dalla Lega di Salvini la quale è antieuropea, antiimmigrati e dominante nei Comuni di gran parte dell’Italia settentrionale e governa due Regioni tra le più importanti del Paese: Lombardia e Veneto.

Un’alleanza eventuale e naturalmente post-elettorale tra Salvini e Meloni con i cinquestellati è molto probabile ma neanche quella raggiungerebbe la maggioranza assoluta qualora si andasse immediatamente al voto.

Quanto a Renzi e al suo partito la situazione è alquanto più complessa. Renzi vorrebbe votare a giugno o al più tardi ad ottobre e naturalmente auspica di farlo con il pieno accordo di Gentiloni.

Al momento del voto il premier dovrebbe dare spontaneamente le dimissioni e tornare al servizio del suo partito e quindi di Renzi che potrebbe compensarlo in modo adeguato probabilmente affidandogli una carica importante in Europa o nel partito stesso in nome e con l’appoggio del quale ha governato.

Che tutto ciò accada è possibile ma non sicurissimo. Gentiloni sta esercitando il suo ruolo in modo molto scrupoloso. Va dovunque, nei paesi colpiti e devastati dal terremoto e dalle valanghe, in Europa dalle autorità che la guidano con la Commissione di Bruxelles, si incontra con il premier greco, con quello spagnolo, con quello francese.

In questi giorni ha visto a lungo Merkel e si trovano assai d’accordo. Più volte lo stesso Gentiloni ha detto che lui sta pensando alle cose da fare e lascia agli altri le manovre e le strategie che le ispirano.

Lui non pensa alle strategie ma fa il presidente del Consiglio e naturalmente adotta le direttive del presidente della Repubblica il quale, pur limitandosi alle prerogative che la sua carica gli riconosce, ha di mira la fine della legislatura nel 2018, essendo pienamente consapevole che elezioni fatte prima lascerebbero il Paese in uno stato di molto discutibile governabilità.

Che gli piaccia o no, Gentiloni sta in qualche modo adottando i criteri di Sergio Mattarella. Non è ancora chiaro se se ne andrà quando Renzi glielo chiederà, è probabile ma incerto; molti sostengono che l’incertezza è assoluta. Si vedrà entro le prossime settimane.

A parte la riforma elettorale esistono molte altre questioni politiche, economiche, sociali, sindacali. Esiste il tema dei terremotati. Esistono poi questioni fiscali di non lieve entità per quanto riguarda la crescita del debito e dello spread.

Esiste anche un recente intervento di papa Francesco sul tema della unità cristiana e del Dio unico che dovrebbe affratellare la Chiesa cattolica con i cristiani non cattolici cercandone l’unità e l’affratellamento con ebrei e musulmani nel nome del Dio unico.

Mi permetto di fare un’aggiunta personale che citai in un mio libro una decina di anni fa e che è sempre più attuale.

Si narrava, anzi lo narra lui stesso, che Denis Diderot il pomeriggio verso le cinque andava a sedersi su una panchina nei giardini del Palace Royal e pensava alle cento cose che gli venivano in mente. I pensieri si alternavano l’uno all’altro e lui non riusciva a capirne il perché.

Nel frattempo vedeva in fondo ai cancelli d’ingresso nel giardino molte ragazze di vita (così si diceva allora) che agganciavano i clienti casuali e stavano con loro per una mezz’ora, poi tornavano e ne agganciavano altri e questo spettacolo durava più o meno tutto il pomeriggio.

Diderot guardava questo traffico e raccontandolo agli amici collaboratori con l’Encyclopédie disse con aria al tempo stesso ironica e sconsolata: « Mes pensées sont mes putains ». Capita anche a me di avere pensieri che vanno e vengono come le puttane ed anche a me capita d’essere allegro o sconsolato.

Anzi di spirito malinconico. Mi vengono in mente le canzoni del Cavalcanti alla sua bella e le Lezioni americane del carissimo Italo Calvino. E La casa dei doganieri di Eugenio Montale ed infine l’Alcyone di Gabriele D’Annunzio. Malinconico, ma in buona compagnia.

Ora, tornando all’attualità, dirò soltanto quel che penso delle future elezioni e di ciò che ruota intorno a questo tema.

Grillo vuole subito le elezioni e Matteo Salvini ( con la Meloni) altrettanto. E la legge elettorale? Per Grillo l’obiettivo sono elezioni immediate. E va bene anche la legge prodotta dalla Consulta.

Il Senato ha un suo assetto in piena disarmonia con la Camera dei deputati? E chissenefrega. Grillo e la Lega se ne infischiano.

Semmai si alleeranno dopo affinché rimanga un sistema triplice che favorisce chi è l’ultimo arrivato che poi può diventare il primo. Nel tripolare è il terzo che ha sempre la meglio. Torino insegna. Grillo poi è un caso eccezionale, in parte analogo a quello di Donald Trump.

Sono non solo i capipopolo ma (nel caso di Trump) anche i capi del governo, all’interno del quale fanno quel che vogliono.

Capipopolo e capi di governo. Possono cambiare la politica del governo purché restino capipopolo. Questo è il punto. Ma a Grillo non serve neppure questo, perché lui è pure sì capopolo, ma soprattutto è proprietario del movimento. È lui che decide come si è visto in Europa con Farage.

Non si era mai visto un caso simile né in Italia né nel mondo occidentale.

Esiste nell’Africa centrale, in tutta la fascia che va dall’Atlantico all’oceano Indiano. Lì il potere è in mano ai capitribù che comandano, fanno soldi e ammazzano gli oppositori. Il caso di Grillo per fortuna non è affatto sanguinario anzi è gentile, gli altri dirigenti sono pochi e sono lieti di partecipare al potere.

Draghi è stato insignito del premo Cavour. Il discorso del presidente della Bce è diventato estremamente importante perché non parlava come presidente della Bce ma come italiano e cavouriano. Quindi liberale in patria.

Draghi ha messo l’accento sulla produttività e in piccola parte la si deve anche ai lavoratori dipendenti ma soprattutto agli imprenditori i quali debbono aggiornare i metodi di produzione sia tecnicamente e sia come politica economica, bancaria, sociale.

Debbono offrire nuovi prodotti o migliorare profondamente quelli già esistenti e debbono soprattutto puntare sulla maggiore domanda dei consumatori e sulla migliore offerta degli imprenditori con particolare attenzione alle diseguaglianze che dominano in tutto l’Occidente ma in particolare nel nostro Paese.

In passato, personalmente, ho anch’io affrontato questo problema raccomandando un forte taglio del cuneo fiscale, di almeno il 25 per cento ma anche più basso intorno al 15 con l’impegno del governo di applicarne un ulteriore aumento anno per anno.

Draghi non ha usato la parola cuneo fiscale ma qualche cosa di simile, soprattutto con la sua insistenza sulla lotta contro le diseguaglianze e contro il lavoro nero.

Per quanto riguarda l’Europa ricordiamo che Draghi ha sempre voluto un ministro del Tesoro unico e raccomanda ora all’Italia una presenza europea sulla disciplina delle quote di immigrazione.

Che sia soprattutto attuata congiuntamente da Italia, Grecia, Spagna, Francia e Germania. In particolare la Germania la quale, qualora Merkel riuscisse a vincere le elezioni, dovrebbe farsi carico di un’Europa che punti finalmente e veramente su una federazione.

Draghi ovvviamente non è stato così esplicito ma il succo del suo discorso è quello poiché anche lui ha sempre puntato su un continente sovrano, indispensabile in una società globale.

Vengo ora a papa Francesco che ha parlato lungamente di San Paolo e della seconda Lettera ai Corinzi. Citando le seguenti frasi scritte in quella lettera: “L’amore di Cristo ci spinge verso la riconciliazione. Non si tratta del nostro amore per Cristo ma dell’amore che Cristo ha per noi.

La parola di Dio ci incoraggia a trarre forza dalla memoria, a ricordare il bene ricevuto dal Signore; ma ci chiede ancora di lasciarci alle spalle il passato per seguire Gesù nell’oggi e vivere una vita nuova in lui”. San Paolo sottolinea in quella lettera che i cristiani non debbono mai basarsi sulle mode del momento ma cercare la via pensando sempre alla riconciliazione di tutte le religioni a cominciare da quelle cristiane ma anche a quella ebraica e a quella musulmana.

Integrazione e mai divisione: questo è quanto Francesco esorta, e in tutti i modi pratica nella sua vita.

Sorgente: La sentenza della Corte, Gentiloni e i criteri di Mattarella – Repubblica.it

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