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La morte di Luciano Re Cecconi – Il Post

Il centrocampista della Lazio fu ucciso da un colpo di pistola in una gioielleria di Roma 40 anni fa, e ancora oggi non si sa bene perché

Il campionato di calcio italiano del 1976 iniziò il 3 ottobre: una domenica in cui – come si usava all’epoca – vennero disputate tutte le otto partite in programma per quel turno. La squadra che poi vinse il campionato, la Juventus di Dino Zoff, Gaetano Scirea e Roberto Bettega, allenata da Giovanni Trapattoni, esordì all’Olimpico di Roma contro la Lazio. Vinse 3 a 2 grazie a una doppietta di Bettega e a un gol di Roberto Boninsegna, ma quella partita venne ricordata soprattutto per il bel gol — a detta di molti il migliore in carriera – segnato all’inizio del secondo tempo dal centrocampista laziale Luciano Re Cecconi, uno dei protagonisti dello scudetto vinto dalla Lazio tre stagioni prima.

Re Cecconi però, che all’epoca aveva 29 anni, oggi è ricordato quasi esclusivamente dai tifosi della Lazio, da chi seguiva la Serie A in quegli anni e da chi ha avuto l’occasione di leggere qualcosa su di lui, o di guardare qualche programma tv sulla sua storia. Perché due mesi dopo quel gol segnato alla Juventus, l’ultimo della sua carriera, Re Cecconi entrò in una gioielleria di Roma con due amici e pochi secondi dopo il suo ingresso il titolare del negozio tirò fuori una pistola, sparandogli al petto. Re Cecconi cadde sul pavimento della “Gioielleria Arte Orafa Tabocchini” e morì pochi minuti dopo all’Ospedale San Giacomo. Immediatamente si parlò di uno scherzo finito male, per cui Re Cecconi, dopo essersi alzato il bavero del cappotto avrebbe fatto finta di essere un rapinatore dicendo: «Fermi tutti questa è una rapina!». Poi però la ricostruzione degli istanti che portarono alla sua morte si complicarono a tal punto che ancora oggi, dopo quarant’anni e pur essendoci una sentenza definitiva, ci sono ancora molti dubbi su quello che accadde di preciso in quella gioielleria.

Quattro mesi prima, alla terza giornata di campionato disputata il 24 ottobre, Re Cecconi si infortunò seriamente al ginocchio sinistro e dovette saltare i successivi due mesi e mezzo di campionato: il suo ritorno agli allenamenti era stato previsto dopo le festività natalizie. Re Cecconi quindi terminò gli ultimi mesi del 1976 lontano dai campi, in riabilitazione. Il 16 gennaio la Lazio, senza Re Cecconi – presente all’Olimpico in tribuna in attesa del suo ritorno, previsto il 30 gennaio – pareggiò contro l’Hellas Verona. Dopo quella partita era in programma una pausa di una quindicina di giorni, che sarebbe servita alla Lazio per recuperare gli infortunati e magari provare a riprendersi dopo alcuni risultati non positivi.

La sera del 18 gennaio, due giorni dopo il pareggio contro l’Hellas, Re Cecconi uscì dal centro sportivo della Lazio a Tor di Quinto con due amici per dirigersi verso Collina Fleming, una zona a nord di Roma, tra lo Stadio Olimpico a ovest e l’ippodromo di Tor di Quinto a est. Re Cecconi era in compagnia di Pietro Ghedin, suo compagno di squadra, e di Giorgio Fraticcioli, un profumiere amico di entrambi. Insieme si diressero verso il 68 di via Francesco Saverio Nitti, una laterale di Corso Francia, perché lì Fraticcioli avrebbe dovuto consegnare dei flaconi di profumo alla gioielleria di Bruno Tabocchini, suo conoscente.

Dal momento in cui Re Cecconi, Ghedin e Fraticcioli entrarono nella gioielleria di Tabocchini, verso le 19.30, le versioni date dai testimoni nel corso delle indagini presentano molte incongruenze. Si sa per certo che passarono solo pochi secondi e Tabocchini, dopo aver puntato la pistola contro Ghedin, che alzò le mani, si rivolse verso Re Cecconi, sparandogli al petto. Nelle ore successive all’accaduto i giornali pubblicarono la notizia della morte di Re Cecconi parlando di “un gioco finito male” e di un “tragico scherzo”. Ancora oggi, i giornalisti che arrivarono per primi in via Nitti la sera del 18 gennaio – fra cui Franco Melli – sostengono che lo scherzo finito male sia l’ipotesi più probabile – venne scritto anche che, disteso a terra, Re Cecconi ebbe il tempo di dire: «Era uno scherzo» – anche se nei giorni successivi, dalle testimonianze dei presenti, emersero dubbi che persistono tuttora.

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Per prima cosa, come scritto dal giornalista Guy Chiappaventi nel suo libro Aveva un volto bianco e tirato – Il caso Re Cecconi, da subito ci furono molti dubbi sulle circostanze in cui si verificarono i fatti. Per esempio: come fece Tabocchini a non riconoscere Re Cecconi, calciatore alto, biondo e con dei lineamenti particolari, all’apice della sua carriera, vincitore di uno Scudetto con la Lazio appena tre anni prima e nel giro della nazionale italiana? Nel suo libro Chiappaventi aggiunge anche che Re Cecconi frequentava regolarmente quella zona. Viveva sulla Cassia, nello stesso quartiere di Tabocchini, e aveva fatto battezzare il figlio dal titolare di una macelleria di via Flaminia, a pochi metri dalla gioielleria di Tabocchini. Re Cecconi, inoltre, era in compagnia di un altro noto calciatore della Lazio e soprattutto di Fraticcioli, amico di Tabocchini, come confermato da entrambi nel corso del processo.

In quei giorni tuttavia la Gazzetta dello Sport scrisse che «stando alle testimonianze dei residenti del quartiere Fleming, Tabocchini era forse l’unico della zona ad ignorare l’esistenza della folta colonia dei giocatori laziali che abitavano dalle parti di Tor di Quinto». Nelle indagini, scrissero i giornali, la procura di Roma prese in considerazione l’eventualità che anche Tabocchini stesse scherzando con i tre – dopo aver accertato la sua familiarità con le armi da fuoco – e che nel farlo gli partì accidentalmente un colpo. Ma le indagini non proseguirono in quella direzione.

Secondo alcune ricostruzioni giornalistiche, nella fase istruttoria Tabocchini sostenne che Re Cecconi non fece nulla che potesse essere preso come un tentativo di rapina: testimonianza data in un secondo momento anche da Ghedin, che però in una versione precedente aveva affermato il contrario. L’ipotesi del colpo partito accidentalmente, anche se poi non ebbe un seguito, fu sostenuta anche dagli amici e dai compagni di squadra di Re Cecconi, che lo descrivono tuttora come un uomo responsabile, che difficilmente avrebbe pensato di simulare una rapina nel mezzo dei cosiddetti “anni di piombo”: un periodo in cui, soprattutto a Roma, di armi ne giravano parecchie e le rapine erano molto frequenti, in particolare alle gioiellerie. D’altro canto, c’è chi sostiene che Re Cecconi potrebbe aver pensato di non correre rischi poiché era in compagnia di un amico del gioielliere e frequentava regolarmente quella zona.

Ucciso Luciano Re CecconiBruno Tabocchini nei giorni del processo (ANSA)

Tabocchini fu arrestato per “eccesso colposo di legittima difesa” e 18 giorni dopo venne assolto per “aver sparato per legittima difesa putativa”: la difesa sostenne che, dopo aver subito altre rapine in passato, Tabocchini si allarmò e sparò rapidamente non appena Re Cecconi finì di parlare, senza avere il tempo di riconoscere lui o Fraticcioli. La procura di Roma decise di non presentare ricorso, contrariamente all’opinione del pubblico ministero Franco Marrone, che più avanti disse: “La motivazione della sentenza è stata giuridicamente e tecnicamente scorretta. Il tribunale pervenne al suo convincimento omettendo di valutare dovutamente tutti gli elementi emersi”. Si occuparono della sentenza anche alcuni politici dell’epoca, fra cui Bettino Craxi, che disse: «Non si spara al cuore di una persona a occhi chiusi per aver agito in stato di legittima difesa putativa». Giancarlo De Carolis, allora presidente della commissione Giustizia del Senato, rispose dicendo: «È stata una sentenza coraggiosa perché attraverso un procedimento logico è stata correttamente applicata una norma fondamentale».

Al momento della morte Re Cecconi — nato e cresciuto a Nerviano, in provincia di Milano — aveva 29 anni, una moglie di 24 e due figli piccoli. Quell’annata calcistica sancì la fine del ciclo della storica Lazio di Tommaso Maestrelli, iniziato con la vittoria dello scudetto del 1974. Quella squadra — composta fra gli altri da Giorgio Chinaglia, Pino Wilson e Vincenzo D’Amico — aveva vinto il campionato in modo del tutto imprevedibile passando alla storia per essere una squadra composta da grandi individualità ma molto disunita, con lo spogliatoio diviso da giocatori che non si frequentavano né facevano mistero di starsi antipatici a vicenda. Spesso gli allenamenti della squadra finivano in rissa e tanti giocatori erano soliti girare armati, anche durante i ritiri della squadra. Alcuni di loro inoltre erano considerati vicini all’estrema destra romana, e probabilmente avevano rapporti con la criminalità legata a quell’ambiente. La fine di quella squadra cominciò il 2 dicembre del 1976, quando Maestrelli, l’allenatore che pochi anni prima li aveva portati allo Scudetto, morì di cancro al fegato, e si concluse poi definitivamente con la morte di Re Cecconi.

re-cecconi-italiaEnrico Albertosi, Re Cecconi e Gigi Riva con la nazionale ai Mondiali del 1974

Sul caso Re Cecconi sono stati scritti due libri che poi hanno goduto di una rilevanza nazionale: quello di Chiappaventi e Non scherzo. Re Cecconi 1977, la verità calpestata di Maurizio Martucci. Entrambi ricostruiscono i fatti aggiungendo precisazioni e testimonianze a favore della tesi secondo la quale Re Cecconi, una volta entrato nella gioielleria, non disse una parola, e Tabocchini sparò per errore. «Si è scritto molto, si è parlato tanto e a volte non bene. Qualcuno ha stravolto questo episodio, evidenziando cose non vere di Luciano. Quel giorno non ci fu nulla di premeditato, di previsto. Lo ripeto: se fossi morto io non avrei saputo perché» disse Pietro Ghedin diversi anni dopo all’Unità.

Ghedin, dopo aver fatto da assistente a Cesare Maldini, Dino Zoff e Giovanni Trapattoni, dal 2012 allena la nazionale di Malta. Dopo la morte di Re Cecconi, la sera di quel 18 gennaio 1976, passò alcuni giorni in stato confusionale, sconvolto per la morte dell’amico. Dal giorno in cui si chiuse il processo per omicidio non ha mai più voluto parlare pubblicamente di quello che era successo quel giorno, nonostante le numerose richieste di chiarimenti che gli sono state fatte nel corso degli anni.

Sorgente: La morte di Luciano Re Cecconi – Il Post

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