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La balenottera preistorica di Matera: da dieci anni un tesoro-fossile non ancora studiato

di ANDRA MENEGANZIN

Il fossile di balenottera pleistocenica più grande rinvenuta al mondo giace, da dieci anni, dimenticata nelle casse di un museo italiano. L’importanza scientifica del ritrovamento è stata sancita dalle maggiori istituzioni scientifiche italiane, che hanno patrocinato il documentario che ne ripercorre l’assurda vicenda. Un caso di malagestione di uno dei “pezzi da novanta” del nostro patrimonio paleontologico, la cui tutela è affidata alle figure professionali delle Soprintendenze, tra le cui file si contano ad oggi solamente 3 paleontologi. Nella sua intera dinamica il caso evidenzia anche una sfida attuale per la divulgazione scientifica, costretta a ripensare in termini più incisivi i propri canali comunicativi, ai tempi di una trasversale crisi materiale e culturale.

Si immagini di venire al corrente, nella lettura distratta di un trafiletto di cronaca, del ritrovamento di un fossile di balenottera risalente al Pleistocene, la più grande finora ritrovata al mondo. Si tratterebbe di una scoperta dal valore inestimabile, in grado di gettare luce non solo sulla storia evolutiva di questi mammiferi marini, ma anche di offrire una diapositiva dei cambiamenti climatici di cui l’esemplare è materiale testimone. Il lettore si affretterebbe a ricercare tra le righe il nome di una lontana cittadina oceanica, che avrebbe attirato a sé un team di esperti e la loro insonne solerzia nell’analizzare i preziosi resti dell’animale.

A seguire, forse, un’entusiastica esplosione di turismo scientifico su scala internazionale, un concerto di competenze e di risorse all’opera. Un lecito immaginario.

Ebbene, questa storia sfugge all’ordinario per più di un verso.

MATERA, 8 Agosto 2006 (Italia): i resti della balenottera vengono rinvenuti presso la diga del lago artificiale di San Giuliano, in Basilicata, e denunciati alle autorità competenti da un anziano agricoltore del luogo (Vincenzo Ventricelli). “Giuliana”, tuttavia, giace ancora nelle casse nelle quali è stata conservata nel corso di tre campagne di recupero – effettuate tra il 2007 ed il 2011 – al Museo Archeologico Nazionale “Domenico Ridola”, nel più intollerabile oblio. A rompere un silenzio durato un decennio riesce a farsi strada, per risonanza mediatica, un documentario, proiettato in prima nazionale lo scorso 8 ottobre: Giallo Ocra – Il mistero del fossile di Matera[1], scritto e diretto dal giornalista scientifico, firma del Venerdì di Repubblica e film-maker Renato Sartini.

Il ritrovamento consisterebbe, nel concreto, di “12 vertebre toraciche, diverse costole, di cui una lunga 3 metri, e la pinna pettorale, rappresentata da scapola, omero, radio e ulna e diverse falangi”, spiega nel documentario il paleontologo Giovanni Bianucci dell’Università di Pisa. Bianucci, il professor Walter Landini, ordinario di paleontologia dell’Università di Pisa e il paleontologo Angelo Varola dell’Università del Salento si sono occupati del cetaceo fin dall’estate della sua scoperta. “Del cranio, che è la parte più importante dello scheletro della balena, abbiamo trovato la porzione posteriore, cioè quella parte che includeva il cervello, e una parte del rostro.” Il recupero del cranio ha permesso di stimare la lunghezza della balenottera, che doveva superare i 25 metri, misure attualmente raggiunte solo dalla balenottera azzurra (Balaenoptera musculus) e dalla balenottera comune (Balaenoptera physalus), che con i loro 33 e 26 metri circa vantano il titolo di animali più grandi del pianeta. Sorprendentemente, per l’improbabilità della loro conservazione, sono state rinvenute anche le bulle timpaniche dell’esemplare: un elemento fondamentale, che ha permesso l’assegnazione dello scheletro al genere balenottera.

“Per arrivare alla specie, quindi per poter dire se si tratta di una specie ancora vivente o di una specie estinta”, continua Bianucci, “dovremo aspettare la preparazione del cranio che rappresenta la parte più importante per lo studio e la determinazione”. Ma “Giuliana”, superate le difficoltà enormi del suo recupero – una prima chiusura delle operazioni è stata determinata dalla collocazione di alcune vertebre in prossimità dell’acqua e di una rischiosa falesia, dalle generali condizioni climatiche e dagli stessi finanziamenti – conserva con sé il proprio inespresso potenziale, non essendo mai stata studiata né resa fruibile al pubblico.

Oltre alle dimensioni, è stata stabilita anche la sua datazione. “È stata effettuata nelle argille circostanti una campionatura per lo studio microbiologico al fine di definire l’età. In prima approssimazione si può dire che questa può essere compresa tra 800.000 e 1 milione di anni”, spiega Landini. Per una valutazione più precisa dell’età andrà analizzato il fossile e fatta una nuova campionatura delle argille. Per le sue dimensioni, inoltre, la balenottera potrebbe racchiudere un racconto ulteriore, questa volta legato alle grandi transizioni climatiche registratesi sul nostro pianeta. “Poiché quanto più grande è la massa di un corpo tanto più lenta è la sua perdita di calore in acque fredde”, viene illustrato nel documentario, “il ritrovamento di questo fossile confermerebbe la teoria secondo la quale l’aumento delle dimensioni di questi cetacei sarebbe, dal punto di vista evolutivo, una risposta alle glaciazioni registrate sulla Terra negli ultimi 2 milioni di anni”[2].

Un altro aspetto peculiare sta nella posizione altimetrica del luogo di ritrovamento dei resti. “Giuliana” è stata infatti rinvenuta nella Valle del Bradano, a circa 100 metri sul livello del mare. Come ci finirono lassù, e proprio in quei sedimenti, i resti di un animale marino? Nel documentario Federico Boenzi, già Ordinario di Geomorfologia dell’Università di Bari, smentisce l’immaginario popolare di un antico sollevamento del mare al di sopra delle terre emerse, illustrando come siano state proprio le forze endogene terrestri – le stesse responsabili dei terremoti che hanno colpito il Centro Italia – a sollevare al di sopra delle acque un vasto fondale marino profondo centinaia di metri. “L’Avanfossa Bradanica è una conseguenza del movimento delle placche terrestri, in particolare di quello che è il movimento geodinamico della placca Apula che, muovendosi verso ovest, s’infila (subduzione) sotto la placca europea corrugandola e spingendola verso l’alto”.

Le premesse in termini di ricerca e divulgazione non potrebbero essere più promettenti; eppure per anni non si è registrato movimento alcuno sul fronte dei finanziamenti per il restauro, dello studio e della musealizzazione del fossile. Le ragioni del ritardo, che non si lasciano circoscrivere alla sola, pur problematica reperibilità di fondi, sono con buona probabilità rintracciabili nella mancata comprensione dell’importanza del reperto, la cui tutela ha registrato ingenerose attenzioni da più parti. Complice, forse, una sensibilità istituzionale tradizionalmente più legata alla conservazione del patrimonio archeologico del luogo, il lascito storico ed artistico della Magna Grecia. Tuttavia, grazie alla pressione esercitata da un’efficace mossa comunicativa – un documentario che si è avvalso dei patrocini (pur non onerosi) delle più importanti istituzioni scientifiche pubbliche e private su scala nazionale[3]– la ricchezza paleontologica eclissata di Matera è stata presentata in un’interrogazione parlamentare al Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo[4].

Il “caso di Matera” emerge dunque, in tutta la sua potenza, anche come un caso di strategia divulgativa, che ha come difficile interlocutore un paese che all’assurdo trattamento dei beni che si trova ad avere in custodia guarda come ad una triste consuetudine. Se ripensare le modalità della comunicazione e della divulgazione scientifica, a fronte dell’emergenza culturale e politica in atto, possa tradursi in riscontri pratici sul piano delle politiche adibite alla conservazione e al restauro del patrimonio paleontologico italiano, nonché ad un generale e salubre risveglio di coscienze, è una questione che abbiamo posto in un’intervista all’autore e regista del documentario, Renato Sartini.

A. Da giornalista scientifico Lei si è dovuto porre il problema di come consegnare all’attenzione pubblica le vicissitudini di un importante ritrovamento fossile denunciato alle autorità competenti non meno d’una decina di anni prima: una storia non nuova, ma in larga parte sconosciuta e dimenticata. La scelta del medium si è rivelata una valutazione decisiva per la mobilitazione intorno alle sorti del reperto: perché, dunque, un documentario?

R.S: Mi trovai a fare il seguente ragionamento. Non potevo riproporre una polemica, perché in tanti anni la polemica non ha portato a nulla. Uscirono svariati articoli sul caso, nel 2007 ne scrissi anche per il Venerdì di Repubblica, assieme ad altri pubblici interventi sulla stampa e per radio, come quello nella trasmissione di divulgazione scientifica Moebius di Radio 24. Niente è stato fatto. Qualche anno fa, in occasione del rinvenimento del cranio del 2011, tornai a Matera con l’idea di realizzare un documentario istituzionale da poter proporre alla Soprintendenza della Basilicata, ma non se ne fece nulla. Di quella esperienza, però, rimasero una bozza video e tantissime ore di girato. Negli anni non smisi di monitorare il fossile. Quando Matera venne designata Capitale della Cultura 2019, capii che la balenottera tornava ad avere un’occasione, questa volta con i riflettori dell’Europa (e del mondo) puntati sulla città. In tanti anni, tuttavia, non venni mai autorizzato alla diffusione delle immagini. Cercai allora una diversa strada: far conoscere al mondo scientifico il documentario, farne validare i contenuti tecnici e la modalità di narrazione, per poi riproporre la questione alla Regione Basilicata, al Comune di Matera e per ultimo alla Soprintendenza, questa volta con l’appoggio dell’autorevolezza di chi aveva concesso il patrocinio, concordi nel ritenere “Giuliana” un ritrovamento eccezionale.

A. Il documentario “Giallo Ocra – Il mistero del fossile di Matera” ha infatti ricevuto prestigiosi patrocini nel panorama scientifico italiano, un riconoscimento etico che preme in direzione degli attesi finanziamenti per la restaurazione e musealizzazione di “Giuliana”. Come interpreta questo abbraccio collettivo delle autorità culturali al caso di Matera?

R.S: Gli istituti scientifici pubblici e privati compresero da subito la necessità di accompagnare la balenottera nel suo difficile percorso verso l’esposizione al pubblico. Matera ne è custode, e non proprietaria in senso etico: “Giuliana” è un bene patrimoniale dell’umanità. Va osservato che gli istituti patrocinanti non parteciparono attivamente alla realizzazione del documentario – in molti casi il fossile suonava come una novità – eppure la sua importanza è stata immediatamente recepita, tanto che la Presidente della Regione Basilicata nella persona del Capo di Gabinetto Gerardo Travaglio, insieme al Soprintendente Francesco Canestrini, hanno partecipato alla presentazione ufficiale del documentario a Napoli. La Presidenza ha pubblicamente dichiarato in questa occasione la presenza di fondi imputabili al progetto della balenottera a fronte di uno studio di fattibilità, un “conto” che la Soprintendenza dovrebbe presentare per dare il via alle operazioni, e per riuscire a definire una road map diretta verso la musealizzazione entro il 2019.

A. La deadline rappresentata da Matera – Capitale della Cultura 2019 è imminente perché il fossile venga studiato e reso fruibile ai visitatori di tutto il mondo. Quali sono indicativamente le cifre sul costo dell’intervento di restauro?

R.S: Qui si riscontra fin da subito una prima problematica, ovvero quella delle competenze. Chi dovrebbe avanzare una quantificazione dell’onere degli interventi dovrebbero essere gli specialisti in cetacei fossili, non un generico archeologo. Consideri che nelle Soprintendenze italiane, stando ad una dichiarazione fatta lo scorso 8 ottobre dal Presidente della Società Paleontologica Italiana Lorenzo Rook, si contano al momento solo 3 figure di paleontologi. Un dato folle, stando al volume del patrimonio paleontologico italiano. Questa è un’altra battaglia che merita di essere portata avanti.

La Soprintendenza a oggi ha richiesto soltanto 30.000 euro al MiBACT, neanche poi concessi. Una cifra davvero insufficiente se si tiene presente che un conto minimo fatto dai paleontologi, assolutamente orientativo, ha fissato l’asticella ad almeno 100.000 euro per il solo studio e il restauro. Il Comune ha menzionato la presenza di un fondo per il Patto della Basilicata, circa 200.000 euro, da assegnare alla balenottera.

A. Nell’ipotesi in cui l’immobilismo burocratico dilazionasse il termine del 2019, Lei suggerisce lo strumento del crowdfunding, una scommessa giocata sul crinale del rapporto tra pubblico e scienza. Quale messaggio pensa solleverebbe una mobilitazione autonoma in sostituzione alle istituzioni?

R.S: La balenottera, rappresentando un’identità territoriale, prima ancora che venisse suggerita una qualunque forma di finanziamento, mi fece avanzare questa provocazione: la costituzione di un comitato di forze private al fine di raccogliere i fondi da virare alla Soprintendenza. “Giuliana” sarebbe diventata il simbolo di un recupero collettivo e territoriale, una novità significativa. Credo, tuttavia, che la mobilitazione sollevata dalla diffusione del documentario non renda più impellente il ricorso a soluzioni d’emergenza. Infatti Soprintendenza e Regione Basilicata si sono incontrati già una volta per definire un percorso di appuntamenti al fine di definire il progetto di recupero di “Giuliana”. Il 9 ottobre si terrà il secondo incontro. Nel frattempo il Sindaco di Matera Raffaele De Ruggieri sta facendo delle valutazioni sul tipo di intervento che la città dovrà promuovere affinché il cetaceo possa essere utilizzato per raccontare un territorio e il tempo in cui il territorio della Città dei Sassi non era altro che mare. Il documentario ha avuto il successo di far dichiarare alla politica l’esistenza di fondi da veicolare sul recupero di “Giuliana”, che però dovranno effettivamente essere stanziati a fronte di progetti chiari, trasparenti e monitorabili.

A. Crede che l’autonoma presentazione di un’interrogazione parlamentare (con richiesta di risposta scritta) al Ministro Dario Franceschini sul caso della balenottera di Matera riuscirà a ridare cittadinanza nella coscienza pubblica ed istituzionale allo stato limite di collasso del patrimonio museale scientifico italiano?

R.S: L’interrogazione parlamentare è un bel segnale, sancisce il successo dell’operazione divulgativa. Non conoscevo personalmente il Senatore Barozzino, ma è stato doveroso ringraziarlo personalmente per la sensibilità dimostrata. Molto probabilmente si è creata l’occasione in Senato per riportare il tema dei fondi adibiti alla conservazione e al patrimonio museale nell’ordine del giorno. E’ facilmente riscontrabile, tuttavia, la mancanza di progettisti culturali in grado di attingere a fondi europei di cui anche il nostro patrimonio scientifico potrebbe beneficiare. Ma questo è un passaggio ulteriore. Un’osservazione conclusiva sull’aspetto mediatico del documentario: ho riscontrato un disinteresse netto soltanto da parte dei TG nazionali, che non hanno ritenuto importante dare risonanza al caso, diversamente da quanto hanno fatto quotidiani cartacei e magazines online. Un atteggiamento deludente: “Giuliana” avrebbe potuto ricevere una spinta decisiva a coronamento di una battaglia che continua da oltre dieci anni. Spero che un’attenzione da parte dei TG venga invece il giorno in cui si raggiungerà il successo di una reale assegnazione di fondi ai progetti di studio, restauro, musealizzazione e divulgazione della storia del fossile.

Accade dunque in Italia, che tra diversi primati detiene quello di essere una delle aree a maggior concentrazione di fossili di cetacei a livello mondiale[5]. Il caso di Matera, tuttavia, è difficilmente liquidabile come un’isolata anomalia procedurale. La situazione di proto-collasso dei musei italiani di storia naturale, e le difficoltà di preservazione a lungo termine di collezioni quantomai preziose rappresentano ancora un allarme attuale[6]. Diverse le cause: la progressiva perdita di rilevanza scientifica, la riduzione degli investimenti economici, e la scarsità di personale. La mancanza di una realtà metamuseale nazionale rappresenta ancora un freno alla facilitazione dell’attività scientifica e le strategie politiche in materia di conservazione.

La firma dell’Accordo Attuativo  di collaborazione tra MiBACT, Miur, Anci e Anms per la valorizzazione e l’integrazione dei musei scientifici nel sistema museale nazionale, definito il 12 novembre 2015 a Torino[7] e formalmente sottoscritto a Ferrara il 3 maggio 2016, rappresenta solo l’atto di inserimento della questione nell’agenda politica del Governo italiano. Una più attenta pianificazione nel campo dei beni culturali e degli investimenti adibiti al settore scientifico dovrà ambire a sciogliere nodi problematici storicamente determinatisi nella polarizzata realtà museale italiana.[8]

Questo, perché l’esubero di materiale non catalogato nei musei universitari si riappropri di un nome, e perché la testimonianza storica di esemplari straordinari come “Giuliana”, che di un’esposizione museale non è ancora stata onorata, riceva ascolto in tempi non geologici.

NOTE

[1]Il documentario è stato proiettato in prima nazionale a Napoli lo scorso 8 ottobre, in occasione della trentesima edizione del festival delle scienze “Futuro Remoto”.  Qui il trailer: http://video.repubblica.it/edizione/bari/matera-la-balenottera-preistorica-rivive-in-un-documentario/253806/254010

[2]Grafico della crescita delle balenottere in relazione alle glaciazioni. Credit Giovanni Bianucci.

[3]Tra queste: Cnr-Consiglio Nazionale delle ricerche, ENEA-Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile, INGV-Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, ISPRA-Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, Società Geografica Italiana, Società Geologica Italiana, Società Paleontologica Italiana, Università degli Studi della Basilicata, Museo di Storia Naturale dell’Università di Pisa e l’Associazione Culturale Divulgo. L’evento di presentazione nazionale del documentario è stato patrocinato dal MIBACT.

[4]L’interrogazione è disponibile a p.93 del resoconto stenografico della seduta (n.693 del 5 ottobre 2016): http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/991468.pdf

[5]Per approfondire: https://www.researchgate.net/publication…

[6]http://zookeys.pensoft.net/articles.php?id=4280.

Tra il 16 e il 18 novembre dal Museo Civico di Storia Naturale di Trieste verrà ospitato il XXVI Congresso ANMS – “I musei al tempo della crisi: problemi, soluzioni, opportunità” (http://www.anms.it/notizie/dettaglio_notizia/51)

[7]http://musei.beniculturali.it/wp-content/uploads/2016/05/Accordo-attuativo-tra-MiBACT-MIUR-ANCI-e-Associazione-Nazionale-Musei-Scientifici-2016.pdf

[8]Per una disamina storica dell’evoluzione della realtà museale scientifica italiana: http://www.academia.edu/5954696/I_musei_scientifici

Sorgente: La balenottera preistorica di Matera: da dieci anni un tesoro-fossile non ancora studiato » La mela di Newton – MicroMega

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