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“Intelligence politicizzata e falle nella sicurezza. Ecco perché la Turchia è fuori controllo” – La Stampa

lastampa.it – “Intelligence politicizzata e falle nella sicurezza. Ecco perché la Turchia è fuori controllo. ”Ali Ozcan: le purghe di generali e agenti hanno creato buchi ovunque. Non esiste prevenzione

marta ottaviani

Un Paese ormai fuori controllo. Un’emergenza terrorismo che però parte da forze dell’ordine e una intelligence che non sono più quelle di una volta. La Turchia attraversa una fase di instabilità destinata a durare. Nihat Ali Ozcan, uno dei massimi esperti di sicurezza nel Paese, spiega come il quadro internazionale non aiuti la Mezzaluna, ma come le responsabilità siano anche politiche.

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Nihat Ali Ozcan, la Turchia inizia il 2017 nel sangue, con un attentato in un posto simbolico. Che idea si è fatto dell’attacco al Reina?

«Per la matrice dell’attacco è sicuramente jihadista, probabilmente legata a Isis. Ma non sottovaluterei né al-Nusra né tutti quei movimenti eversivi con connotazione religiosa che stanno sorgendo in Turchia e che si ispirano allo Stato islamico pur non facendone parte e che adesso nel Paese contano su decine di adepti. Non tutti potenziali attentatori, ma sicuramente segmenti della popolazione sempre più radicalizzati, che potrebbero decidere di colpire anche in modo più circoscritto».

In un mese quattro attentati, di matrice diversa. Che cosa sta succedendo alla Turchia? Possibile che Ankara non sia più in grado di controllare il suo territorio?

«Da almeno due anni la Turchia è sotto tiro da diverse sigle terroristiche. C’è il terrorismo di matrice curdo-separatista con cui Ankara ha sempre dovuto fare i conti. Negli ultimi due anni c’è stato un aumento significativo del terrorismo di matrice jihadista. La situazione non è semplice, ma ci sono anche delle responsabilità precise se si è finiti a questo punto».

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Quali?

«La politicizzazione della sicurezza e dell’intelligence, per esempio. E non solo dal golpe fallito dello scorso 15 luglio, dopo il quale sono stati messi in galera o rimossi migliaia fra poliziotti e militari. Il fenomeno è attivo da almeno 10 anni. Generali, graduati delle forze armate, ispettori, dirigenti o anche solo semplici agenti venivano sollevati dai loro incarichi, oppure spostati in reparti dove le loro competenze potevano servire a poco. A questo si devono aggiungere gli scambi di intelligence a intermittenza da tempo a causa dei contrasti in politica estera con alcuni Paesi chiave per la stabilità dell’area».

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Sembrerebbe così che la sicurezza in Turchia faccia acqua da tutte le parti. Come se ne esce?

«Una soluzione sul breve termine mi pare impossibile. Ankara sta dimostrando di avere serie difficoltà a contrastare il terrorismo, di qualsiasi tipo esso sia. Manca un piano strategico a largo spettro, ci sono delle mancanze nei protocolli di sicurezza ed errori elementari. A furia di dare la caccia ai seguaci di Fethullah Gulen (ex alleato e ora avversario di Erdogan, accusato di essere il mandate del golpe fallito dello scorso 15 luglio, ndr), si è trascurato tutto il resto».

Perché sempre la Turchia?

«Sostanzialmente per tre motivi. Il primo è la presenza di tipi di terrorismo diversi, il che significa target diversi e più possibilità che si verifichino fatti di sangue. Il secondo è che in Turchia, grazie alla crescita economica degli scorsi anni, hanno aperto la loro sede numerose aziende estere con relativa presenza di stranieri sul territorio. Il terzo è che con la sua politica estera il Paese si è creato molti nemici, ma c’è anche un altro aspetto da non sottovalutare».

Quale?

«La posizione geografica può essere un punto a favore, ma anche un guaio. E la Turchia con la sua posizione è il rifugio naturale per i foreign fighters provenienti dalla Siria, con tutto quello che ne consegue sulla sicurezza del Paese. L’attentato al Reina purtroppo non sarà l’ultimo».

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