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Inizia la Marcia di Trump ma la direzione non è chiara – corriere.it

corriere.it – Inizia la Marcia di Trump ma la direzione non è chiara. Il tempo delle ipotesi, delle analisi psicologiche, dell’uso fantasioso e spregiudicato degli strumenti di comunicazione è finito: da oggi Trump viene giudicato per i suoi atti di governo  – di Massimo Gaggi

Sottovalutazione, sorpresa, rabbia, panico. Il rammarico di chi capisce che la sua era è finita, l’entusiasmo di chi si sentiva escluso. Dopo un anno e mezzo di emozioni forti Washington, come tutta l’America, nel giorno dell’«Inauguration» è una tempesta di sentimenti: c’è quella silenziosa che cammina a testa bassa e già rimpiange Obama prima ancora che consegni le chiavi della Casa Bianca al suo successore.

E c’è il popolo gioioso dell’America «di mezzo» che vede in «The Donald» il condottiero di un’altra rivoluzione liberale come quella di Reagan.

Dimenticando che Ronald aveva una coerenza ideologica e un’esperienza politica (governatore della California) che il nuovo leader non ha.

Ma adesso il tempo delle ipotesi, delle analisi psicologiche, dell’uso fantasioso e spregiudicato degli strumenti di comunicazione è finito: da oggi Trump viene giudicato per i suoi atti di governo.

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Poco spazio per i festeggiamenti e le lune di miele: è stato lui stesso, annunciando a suo tempo alcune scelte-chiave da varare fin dal primo giorno alla Casa Bianca, ad alimentare l’attesa di interventi radicali e immediati: la riforma sanitaria di Obama spazzata via, le misure contro gli immigrati clandestini e quelle contro l’export cinese. E poi, subito dopo, la riforma fiscale e le nuove politiche per l’energia e l’ambiente.

Non sarà facile perché Trump è un presidente inesperto a capo di un governo privo di figure con una rilevante competenza amministrativa. E il processo di conferma dei ministri al Congresso è ancora in alto mare.

Ma il nuovo leader deve procedere a passo di corsa anche perché l’alone miracoloso — quello della vittoria conquistata contro tutte le previsioni battendo un «establishment» incapace di capire — che l’ha avvolto da novembre non può durare in eterno.

Certo, il nuovo leader ha il vantaggio di doversi confrontare con un’opposizione politica democratica mai così debole, un partito sconfitto, in minoranza alla Camera, al Senato e in gran parte del Paese (33 Stati governati da repubblicani, 16 da democratici).

 Ma proprio per questo deve dimostrare subito di avere idee chiare e di meritare la fiducia dei mercati: la prateria che ora sembra spalancata davanti a lui potrebbe ben presto riempirsi di ostacoli, come hanno sperimentato altri «outsider» prima di lui. E Trump, preoccupandosi poco dei potenziali conflitti d’interesse suoi, della sua famiglia e dei suoi ricchi ministri, non ha certo contribuito a tenere questo campo sgombro.

A poche ore dal suo insediamento la direzione di marcia non è ancora chiara: sulla sanità ha dato soddisfazione ai repubblicani smantellando a passo di carica l’«Obamacare» considerata dai conservatori una riforma socialistoide, ma poi gli ha fatto gelare il sangue nelle vene promettendo un nuovo tipo di assistenza sanitaria «universale», cioè estesa a tutti i cittadini. Scherza? E se non scherza chi paga?

E con quali meccanismi l’attuerà? Anche sull’unico terreno sul quale il Congresso repubblicano è al lavoro da tempo con grande impegno tecnico, la riforma fiscale, Trump ha lasciato senza fiato il suo partito affermando che il progetto elaborato dagli esperti della destra «non va da nessuna parte».

Si delinea uno scenario da «dilettanti allo sbaraglio»? Il sospetto è forte, anche perché Trump sembra molto tentato dalle idee rivoluzionarie del suo consigliere ideologico Steve Bannon che vorrebbe trasformare la più potente nazione del mondo nel laboratorio sociale di un esperimento neoconservatore.

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E gli esperimenti in politica, si sa, portano facilmente a fallimenti catastrofici: è facile delegittimare e demoralizzare una burocrazia, demolire il poco che funziona, difficilissimo ricostruire una macchina efficiente dai costi accettabili.

Trump, però, è anche un imprenditore che, al di là del linguaggio perennemente di sfida, ha mostrato spesso di avere i piedi per terra. C’è da sperare che, dopo tanti proclami, lo dimostri anche stavolta, a cominciare dalla politica estera. Le scelte del personale di governo — Esteri e Difesa — e la sua recente decisione di confermare nell’incarico molti funzionari dell’amministrazione Obama impegnati nella lotta contro il terrorismo lascia, da questo punto di vista, spazio alla speranza.

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Da ieri il nuovo presidente ha un motivo in più per fare presto e bene senza contare sulla classica «honeymoon»: ha il fiato sul collo di Barack Obama che oggi esce di scena ma mantiene un indice di popolarità altissimo e ha fatto la scelta senza precedenti di restare a Washington, pronto ad accendere un faro sulla presidenza Trump se vedrà pericoli istituzionali.

Una scelta anomala quella del leader democratico (basti pensare a George Bush che, lasciata la Casa Bianca, sprofondò in un silenzio assordante) ma viviamo in tempi di anomalie senza precedenti e Trump che di questi tempi straordinari è il mattatore, non può certo ribellarsi.

Anche perché, dopo essersi falsamente proclamato vincitore «a valanga» delle elezioni, oggi si insedia alla Casa Bianca con l’indice di gradimento più basso mai registrato dalla Gallup durante una transizione presidenziale.

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Sorgente: Corriere della Sera

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