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Il mito delle “organizzazioni delle prostitute”

di MADDALENA CELANO

 

Per l’industria prosseneta, a livello politico, è essenziale dimostrare che sono le stesse donne prostituite a richiedere uno status normalizzato della loro attività.

 

COYOTE, sigla emblema di questi movimenti si è circondata di un alone di profumo essenzialmente “sovversivo” ed è stato il primo movimento di questo genere.

Creato negli Stati Uniti nel 1973, il movimento ha riunito, come in un puzzle, varie realtà: liberali di ogni genere, classe media, politici e clienti … La realtà è che nel 1981, le prostitute rappresentate dallo stesso movimento sono solo il 3% dei 30.000 membri aderenti all’organizzazione (secondo le fonti ufficiali riportate dalla stessa organizzazione). Un inganno magistrale. Eppure il lavoro di creare una mitologia positiva, ribelle e romantica, intorno alla prostituzione, si caratterizza in particolare dalla scorrettezza dei mezzi utilizzati. Il fondatore di Coyote, Margo Saint James in persona, ha affermato sfacciatamente: “Un sindacato delle prostitute, è semplicemente impossibile da realizzare (10)”.

Fautori anche dei diritti dei “clienti” e dei “protettori”, questi movimenti sembrano avere a che fare con il Movimento di Liberazione Sessuale o di aderire al movimento femminista, e sanno come e dove trovare sostegno. Nel caso di COYOTE, il movimento è stato finanziato dalla Fondazione Playboy. Agli occhi dei media e dell’opinione pubblica, la richiesta di legalizzazione del commercio del sesso nasce dalle principali donne interessate (le prostitute). Chi avrebbe mai pensato di opporsi?

Oggi, diversi “sindacati di prostitute” fioriscono in tutta Europa e nel mondo. Ma se osserviamo da vicino il fenomeno, ci si accorge che in Inghilterra, per esempio, la IUSW (Unione Internazionale dei Lavoratori del Sesso), è aperta a ogni persona appartenente all’industria del sesso. In ultima analisi aderiscono al sindacato anche “manager” del sesso e “datori di lavoro” (papponi, magnaccia e protettori?). Così l’Unione Internazionale dei Lavoratori del Sesso si ritrova tra gli iscritti anche Douglas Fox, presentato come “escort boy”, che è in realtà il fondatore, attraverso il suo socio John Dockerty, di una delle agenzie più grandi di “accompagnatrici” in Gran Bretagna (11).

Quest’ambiguità tra le persone iscritte al sindacato, persone che si presentano come prostitute che in realtà sono protettori e prosseneti interessati alla depenalizzazione dell’industria del sesso, crea, di fatto, un clima equivoco e poco limpido intorno ai famigerati e tanto osannati “sindacati” delle sex workers. In Svizzera, Madame Lisa

è rappresentata come “puttana e fiera di esserlo”, quando in realtà gestisce il più grande bordello di Ginevra. In Canada, Terri Jean Bedford, che ha citato in giudizio lo Stato nel 2007 per conto degli interessi dei “lavoratori del sesso”, è stata condannata per aver fondato e diretto un bordello.

I sindacati delle “prostitute” iscrivono indiscriminatamente sfruttatori e sfruttati come se difendessero gli stessi interessi. Una sfumatura lievemente anarcoide o marxista data da termini come “unione”, “autoderminazione” – sembra sufficiente per dare l’impressione di difendere i lavoratori rispetto ai gruppi aziendali, quando in realtà i suddetti sindacati non difendono il “lavoro sessuale”, bensì l’industria del sesso e i suoi profitti. In Francia, la sigla Strass, “Unione di Lavoro Sessuale”, è presentata dai media come un movimento di difesa per le persone prostituite, in realtà riporta il patrocinio del “Manifesto dei lavoratori del sesso in Europa” che è per l’abrogazione della legge contro lo sfruttamento della prostituzione, cioè si parla di legalizzare il prossenetismo. La sigla è fortemente sostenuta da alcuni ambientalisti. Questi gruppi mostrano un arsenale intellettuale che distorce e mina alle fondamenta il concetto di libertà e di diritto. Così, rivendicano “il diritto di essere sottomessa” lavorando in un bordello o anche “diritto al sesso senza desiderio”. Diritti che le donne purtroppo hanno sempre avuto, da sempre gli unici diritti nei secoli concessi alle donne (appunto: la “sottomissione” sessuale e il sesso senza desiderio).

Queste persone ovviamente rivendicano semplicemente il sistema che soddisfa meglio i loro affari e i loro eventuali introiti; ma nello stesso tempo usurpano la rappresentanza a tutte le prostitute.

La loro forza organizzata è onnipresente, nonostante le grida di numerose prostitute contro la “censura” imposta (12), la denuncia contro l’egemonia di una lobby minoritaria che riesce a nascondere la voce delle prostitute più irritante dal fatto di essere rappresentate da persone che riproducono esclusivamente gli interessi industriali e aziendali (legati alle agenzie di escort ed accompagnatrici, o all’ industria pornografica). “Quando i media ci chiedono testimonianze circa la nostra esperienza, rifiutano di farci parlare di quello che abbiamo patito durante il lavoro, è evidente che si mostra più interesse a farci parlare esclusivamente di coloro che ci fanno soffrire e che quindi individuano come responsabili della “putofobia”: gli abolizionisti, la polizia, i governi, ecc”(13). In altre parole, con l’obiettivo di “chiudere con lo stereotipo della vittima”, si resta in silenzio sulle violenze vissute nel mondo della prostituzione – sulle violenze perpetrate da “clienti”, prosseneti e protettori – e si accusa principalmente gli “abolizionisti”, vale a dire chi rifiuta l’idea che la prostituzione diventi la “professione” del futuro. 10. Sheila Jeffreys, “La idea de la Prostitución”, Melbourne, Spinifex, 1997, p. 72.
11. Julie Bindel, « Un extraño sindicato al servicio de los proxenetas», http://sisyphe.org/spip.php?article4409, 28 de abril 2013.
12. Sobre 88 artículos publicados en 2012 para criticar el abolicionismo, la tercera parte está escrito por miembros del Strass (cifras Fondation Scelles).
13. Texto escrito por « Maîtresse Nikita » y Thierry Schaffhauser, dos hombres en este caso

Sorgente: Il mito delle “organizzazioni delle prostitute”

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