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«Il destino dell’America è guidare il mondo. Lo dice anche la geografia» – corriere.it

corriere.it – ” Il destino dell’America è guidare il mondo. Lo dice anche la geografia” Secondo l’esperto di geopolitica Robert Kaplan, già consulente del Pentagono, «l’azione del nuovo presidente Donald Trump intacca l’ordine internazionale creato dagli Usa, ma avrà impatto limitato»   – di Massimo Gaggi, da New York

«La scarsa considerazione di Donald Trump per la Ue e anche per la Nato, le due creature di maggior successo dell’era dell’egemonia americana del Dopoguerra, allarma. L’azione del nuovo presidente intacca l’ordine internazionale creato dagli Usa, ma avrà un impatto limitato perché il destino dell’America — quello che deriva dalla sua storia e, ancor più, dalla sua realtà fisica, geografica — è di guidare il mondo».

Robert Kaplan, celebre analista della realtà internazionale, un giramondo che nei suoi libri ha raccontato l’ascesa dell’Asia, i tormenti dell’Africa, i conflitti dei Balcani, dell’Iraq, dell’Afghanistan, stavolta torna a casa: «Earning the Rockies», il suo diciassettesimo volume appena pubblicato negli Usa, è il racconto di un viaggio attraverso l’America, dal Massachusetts sulla costa atlantica a San Diego, sul Pacifico, e anche una riflessione su come la geografia ha dato forma al ruolo di preminenza degli Stati Uniti nel mondo.

Un’America isolata ma non isolazionista, una geografia che l’ha resa ricchissima: secondo lei il cosiddetto Destino Manifesto di questa nazione, al quale qualcuno dà valenza spirituale chiamando in causa perfino la volontà divina, nasce da qui?

«Nel mio viaggio — racconta Kaplan che incontro a New York — ho riscoperto la geografia che ha dato prosperità a questo Paese: due oceani che l’hanno isolato dai conflitti di Europa e Asia. Tutta l’area temperata dell’America settentrionale, un’enorme disponibilità di risorse minerarie, energetiche e di terre arabili. E una rete di fiumi navigabili non solo verticali come quelli della Russia che dividono il territorio in sezioni, ma anche orizzontali che fanno rete e unificano il Paese.

Sono le condizioni ideali che hanno consentito agli Usa di diventare enormemente ricchi, con risorse sufficienti per sostenere e vincere due guerre mondiali e la “guerra fredda”, investendo al tempo stesso sulla ricostruzione e la sicurezza dell’Europa e del Giappone».

Il suo, però, è anche il viaggio dolente in luoghi dell’interno degli Usa dove il benessere non c’è più, dove il sogno americano è svanito. E’ per questo che vince Trump e che fa passi indietro l’America regista delle alleanze geopolitiche e commerciali e ombrello militare planetario?Non ci sono più risorse per svolgere ruoli onerosi?

«Ho fatto il mio viaggio prima dell’avvio della campagna elettorale e ho scritto il libro quando la stagione delle primarie doveva ancora iniziare: questo è il saggio di un’era pre-Trump. Ma al tempo stesso credo che aiuti a capire il fenomeno che lui incarna: descrive il malessere e l’impoverimento della gente che ha dato credito al suo messaggio populista.

E spiega l’insistenza del neopresidente sui costi troppo elevati che gli americani devono sostenere per esercitare la loro leadership, la sua volontà di usare la forza geopolitica e commerciale che l’America ancora ha per cercare di tornare ad accumulare ricchezza».

Pensa che l’America possa recuperare terreno demolendo la globalizzazione che, in fin dei conti, è una sua creatura? Tornerà ad essere gendarme del mondo?

«La globalizzazione ha un marchio americano, è vero, ma ha oggettivamente ridotto i vantaggi che l’America ha accumulato grazie alla sua posizione geografica e ha eroso l’unità, la compattezza della nazione. Comprensibile il malessere, il tentativo di reagire. Fermo restando che una reazione che mina Nato e Unione Europea è pericolosa e insensata: sono due costruzioni fortemente volute dall’America nel suo ruolo di ricostruzione nel Dopoguerra. Rischiamo di demolire quello che abbiamo edificato negli anni in cui avevamo le risorse per farlo».

Cosa resta, allora, della leadership dell’America?

«Nel mio viaggio tocco varie realtà, dalla depressione del West Virginia legato all’economia del carbone all’Indiana delle università eccellenti, che valgono quelle della “Ivy League”.

Dall’Iowa totalmente arabile allo Utah dove si può fare agricoltura solo sul 3% del suolo dello Stato. E finisco a San Diego, base della flotta del Pacifico. Sono le navi che garantiscono la libertà e la sicurezza delle vie d’acqua per i commerci di tutti. Sarà così anche in futuro, ma una flotta di 200 navi offre meno garanzie di quella di 300 che avevamo fino a qualche anno fa.

E’ una metafora di quello che avviene su un piano più generale. In un mondo globalizzato ma anche pieno di conflitti e di nuove potenze regionali, gli Usa, sempre i più forti sul piano economico e militare, non possono più pretendere di imporre ordine al mondo: possono solo ridurre il disordine».

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Sorgente: Corriere della Sera

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