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Gli speculatori passano all’incasso: petrolio in caduta del 4%

Il petrolio ha iniziato l’anno col botto, ma l’entusiasmo si è smorzato in fretta. Il Brent – che si era spinto fino a 58,37 dollari al barile il 3 gennaio – ieri ha vissuto la seduta più pesante del 2017, conclusa con un ribasso di quasi il 4% a 54,94 $. Stessa storia per il Wti, con il contratto per marzo sceso a 51,96 $ (-3,8%) nonostante le tensioni nello Stretto di Hormuz, crocevia in cui transita un quinto delle forniture mondiali di greggio.

La marina militare Usa ha confermato che domenica nel tratto di mare tra il Golfo Persico e il Golfo di Oman ha sparato colpi di avvertimento contro navi iraniane: una notizia teoricamente in grado di infiammare le quotazioni del barile, ma che ieri non è riuscita a interromperne la caduta.

Non ha avuto effetti positivi neppure l’apparente diligenza della Russia: la sua produzione petrolifera, dicono i dati del ministero dell’Energia, è già scesa di circa 100mila barili al giorno (a 11,1 milioni di bg), un terzo del taglio promesso all’Opec.

Ancora meglio avrebbe fatto l’Arabia Saudita: il suo output sarebbe già allineato al tetto produttivo, secondo fonti Reuters, con una riduzione di 486mila bg (a 10,058 milioni di bg).

È probabile che i ribassi sul mercato siano banalmente la conseguenza dell’eccessiva esposizione al rialzo da parte dei fondi di investimento, che sull’onda dell’entusiasmo per i tagli produttivi hanno accumulato una posizione netta lunga (all’acquisto) da primato: tra future e opzioni su Brent e Wti ci sono scommesse rialziste per quasi 800 milioni di barili.

I “corti”, ribassisti, sono usciti in massa dal mercato e i “lunghi” – dopo un rally che ha fatto apprezzare il petrolio di un terzo in 6 settimane – iniziano a riscuotere profitti. Diversi analisti avevano avvertito di questa possibilità. Tra questi Ole Hansen, head of commodity strategy di Saxo Bank: «Per i mercati petroliferi il rischio principale, che potrebbe causare una correzione profonda, è la posizione speculativa record detenuta dagli hedge fund».

Anche sul fronte dei fondamentali non mancano d’altra parte fonti di inquietudine. I produttori Usa continuano a rimettere in moto trivelle, tanto che il numero di impianti in funzione è ai massimi da un anno. L’Iran avrebbe venduto metà delle enormi scorte di petrolio che deteneva a bordo di petroliere: da 29,6 mb a inizio ottobre queste sono già scese a 16,4 mb, riferisce la Reuters. Infine l’Iraq, pur continuando ad assicurare che taglierà l’output, in dicembre ha spinto le esportazioni da Basra al record di 3,5 mb.

«I tagli non devono iniziare per forza dal 1° gennaio, saranno in media nei prossimi sei mesi», ricorda intanto il ministro del Petrolio del Kuwait, Essam Al-Marzouk, aggiungendo che il 60-70% delle riduzioni sono già state annunciate. Il primo incontro del comitato di monitoraggio sarà il 21-22 gennaio.

Sorgente: Il Sole 24 ORE

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