Arezzo, 25 gennaio 2017 – L’ultima infornata infornata è arrivata alla fine della scorsa settimana: almeno una decina di responsabili di filiale o comunque operatori di Bpel che hanno ricevuto l’ormai classico avviso di chiusura indagini per truffa aggravata ai danni dei sottoscrittori delle famigerate obbligazioni subordinate. La novità, semmai, sta nel fatto che nel mirino adesso ci finiscono non solo i direttori ma anche gli impiegati, almeno quelli che hanno contribuito a collocare presso il pubblico indistinto i bond azzerati con il decreto della risoluzione di Banca Etruria del 22 novembre 2015.

Per tutti le motivazioni sono quelle consuete da quasi un anno, da quando cioè vennero notificati i primi avvisi di chiusura indagine, che sono molto peggio di un avviso di garanzia, perchè dicono che il pool dei Pm incaricato anche di questo filone d’inchiesta è convinto di avere già gli elementi per andare a processo. A dire il vero, anzi, già dalla metà di dicembre la procura ha cominciato a chiedere al tribunale di fissare la data delle udienze. Ancora però non c’è nessuna citazione a giudizio, perchè quelle arriveranno agli interessati e ai loro avvocati solo quando sarà stabilito l’inizio dei processi, che non richiedono il filtro del Gip in quanto si tratta di reati a citazione diretta, senza udienza preliminare.

Persino i protagonisti, data la mole sterminata delle denunce e quindi dei fascicoli aperti e delle persone offese, fanno fatica a tenere la contabilità degli indagati. Ormai dovremmo essere nei pressi di quota cinquanta, con una quarantina di accusati di truffa per la vendita delle subordinate alla grande platea della clientela, senza fare distinzione fra investitori esperti e semplici risparmiatori, più i cinque dirigenti della sede centrale per i quali il reato contestato è più pesante: istigazione alla truffa, avere cioè incitato i loro subordinati a piazzare più titoli possibili, facendo balenare la possibilità di avanzamenti di carriera per i direttori o comunque i dipendenti più solerti e di penalizzazioni per i recalcitrati.

A dire il vero, i dirigenti, che ancora devono scegliere se farsi interrogare prima di un’eventuale richiesta di processo, negano e parlano di calunnia a proposito dei tre «pentiti» che li accusano, cioè tre ex funzionari di Bpel che nel frattempo sono usciti dalla banca e adesso raccontano quello che secondo loro era il meccanismo consolidato di collocamento. Ormai, però, le posizioni sono consolidate e soltanto i dibattimenti in aula potranno fare chiarezza sulle responsabilità.

A quanto filtra da Palazzo di Giustizia, l’orientamento del tribunale sarebbe di raggruppare i processi: subito quello a carico dei direttori e impiegati per i quali i Pm hanno chiesto la fissazione dell’udienza (e siamo a una ventina di posizioni), in un secondo momento il resto. E’ chiaro però che sarà il primo processo a fare giurisprudenza anche per quelli che verranno dopo. Se ci sarà una sentenza di condanna, è difficile che i giudici della seconda fase possano discostarsene, così come un’eventuale assoluzione si trasformerebbe in un precedente quasi insuperabile.

C’è dunque grande attesa per il dibattimento che aprirà la serie e che potrebbe cominciare in primavera. Lì si vedrà se la tesi della truffa ipotizzata dalla procura regge oppure se hanno ragione quei Pm, ad esempio a Teramo, che hanno chiesto l’archiviazione, dicendo che non c’era dolo a carico dei clienti. Di tutt’altro avviso il pool aretino: i risparmiatori furono indotti a smobilitare i loro investimenti e a puntare sulle subordinate senza che venissero spiegati adeguatamente i rischi cui andavano incontro. Come infatti è accaduto con l’azzeramento dei bond.

di Salvatore Mannino