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Elezioni, il punto fermo del Colle: due sentenze non fanno una legge – Corriere.it

Il presidente della Repubblica Mattarella compie il suo secondo anno da presidente.
E insiste sulla necessità di varare una legge elettorale prima di affrontare il voto

di Marzio Breda

Il ritorno sulla scena di Matteo Renzi ridà fiato alle polemiche sul voto anticipato e impone di aggiornare l’agenda della politica. Anche quella del Quirinale. Sul tema si erano finora mostrati attivi soprattutto Lega e 5 Stelle. Ma ora che in casa di un Pd diviso fin quasi alla scissione c’è qualcuno già pronto a congedare il governo, evocando urne a giugno o addirittura ad aprile, la disputa è aperta. Ed è un problema che rischia di diventare bruciante proprio a partire dal giorno in cui Sergio Mattarella compie (oggi) il suo secondo anno da presidente. Riceverà tanti saluti augurali e di sicuro non mancherà chi proverà a capire che cosa pensi di tale prospettiva. Inutilmente, perché su questo è stato sempre chiaro ed è difficile che arretri.

Gli «smaniosi»

«Due sentenze non fanno una legge»: ecco come si potrebbe sintetizzare il suo pensiero. Che vale anche dopo la parziale bocciatura dell’Italicum da parte della Consulta, il 24 gennaio. Verdetto che ha rianimato la corsa al voto, magari con la finzione di voler intanto cercare accordi. Il presupposto del fronte degli «smaniosi» è che «la risultante» di quella sentenza (sommata, per il Senato, a quanto sopravvive del Porcellum dopo un’analoga precedente pronuncia correttiva) permetta elezioni subito. Non è così. Perché Mattarella ha posto una questione di «omogeneità e armonizzazione», che non c’è, tra i sistemi elettorali delle due Camere. Questo il punto politico su cui resta fermo.

Accordo sulle regole del gioco

Ora, dato che in tali materie non si ammette il vuoto, il sistema resta in sicurezza comunque. Per cui, sì: in linea teorica, si potrebbe votare pure con quei due «relitti» legislativi. Però, ed ecco la remora del presidente, ciò equivarrebbe a un’autocertificazione d’impotenza del Parlamento. Un fallimento davanti al quale, se si profilasse un fatto drastico per togliere la fiducia al governo, gli resterebbe solo la chance d’invitare i partiti ad atteggiamenti ponderati. In modo che, se davvero si intende chiudere la legislatura prima della scadenza, si cerchi almeno di assicurare il miglior risultato possibile alle urne. Ci si può riuscire in fretta, con un accordo sulle regole del gioco. Il minimo per una democrazia. Ragionamenti che Mattarella ha illustrato spesso, negli incontri privati. È la sua maniera d’interpretare il ruolo di «magistratura d’influenza» con cui la Corte costituzionale riassunse nel 2013 il significato dei poteri presidenziali (succedeva nel preambolo alla sentenza sul conflitto tra Quirinale e Procura palermitana). Lui stesso, del resto, ha spiegato come interpreta la veste di garante: «Sono un arbitro, ma appaio silenzioso solo perché i suggerimenti e le esortazioni funzionano meglio senza proclami pubblici».

Briglie sciolte

C’era, in quella confessione, tutto il carattere di questo capo dello Stato. Un uomo che non si sente affatto un’autorità disarmata né rinuncia alle proprie prerogative, come alcuni gli contestano criticandone il self restraint (come gli anglosassoni chiamano l’atteggiamento di riserbo e dominio di sé). Ha ridotto, questo sì, l’uso delle esternazioni, perché teme che parlare troppo lo faccia apparire come tutore di questa o quella soluzione politica. E ha lasciato briglie più sciolte ai partiti: una libertà che li responsabilizza al massimo grado, persino accelerando gli elementi di crisi. Per il resto, l’altro segno distintivo ormai chiaro della sua presidenza è l’attenzione alle sofferenze della persona umana. Una spinta che si è riflessa anche nei risultati più positivi del governo Renzi: dalla legge sull’autismo a quella contro la povertà, dalle norme sulla bioetica a quelle sul «dopo di noi», alle stesse unioni civili.

Sorgente: Elezioni, il punto fermo del Colle: due sentenze non fanno una legge – Corriere.it

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