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Declassamento rating Dbrs, sale il «conto» per le banche italiane alla Bce

 

«Un eventuale esito negativo della revisione del rating assegnato alla Repubblica italiana dall’agenzia Dbrs avrebbe un effetto limitato sulla capacità delle banche italiane di accedere al rifinanziamento presso l’Eurosistema». Già qualche mese fa, nel più recente Rapporto sulla stabilità finanziaria la Banca d’Italia aveva messo le mani avanti, cercando di tranquillizzare i mercati sulle possibili ripercussioni della perdita dell’ultima «A» da parte del nostro debito pubblico.

L’Italia perde l’ultima «A»: Dbrs taglia il rating a BBB

A detta di molti analisti, la decisione presa ieri sera dall’agenzia canadese, tutt’altro che sorprendente da quando lo scorso agosto il merito di credito del nostro Paese era stato messo sotto la lente con implicazioni negative, non sarebbe in effetti particolarmente penalizzante per i nostri istituti di credito, quantomeno per la maggior parte di essi. Anche Standard & Poor’s non più di due giorni fa aveva avuto parole rassicuranti, ricordando che al taglio operato dalla «concorrente» non sarebbe poi verosimilmente seguito da parte loro alcun declassamento ai danni delle banche italiane.

Per capire però come il pronunciamento di Dbrs rischi per il momento di divenire un non-evento occorre fare un passo indietro per ricordare quali sono le sue conseguenze effettive. Come è noto, l’agenzia canadese era l’ultima fra le quattro prese in esame dalla Bce (le altre sono appunto S&P, Moody’s e Fitch) a garantire almeno una «A» al rating italiano, giudizio necessario affinché i titoli del Tesoro possano essere classificati di livello 2 quando vengono utilizzati come collaterale nelle operazioni di rifinanziamento dell’Eurosistema.

Dalla prossima asta l’Italia scivolerà al livello 3 e questo significa che chi porterà BTp e simili come garanzia per ottenere il denaro in prestito si vedrà applicare una trattenuta (haircut) maggiore: per esempio non più lo 0,5% ma il 6% per un titolo con scadenza residua inferiore all’anno come i BoT, oppure il 13% anziché il 5% su bond con durata superiore ai 10 anni. Lo scarto sarebbe in teoria significativo, ma secondo la Banca d’Italia e gli analisti non è poi così rilevante per creare al nostro sistema finanziario più problemi di quanti già non ne abbia.

Il nocciolo della questione sta nel capire quale sia l’utilizzo effettivo di titoli di Stato da parte delle banche italiane come garanzia presso l’Eurotower. Dati certi, purtroppo, si hanno soltanto a livello aggregato europeo, dove la quota legata ai bond sovrani (inclusi anche i Bund dal massimo rating) è circa il 17,7% dell’ammontare complessivo del collaterale depositato. Secondo quanto però risulta a Il Sole 24 Ore, i principali istituti di credito del nostro Paese farebbero un uso piuttosto limitato, in alcuni casi addirittura irrilevante, dei BTp come pegno per le operazioni rifinanziamento, preferendo invece asset quali cartolarizzazioni e covered bond.

Una conferma diretta arriva anche da un portavoce Bce, che commentando ieri il downgrade Dbrs ha ricordato come «alcune controparti che hanno mobilizzato tali titoli potrebbero adesso dover utilizzare collaterale addizionale per mantenere gli attuali livelli di sovra-collateralizzazione». Il linguaggio tecnico nasconde in questo caso due ulteriori aspetti da considerare della vicenda: il primo è che l’impatto di 10 miliardi di euro che molti analisti hanno stimato ai danni del sistema bancario italiano non riguarda denaro addizionale che deve uscire dalle casse, ma il quantitativo di titoli in più che vanno posti a garanzia per mantenere l’attuale livello di finanziamenti.

La seconda questione riguarda appunto l’ammontare stesso delle attività depositate per essere utililizzate come collaterale, che è appunto significativamente superiore a quanto necessario per prendere a prestito il denaro effettivamente richiesto. A fine marzo 2016 la Banca d’Italia parlava appunto di un eccesso (sovra-collateralizzazione appunto) del 40%, cuscinetto che si è probabilmente in parte ridotto visto che il ricorso degli istituti italiani al finanziamento dell’Eurosistema è nel frattempo cresciuto da 151 miliardi ai 202 miliardi di fine dicembre, ma che dovrebbe comunque mettere al riparo dal sorprese.

Anche perché, come si sottolinea sempre nel rapporto sulla stabilità finanziaria, al di fuori del cosiddetto collateral pool, le banche italiane detenevano a fine settembre titoli negoziabili disponibili per 241 miliardi, pari al 164% dell’esposizione di allora presso l’Eurosistema e al 95% di quella sui mercati dei pronti contro termine. Viste le cifre, trovare ulteriori titoli a garanzia non dovrebbe rappresentare quindi un problema insormontabile a livello di sistema, anche se non si possono escludere casi di difficoltà specie fra le banche di minor levatura. Con buona pace di Dbrs, quello della liquidità non è al momento un rischio rilevante per le banche italiane, almeno quello.

Sorgente: Il Sole 24 ORE

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