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Colaninno sta alla Piaggio come il capitalismo allo sviluppo della società: due prospettive inconciliabili

Il 24 gennaio a Pontedera Colaninno Senior, “patron” della Piaggio Spa ha comunicato ai rappresentanti sindacali delle fabbriche della Vespa, di Aprilia e di Moto Guzzi, gli orientamenti aziendali per lo sviluppo prossimo venturo della multinazionale delle due ruote.

Il Presidente non poteva che partire dalla situazione dei mercati principali dell’azienda, cioè quelli europei, dove permane, dalla crisi scoppiata nel 2009, un – 30% nelle vendite, senza alcuna evidente prospettiva di ripresa.

Dopo questa constatazione, che giustifica la scelta di delocalizzare le produzioni in Vietnam e India, Colaninno ha iniziato a parlare delle prospettive di tutta la filiera produttiva delle due ruote, entrando nel merito di strategie industriali improntate allo sviluppo intensivo dell’automazione, che in breve tempo sostituirà gran parte del lavoro umano oggi impiegato, a partire dalla verniciatura e ai magazzini (logistica), ma in rapida espansione in tutto il sistema di produzione degli stabilimenti interessati.

La famosa industria 4.0, a causa della quale nelle nazioni sviluppate si stima che siano in pericolo tra il 35 e il 47% dei posti di lavoro (come segnalato in un report della Bank of America), sostituiti a breve da robot.

Per lo sviluppo dei nuovi sistemi produttivi in Piaggio la Regione Toscana ha messo a disposizione 5 milioni di Euro, finanziando su un bando europeo (FAR – Fas) il progetto Centauro (Colavoro, efficienza e prevenzione nell’industria dei motoveicoli mediante tecnologie di automazione e robotica), di cui è capofila Piaggio e la Scuola S.Anna di Pisa.

Venti gli ingegneri già assunti, che stanno lavorando al processo di automazione delle linee di montaggio. Ironia della storia: Lo spazio in cui operano è all’interno di Pont-Tech, davanti alla fabbrica della Vespa.

Si usano fondi pubblici di ritorno dall’Unione Europea per sviluppare tecnologie che incrementeranno la disoccupazione.

Ma Colaninno non si limita alla sola raccolta di fondi pubblici, nella quale è molto esperto (basta fare la somma dei fondi ottenuti da Piaggio per gli ammortizzatori sociali).

Di fronte alla perdurante crisi e alla luce dei profondi cambiamenti politici in corso, di cui Colaninno ha ampiamente parlato durante la sua relazione (Brexit, l’elezione di Trump negli USA), il Presidente della Piaggio ha sollecitato l’Unione Europea ad adeguarsi, introducendo limitazioni e dazi sui prodotti provenienti da altri mercati e paesi.

Quali insegnamenti ci vengono dalle dichiarazioni di Colaninno e dalla velocità con la quale le sta mettendo in pratica?

1)    La crisi sistemica del capitalismo sta assumendo caratteristiche sempre più marcate e profonde, mettendo in stridente contraddizione lo sviluppo delle forze produttive (in questo caso la cosiddetta industria 4.0) e i “rapporti di produzione”, cioè le relazioni tra i soggetti coinvolti nel sistema produttivo (i lavoratori), più in generale una parte sempre più consistente della società e il sistema di comando, cioè i padroni e chi ne fa le veci (manager, tecnici altamente specializzati, rappresentanti politico/istituzionali che orientano le risorse pubbliche a loro favore).

2)    Lo scontro tra grandi potenze politiche, economiche e militari sta riportando il mondo a epoche che sembravano superate dalla Storia, che tornano come “estrema ratio” per cercare di rispondere con la forza a una crisi economica che non trova soluzione, ma anzi peggiora costantemente. Finita l’epoca della globalizzazione, si torna alla competizione globale, al “tutti contro tutti” delle guerre commerciali, finanziarie, economiche e militari.

3)    Le strategie industriali dei grandi gruppi si adeguano, puntando sul protezionismo e sui fattori della produzione dove è ancora possibile estrarre profitto: la mano d’opera e la società, attraverso la riduzione generalizzata dei salari, l’intensificazione dello sfruttamento, il ritorno a forme di lavoro schiavistico e gratuito, la distruzione dei servizi sociali (sanità, trasporti, educazione, edilizia pubblica), la creazione di un immenso “esercito industriale di riserva”, fatto di disoccupati interni ed esterni, in fuga dai propri paesi distrutti da guerre devastanti e da sfruttamento ancor più feroce.

Siamo di fronte ad una “politicizzazione” dello scontro interno e internazionale.

Politicizzazione che passa attraverso le forme possibili messe a disposizione dai rapporti di forza tra le classi e dai residui di democrazia rappresentativa, le elezioni, che divengono una clava usata da ampi settori di massa per dire di NO alle politiche degli esecutivi, com’è successo in Inghilterra con la vittoria di Brexit, negli USA con l’affermazione di Trump e in Italia con la sconfitta del governo Renzi al referendum sulla Costituzione. Più che a favore di qualcuno si vota contro l’attacco sistematico al tenore di vita di milioni di persone, che non rispondono più alle chimere della propaganda, ma mandano all’aria gruppi dirigenti e i loro progetti.

Di fronte a questo scenario le forme tradizionali di resistenza, nella società e sui posti di lavoro, mostrano con tutta evidenza la corda.

Le esternazioni di Colaninno sui motivi politici che spingono il suo management a puntare sul protezionismo interno, sull’espulsione di mano d’opera dalle fabbriche italiane attraverso l’automazione forzata e sul rafforzamento della proiezione verso i paesi dove mano d’opera e materie prime costano meno ci impongono una riflessione di fondo sulle nuove sfide che ci aspettano per il prossimo futuro.

La resistenza nei singoli posti di lavoro, nelle aziende, nelle fabbriche, sui territori, è l’elemento costituente di ogni possibile ripresa del movimento operaio, delle nuove figure del lavoro e del non lavoro. Ma non basta.

Occorre costruire le condizioni per la ricomposizione politica del mondo del lavoro e di tutti quei settori sociali colpiti sempre più duramente dalle politiche imposte dall’Unione Europea attraverso i suoi diktat e la sua classe industriale transnazionale, ben rappresentata dalla famiglia Colaninno.

Quel che non si può raggiungere oggi sul terreno vertenziale lo si potrà ottenere attraverso una battaglia politica generale, come dimostrato con la vittoria del NO al referendum il 4 dicembre scorso. In quella battaglia vinta, il NO Sociale e la Piattaforma Eurostop hanno svolto un ruolo importante, con lo sciopero del 21 ottobre e la manifestazione del 22 ottobre, giornate che hanno condensato una spinta politica, sociale e sindacale la quale, dopo anni, ha tolto il sonno ai poteri forti (PD, Confindustria, mass media, banchieri), usciti malconci da questa sfida.

Intorno a quel NO occorre costruire un’ipotesi strategica di rottura delle politiche lacrime e sangue imposte dalla Troika europea e dalla classe politico/industriale che le incarnano, attraverso la nazionalizzazione delle industrie strategiche e delle banche, l’espropriazione delle fabbriche tenute in piedi attraverso la rapina degli ammortizzatori sociali e lo sfruttamento intensivo della mano d’opera, la riduzione generalizzata dell’orario di lavoro che valorizzi l’uso dell’automazione a favore dell’uomo e non del profitto, la ripubblicizzazione generalizzata dei servizi, un reddito sociale per tutti i soggetti colpiti dalla crisi, il rilancio delle politiche abitative pubbliche.

Intorno a questo corpus di proposte occorre costruire una massa critica che, partendo dalle lotte di carattere nazionale, si ponga immediatamente l’obiettivo di interloquire e costruire unità d’azione con gli altri popoli del continente europeo e mediterraneo, più colpiti dal progetto d’integrazione autoritario e imperialista dell’Unione Europea.

In questi giorni la Piattaforma Sociale Eurostop, soggetto politico trainante del NO sociale al Referendum, sta gettando le basi per l’aggregazione di forze politiche, sociali e sindacali che condividono questa impostazione di rottura delle compatibilità imposte dall’esterno a tutti i popoli europei, soprattutto quelli del Sud.

Su questa strada riteniamo sia possibile creare le condizioni per sconfiggere finanzieri d’assalto come Colaninno che infestano il continente europeo, riducendolo in un  luogo di sofferenza e disperazione per milioni di vecchi e nuovi proletari.

 

Sorgente: Rete dei Comunisti – Colaninno sta alla Piaggio come il capitalismo allo sviluppo della società: due prospettive inconciliabili

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