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Che fine hanno fatto i deputati che nel 2013 votarono contro i CIE? – Possibile

Nel 2013 la Camera votava una mozione per il definitivo superamento dei CIE, luoghi in cui era stata riscontrata una «altissima compressione dei diritti fondamentali». Dove sono i 234 che votarono a favore?

Quando sosteniamo che la strategia promossa dal nuovo ministro dell’Interno del nuovo governo Gentiloni, fondata sulla riapertura dei CIE (uno per regione, si dice) quali strumenti per facilitare i rimpatri, è sbagliata, ci ritroviamo in compagnia di pochissime altre forze politiche. Dal Partito Democratico (azionista di maggioranza del governo), al M5S, alla Lega Nord, tutti condividono la proposta, salvo qualche timida voce contraria.

Fuori dalle stanze della politica, invece, il clima è molto diverso. Da ARCI a Famiglia Cristiana, dalla campagna LasciateCIEntrare alla Fondazione Migrantes, tutti hanno ribadito l’inutilità di questa strategia, già sperimentata negli anni passati e già condannata dalla storia.

E infatti si pensava che anche la politica avesse preso coscienza del fallimento quando, il 9 dicembre 2013, la Camera approvò la mozione Zampa, con 234 voti favorevoli e 36 voti contrari, e con parere favorevole del governo, rappresentato dall’allora sottosegretario Manzione, che è sottosegretario anche oggi. La mozione era il frutto di un lavoro di indagine diretta e cita numerose ulteriori indagini, promosse sia da organi istituzionali che dall’associazionismo. Il ritratto dei CIE non poteva che essere catastrofico, descritti come «luoghi di detenzione amministrativa», con un tasso di efficacia dei rimpatri «del 50,54%», nonostante l’allungamento del termine massimo di detenzione da 60 giorni a 18 mesi (ridotto successivamente a 3 mesi, poi riportato a 12), del quale si rilevava la «sostanziale inutilità». Nei CIE, prosegue il testo, «si sono verificate gravi violazioni dei diritti umani», dato che «la struttura dei CIE è simile a quella dei centri di internamento», rendendo – secondo Medici per i diritti umani – «il disagio psichico dei migranti uno degli aspetti più preoccupanti e di più difficile gestione all’interno dei centri». Dalle visite effettuate dai firmatari è emersa «un’altissima compressione dei diritti fondamentali. […] Si è riscontrata la presenza di persone private della libertà personale per lunghissimi periodi di tempo». Una inefficacia e una disumanità che «forse rivela il vero intento della norma: introdurre una lunga carcerazione preventiva per pochi malcapitati, in modo che serva come monito e deterrente per altri» (esattamente quanto auspicava Debora Serracchiani solo pochi giorni fa riguardo i rimpatri: «rimpatriarne uno per educarne cento», potremmo dire), mentre la Corte Costituzionale ribadiva che in alcun modo e per alcuna necessità «può risultarne minimamente scalfito il carattere universale della libertà personale, che, al pari degli altri diritti che la Costituzione proclama inviolabili, spetta ai singoli non in quanto partecipi di una determinata comunità politica, ma in quanto esseri umani».

Detto tutto ciò, la Camera impegnava il Governo (in forma sintetica, il testo completo è qui):

  • a ripensare gli attuali strumenti di gestione dell’immigrazione irregolare che risultano inefficaci (per quanto attiene all’effettività dei provvedimenti di espulsione) e costosi […] e ad abbattere i tempi di permanenza nei centri di identificazione ed espulsione, oggi inaccettabili per durata e inutili;
  • ad assumere iniziative per riformare l’intera disciplina dell’ingresso, del soggiorno e dell’allontanamento dei cittadini stranieri, riducendo a misura eccezionale, o comunque del tutto residuale, il trattenimento dello straniero ai fini del suo rimpatrio, a favorire l’opzione del rimpatrio volontario assistito prima di procedere a qualunque forma di allontanamento coatto;
  • ad assumere iniziative per rivisitare le norme che sanzionano l’ingresso e il soggiorno irregolare;
  • ad introdurre politiche migratorie atte a garantire effettive possibilità di ingresso regolare e di inserimento sociale, nonché a introdurre meccanismi di regolarizzazione ordinaria;

Durante la discussione in Aula, Sandra Zampa dichiarò che «Il sistema dei CIE è un sistema fallimentare e il reato di ingresso e di soggiorno illegale nel territorio dello Stato ha finito con l’aggravare la situazione. […] Dobbiamo prendere atto che questo sistema è fallito per innumerevoli ragioni, in testa alle quali pongo – e credo che, con me, siano molti coloro che esprimono accordo – il costo umano. È vero, lo hanno ricordato Marazziti e Fratoianni e anche la collega del MoVimento 5 Stelle, quando si entra in un centro di identificazione e di espulsione non si può più dimenticare ciò che si è visto. A quindici anni dalla loro istituzione, i CIE si configurano e si confermano come strutture congenitamente incapaci di garantire il rispetto della dignità e dei diritti fondamentali della persona. Ma ciò che si rileva è anche che l’istituto della detenzione amministrativa è improduttivo per gli scopi dichiarati, e voglio ricordarlo che la detenzione amministrativa è un ricordo che viene solo dai peggiori regimi della storia».

Dove sono i 234 che votarono a favore? La legislatura è la stessa, i parlamentari sono gli stessi. Si facciano sentire, o si vergognino di assecondare le volontà del governo di turno, anche quando queste non sono rispettose dei diritti degli ultimi. Non sarebbe la prima volta che il Governo fa quel che gli pare, in barba alla volontà espressa dal Parlamento: era già successo – guarda caso, sempre sulla pelle dei migranti – con la mancata cancellazione del reato di immigrazione clandestina, nonostante la legge delega approvata dal Parlamento.

Sorgente: Che fine hanno fatto i deputati che nel 2013 votarono contro i CIE? – Possibile

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