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All’agnello Obama crescono i denti da lupo | Lucia Annunziata | huffingtonpost.it

huffingtonpost.it – All’agnello Obama crescono i denti da lupo

La guerra fra poteri si riaccende nel cuore degli Stati Uniti.

Scrivo “si riaccende” perché l’attacco di Obama a Trump, via Putin, il tentativo dell’ormai ex Presidente di condizionare le decisioni prossime del nuovo Presidente, e, in prospettiva, – perché non immaginarlo? – preparare il terreno per un impeachment, può sorprendere solo chi dell’America ha, o preferisce avere, una visione propagandistica. E può sorprendere solo chi del Presidente Obama ha sempre preferito coltivare una immagine da santino.

In realtà un robusto, spesso pericoloso, conflitto interno è parte sostanziale di una democrazia come quella americana che è sempre stato un sistema attraversato da complotti, violenze, e rese dei conti. Basterà qui ricordare i ben 4 presidenti uccisi, a partire da Abraham Lincoln nel 1865 e arrivando a John F. Kennedy a Dallas, in Texas, il 22 novembre 1963 .

Basterà qui ricordare il Maccartismo, le schedature dell’Fbi, le operazioni segrete contro i nemici Usa, le manovre intorno al Vietnam, l’impeachment di Nixon, lo scandalo Contras, le guerre di spie di epoca reaganiana (che fanno sembrare sciocchezze le espulsioni di Obama oggi) gli scandali sessuali dei Clinton e le gigantesche false verità raccontate all’Onu da Bush.

Vitale e fetida, la democrazia americana non ha mai perso lo spirito animale che l’ha creata e sostenuta in quasi due secoli di incontrastata ascesa nel mondo. Un vitalismo spesso trasformato nella impeccabile foto di un perfetto sistema di pesi e contrappesi. Immagine popolare ma creazione, più che di verità, di una poderosa macchina produttrice di mitologia sul destino speciale americano. Macchina essenziale dello sviluppo americano, ben anteriore ad Hollywood, se è vero che alcuni dei testi fondamentali del mito americano (ad Harvard in primis) sono libri come quello di James Fenimore Cooper, The Prairie, del 1827, o Walden di Henry David Thoreau, del 1847.

Nulla di nuovo dunque a Washington. Salvo, forse, la sorpresa di vedere crescere i denti da lupo all’agnello Obama.

Minacciato nella sua eredità, nel significato stesso della sua presidenza, ha tirato fuori le verità che albergavano evidentemente nel suo cuore – e ha finalmente parlato di razzismo, di fine della speranza, ha fatto all’Onu un passo contro Israele, ha inviato, via Kerry, una denuncia dell’espansionismo israeliano in Cisgiordania accusando direttamente Israele di essere una minaccia per la pace. Ha poi mobilitato la Cia, con il suo rapporto sulle ingerenze russe nelle elezioni Usa, e l’Fbi sulle operazioni di hackeraggio di Putin, fino alla espulsione di 35 supposte spie di Mosca.

In tutti questi passaggi si legge lo scopo evidente di costruire un muro intorno a Trump, precipitando situazioni di fatto che il prossimo presidente dovrà platealmente cancellare. Sono mosse intese anche a raccogliere e galvanizzare lo scontento delle molte istituzioni che saranno fatte fuori dalla politica di Trump: si attendono pulizie generali dentro la Cia, dentro l’Fbi, la dismissione di progetti militari contro Putin in Europa e Medio Oriente, in Africa. Sono mosse di posizionamento di una guerra interna il cui profilo è già chiaro.

Cade così la limata, lisciata versione del presidente ” buono” Obama. La novità che si segnala in questi giorni è proprio la caduta della convenzione rassicurante, alcuni preferirebbero dire “buonista”, del potere Usa che è sembrata prevalente in questi ultimi otto anni della amministrazione democratica. Una ammissione tardiva, ma non meno feroce perché tale, dello scontro di potere che si è mosso sotto le acque apparentemente tranquille dell’amministrazione Obama. Otto anni finiti, non a caso, con la vittoria di Donald Trump, il cui successo è stato inversamente proporzionale allo sfaldamento politico vissuto dall’interno del mondo democratico perfetto degli Obama.

Anche in questo senso, l’elezione di Donald Trump ha messo allo scoperto una parte di verità sugli Stati Uniti. Rompendo i luoghi comuni, le banalità, ed esponendo invece l’asprezza delle divisioni interne del Paese su praticamente ogni tema, da Israele, al petrolio, al mondo musulmano, al nazionalismo
economico, all’immigrazione, alle alleanze di mercato, fino a, e non ultimo, il riscaldamento globale.

La divisione che attraversa ora l’America non è questione di politica o di ideologie. Riguarda il giudizio su cosa è il mondo in cui viviamo, e riflette opinioni e divisioni che attraversano tutti i nostri paesi occidentali. Per questo, la lotta fra democratici e repubblicani nei prossimi anni sarà in grado di imbastardirsi al suo interno a un livello che farà apparire ogni precedente un gioco da gentiluomini.

Ma c’è una differenza fra il conflitto interno agli Usa oggi e quelli del passato. L’America è entrata in una fase di lotta intestina ogni volta che il suo destino dominante è stato minacciato da una sconfitta. La crisi interna dei diritti civili, la crisi internazionale del Vietnam, e poi dell’Iran, la crisi petrolifera degli anni settanta. E anche oggi vi si ritrova la stessa traccia di debolezza.

La crisi odierna ha però un contesto diverso. L’America di Trump si affaccia su un mondo in cui il suo potere di controllo non è solo debole, è anche già ampiamente sostituito da altri centri di potere. E’ un mondo con altre grandi nazioni di fatto esenti dalla influenza Usa, come il blocco asiatico; un mondo in cui per Washington l’Europa stessa non è più una sponda indiscutibile, e il Medioriente e l’Africa sono praticamente persi. Un contesto in cui gli Usa non sono più né il maggior mercato né il maggior produttore, e nemmeno il maggior contribuente per la spesa per aiuti allo sviluppo dei paesi terzi. La risposta ironica e condiscendente di Putin a Obama è una prova agghiacciante di questa “superfluità” americana.

Un mondo in cui ognuno corre per sé.

L’America in cui si riaccende la guerra politica interna avrà dunque molte poche sponde a cui aggrapparsi con una certa sicurezza, mentre viceversa noi alleati degli Americani abbiamo molte meno ragioni per poterci schierare con e per gli Stati Uniti. Un disvelamento non da poco, che ci porterà, nei prossimi mesi ed anni, a ri-tarare il nostro giudizio e le nostre previsioni su cosa sono gli Usa per noi e su cosa davvero ci conviene fare di loro, e con loro.

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Sorgente: All’agnello Obama crescono i denti da lupo | Lucia Annunziata

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