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Ti laurei e poi lavori? Ovunque, ma non in Italia – l’Espresso

espresso.repubblica.it/ – Ti laurei e poi lavori? Ovunque, ma non in ItaliaPubblicate dal Times Higher Education l’elenco delle migliori università europee che garantiscono un impiego agli ex studenti.

Per arrivare al primo ateneo del nostro paese bisogna scorrere fino alla posizione 78   –  di Maurizio Di Fazio

Dimestichezza con le lingue straniere, importanti esperienze lavorative pregresse, un solido curriculum; e, soprattutto, l’avere in tasca una laurea conseguita in un’università di peso, in uno di quegli atenei che davvero contano in questo mondo sempre più piccolo, competitivo e diseguale.

C’è pezzo di carta e pezzo di carta, 110 e lode e 110 e lode. Una ristretta e premiata élite degli studi avanzati che licenzia classi dirigenti, tecnocrati e imprenditori milionari, e tutto il resto della carovana che arranca in salite irte di vanagloria. E l’università italiana? Corre lentamente, as usual.

Nulla pare veramente cambiato negli ultimi anni. Siamo sempre molto indietro nel gruppo. Non potremmo nemmeno considerarci tecnicamente dei gregari. Ingoiamo, facendo finta di niente, la polvere sollevata da fondisti e velocisti. Molti dei quali provengono da nazioni emergenti, di nuova alfabetizzazione finale post-scolastica.

E pensare che le avremmo inventate noi, le università moderne, giusto un millennio fa. La solita Italia che non investe come dovrebbe e potrebbe sulla trasmissione del sapere, sull’istruzione d’eccellenza, sui giovani: sul suo futuro.

Come evidenziano due ricerche pubblicate da The Times Higher Education , una prestigiosa rivista inglese specializzata nell’istruzione superiore e universitaria. Da un lato uno studio che stila una classifica delle università che assicurano maggiori garanzie lavorative ai propri ex studenti; dall’altro un report più generale sulle migliori università del pianeta, in base a un ranking a varie voci. Su entrambi i fronti l’Italia ne esce male.

Meglio studi, prima e meglio troverai lavoro (in campi tendenzialmente scientifici, non umanistici). Ma se resti nel Belpaese le occasioni di essere assunto non con un voucher o per fare il fattorino, ma alla luce dei tuo percorso intellettuale, si assottigliano sensibilmente. Si spiega così l’inarrestabile fenomeno degli “universitari in fuga” (all’estero), e forse pure quel sentimento di ostinata antipolitica che gonfia il cuore illividito dei nostri 25-34enni.

Per redigere la prima lista sono state coinvolte decine di amministratori delegati di grandi aziende, responsabili delle risorse umane, cacciatori di teste, consulenti.

In testa, tra le università che fungono come un passaporto per un’occupazione sicura e quasi sempre coi fiocchi, svettano i campus americani: primo il  California Institute of Technology (con un ranking di 927), con poco più di 2000  studenti (il 27 per cento dei quali da fuori gli States) e un formidabile rapporto laureandi-professori di 6 a 1; secondo, il  Massachusetts Institute of Technology (ranking 887), una popolazione di quasi 12 mila allievi anche qui beneficiati da un invidiabile rapporto numerico col corpo docente; terza la Harvard University (20 mila studenti), la più vecchia e rinomata d’America, nella sua storia ha sfornato 30 capi di Stato, 48 premi Pulitzter e altrettanti Nobel, frequentare le sue aule e i suoi ambienti significa valere a prescindere, è un contratto di lavoro in bianco una volta concluso il piano di studi.

Segue la Gran Bretagna: la locomotiva è Cambridge, 18 mila iscritti, un quarto proveniente da fuori il Regno Unito, 150 dipartimenti, nei suoi annuari 92 premi Nobel, e un centro di ricerca scolpito nella leggenda; poco più in giù ecco l’eterna rivale Oxford, la più antica di lingua inglese appetita, anch’essa, per lo studio delle scienze. In Europa difendono il vecchio orgoglio continentale la Francia e la Germania (la  Technical University di Monaco è ottava), persino il Giappone si guadagna un promettente decimo posto (con l’University of Tokio) mentre per arrivare alla prima università tricolore bisogna scrollare con il mouse fino alla 78esima posizione

Quando ci si imbatte, finalmente, nella Bocconi di Milano, con un ranking che è quasi un quinto della capolista a stelle e strisce.

C’è poi la graduatoria 2016-2017 relativa alle migliori 980 università del pianeta, tarate per la qualità dell’insegnamento e della ricerca, il trasferimento delle conoscenze, le prospettive internazionali e altri indicatori di performance verificati dagli stessi studenti, docenti, dirigenti universitari, aziende e governi.

La competenza in una vasta gamma di discipline, piuttosto che le prestazioni eccezionali in pochi ambiti, è la chiave di volta del loro eventuale successo.

E qui per i nostri fiori accademici all’occhiello va ancora peggio: la migliore in assoluto è la Scuola Normale Superiore di Pisa, al 137esimo posto, seguita dalla Scuola Superiore Sant’Anna (190esima), pisana anch’essa. Fossero le Olimpiadi, non ci qualificheremmo nemmeno per le più remote delle gare eliminatorie.

Medaglia d’oro, in questo caso e per la prima volta in 12 anni di storia della World University Rankings, all’Inghilterra con Oxford, che batte il cinque volte campione del mondo California Institute of Technology e la Stanford University.

Nel complesso, gli Stati Uniti continuano a dominare la scena con 63 campus disseminati nella top 200. In continua ascesa poi le università asiatiche (19 tra le prime 200); bene Germania e Paesi Bassi; in calo la gloriosa Francia, e d’inverso un nuovo exploit per l’Istituto federale svizzero di tecnologia di Zurigo, nono classificato per il secondo anno consecutivo.

Markus Püschel, responsabile del dipartimento di informatica, ha attribuito la sua affermazione al “generoso finanziamento” del governo svizzero in fatto di ricerca e istruzione e agli incentivi permanenti appannaggio dei suoi professori, per reclutare ogni anno nuovi ricercatori.

Tutto questo consente all’ateneo di Zurigo di “impegnarsi in ricerche ad alto impatto scientifico, e di lungo termine”. Per dirne una, un ricercatore del suddetto Istituto svizzero sta progettando un’architettura alternativa di Internet. Meditiamo, governanti italiani con o senza l’Italicum, meditiamo.

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Sorgente: Ti laurei e poi lavori? Ovunque, ma non in Italia – l’Espresso

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