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Terrorismo – Fra prevenzione e chirurgia | l’Unità TV

Adriano Sofri

C’è un tempo della chirurgia: nella notte milanese, nella Siria e nell’Iraq del Califfato, e purtroppo in tanti altri angoli d’agguato. E c’è un tempo della prevenzione, della comprensione, del confronto.

Ci sono persone che anche di fronte a crimini atroci come il massacro di Berlino e l’assassinio del bravo camionista polacco non rinunciano a interrogarsi sulle «nostre colpe»: le colpe di un occidente che ha nella
sua storia antica e recente colonialismo, razzismo, guerre d’interesse… Bisogna rallegrarsi che esistano persone così, a condizione di riconoscere l’equivoco in cui incorre la loro interrogazione. C’è un tempo in cui un invasato affiliato a qualunque fanatismo e armato di qualunque arma, kalashnikov o coltello o aereo o camion, vi si para di fronte per ubriacarsi del vostro e del suo martirio.

Qualunque storia ve l’abbia portato di fronte, c’è una cosa sola da fare, con ogni mezzo: fermarlo. Ucciderlo, anche, prima che continui a uccidere, per dirlo con le parole intere. È successo nella strada di notte di Sesto San Giovanni. È così per un invasato ed è così anche per un intero esercito di invasati che si fa Stato e rende abitudine collettiva e disciplinata l’impulso alla ferocia che può impadronirsi di un individuo, e si compiace di uccidere all’ingrosso e darne spettacolo e farne la chiave del proprio reclutamento. L’intero sedicente Stato Islamico in Siria e in Iraq ci sta di fronte come lo scellerato Anis Amri nella notte milanese. Allo Stato Islamico si è consentito di imperversare per anni senza che l’equivalente di una brava pattuglia di polizia andasse a fermarlo. In questa incredibile inerzia l’equivoco sul tempo dell’interrogazione sulle «nostre colpe» ha avuto il suo peso.

L’equivoco è micidiale. Ma non è meno micidiale il suo contrario. Il suo contrario è il rifiuto a misurarsi con la strada che ci ha portato di fronte questi nemici giurati. Non intendo spiegare il fanatismo assassino con la povertà o l’ignoranza o le ingiustizie sociali. Non solo perché i campioni del fanatismo assassino sono spesso benestanti e saputi e spregiatori della giustizia, a partire dall’iniquità più abietta, la soggezione delle donne. Ma soprattutto perché la spiegazione “sociale” diventa facilmente giustificazione, e cancella la parte ultima di libertà e di responsabilità che non può essere negata neanche al più povero e ignorante degli assassini.

La differenza somiglia a quella fra la medicina preventiva e la chirurgia. C’è un tempo della chirurgia: nella notte milanese, nella Siria e nell’Iraq del Califfato, e purtroppo in tanti altri angoli d’agguato. E c’è un tempo della prevenzione, della comprensione, del confronto. Il nostro spicchio di mondo si è rassegnato a contrapporsi fra pietà e spietatezza, fra inerzia e azione, rese esclusive e nemiche. Come una medicina fatta solo di sale chirurgiche, o solo di medici di famiglia.

Anis Amri è morto e la sua storia, piuttosto la sua fedina penale, viene raccontata come un itinerario che annunciasse inesorabilmente fin dallo sbarco a Lampedusa il mercatino natalizio di Berlino. Non è così. Non è così nemmeno nelle fiamme che appiccò ai centri di accoglienza, nemmeno nella minaccia: «Ti taglio la testa», proferita contro un compagno di galera «cristiano».

Quel «Ti taglio la testa» suona oggi come un anticipo di Califfato: troppa grazia. Solo di recente si è cominciato a discutere seriamente delle carceri come culla di «radicalizzazione» islamista. Fino a poco fa erano rare le carceri in cui fra le persone addette alla custodia e alla risocializzazione figurasse uno solo che parlasse e ascoltasse l’arabo. Eppure era chiaro che nelle galere si giocava una partita delicatissima.

Permettetemi di ricorrere alla mia personale esperienza, e di citare alcune delle cose che scrissi innumerevoli volte da lì. Così, per esempio, quindici anni fa: «Ormai la maggioranza dei miei coinquilini /in carcere/ sono stranieri, maghrebini i più. Giovanissimi quasi tutti. Sono arrivati da clandestini, gli piaceva l’Europa, la vita europea. Una volta arrivati hanno trovato la droga, da spacciare e da consumare, le due cose insieme. Lo spaccio è fra i famosi lavori degradati che gli italiani non vogliono fare più… Vengono in galera per questo, i ragazzi maghrebini; tranne qualche algerino più all’antica, che fa il borseggiatore. L’islam per loro è una certezza assente, rinviata a un’età più matura. Non si sognerebbero nemmeno di non credere in Allah, o di bestemmiarlo; ma non si sognano nemmeno di pregarlo le cinque volte, tranne pochissimi. Benché l’Italia che sognarono sia ora la galera, non si rassegnano a non sognarla più; e a fratelli e sorelle scrivono che abitano in Italia –non è una bugia. Fanno il tifo per le squadre italiane, a volte già prima di arrivare: per l’Inter, la Juventus, il Milan, la Fiorentina. Lo fanno anche più degli italiani. Il tifo calcistico è la più facile, e forse l’unica accoglienza che l’Italia offre loro.

Sono extracomunitari e irregolari, ma almeno interisti e juventini. Perfino al campionato del mondo oscillano fra la loro nazionale, se c’è, e quella italiana. Sono pronti a quel patriottismo dei nuovi arrivati che l’America seppe promuovere così sagacemente. Se ci fosse una chiamata alle armi, si arruolerebbero per primi e correrebbero alle frontiere. Si potrebbe prendersi qualche cura di loro, non per bontà (non è facile esser buoni, succede a pochi) ma perché in fondo sono spesso il fiore della gioventù dei loro paesi, e ci farebbero comodo. Per fare i lavori che noi non vogliamo più (non solo lo spaccio) e anche per fare il nostro gioco presso il mondo nemico. Degli stranieri che vengono da noi non si può pensare davvero che non vengano affatto. Allora possono succedere tre cose, in sostanza. Che una maggioranza fra loro venga, si trovi un suo posto, si porti la sua famiglia, si tenga i suoi costumi, e viva pacificamente fra noi, senza pretendere esoneri dalle nostre leggi, senza che noi ci illudiamo troppo di assimilarli alla nostra cultura. Che una minoranza fra loro si radichi fa noi, sia aperta e curiosa della nostra cultura, ne apprezzi le cose migliori, e se ne faccia ambasciatrice a casa sua: e quei ragazzi coi quali vivo qui dentro sarebbero spesso candidati idonei a questo proposito. Che un’altra minoranza viva fra noi coltivando un ripudio e un odio per il nostro modo di vita, e si faccia avanguardia militante della guerra islamista contro la nostra parte di mondo. In generale, noi non ci mostriamo interessati a questi possibili esiti. I nostri comportamenti ‘spontanei’ congiurano contro di noi».

Scrivevo così, per esempio, più di quindici anni fa. Oggi è diventato tutto più difficile, ma non ha smesso di essere vero.

Sorgente: Terrorismo – Fra prevenzione e chirurgia | l’Unità TV

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