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Super-pattuglie antiterrorismo «Temiamo vendette contro di noi»

Secondo Maurizio Vallone, capo del Servizio controllo del territorio del Dipartimento di Ps, dopo l’uccisione del terrorista Anis Amri «la divisa è diventata un bersaglio privilegiato». E ancora: «Filtraggi obbligatori per i concerti di fine anno»

di fsarzanini@corriere.it

Oltre 1.800 uomini e 400 macchine in più al giorno per una spesa che supera i 100milioni di euro al mese. L’Italia rimodula il dispositivo antiterrorismo dopo l’uccisione a Milano dell’attentatore di Berlino Anis Amri. E «blinda» le manifestazioni pubbliche, i concerti, gli eventi per le festività che potrebbero trasformarsi in bersaglio per una vendetta che ormai nessuno si sente di escludere. Maurizio Vallone è a capo del servizio controllo del territorio del Dipartimento della Pubblica sicurezza, l’alto funzionario di polizia che su mandato del prefetto Franco Gabrielli pianifica e coordina gli interventi.

Si può dire che in cima alla lista degli obiettivi ci sono i poliziotti?

«È la prima volta che un terrorista viene ucciso in Italia e sicuramente una divisa è diventata bersaglio privilegiato. Non dimentichiamo che anche in Francia sono stati uccisi due poliziotti. Noi siamo la vetrina dello Stato».

Esistono strumenti efficaci di difesa?

«Dobbiamo essere particolarmente attenti, prendere tutte le iniziative possibili di autotutela. Non è un caso se le circolari del prefetto Gabrielli riguardano anche le modalità di intervento per il personale fuori servizio. Noi contiamo sulla professionalità di chi effettua i servizi in strada, i nostri uomini hanno il massimo livello di addestramento».

Questo ha salvato i due agenti di Milano che hanno ucciso Amri?

«Sono stati perfetti, la loro è stata un’operazione da manuale. Tecnicamente si chiama triangolazione del tiro: vuol dire che non si sono esposti insieme di fronte alla persona da controllare. Così, quando il tunisino ha sparato contro uno di loro, l’altro ha potuto reagire e neutralizzarlo».

Appena dieci giorni fa il prefetto Gabrielli aveva sottolineato l’importanza che il controllo del territorio venga affidato ai poliziotti. Vuol dire che dalle città andranno via i soldati?

«No, perché i presidi sono importanti e hanno anche una funzione deterrente. Ma il loro compito deve fermarsi qui. Altra cosa è il controllo del territorio, attività complessa e articolata che spetta esclusivamente a polizia, carabinieri e Guardia di finanza visto che vengono addestrati in maniera specifica. Del resto esistono anche norme molto rigide in materia e a queste ci atteniamo per far funzionare l’intero sistema».

Per tentare di scongiurare il rischio di attacco utilizzerete maggiormente personale in borghese?

«Non è previsto, anzi. Vedere le divise serve a rassicurare i cittadini e quindi a far sì che aumenti la percezione di sicurezza. Inoltre riteniamo che la loro presenza sulle strade sia uno strumento per attirare la minaccia e distoglierla dal cittadino indifeso, dunque non ci sarà alcun cambiamento».

Dopo l’attentato di Berlino il ministro dell’Interno Marco Minniti aveva sollecitato modalità di controllo diverse per ogni città. Queste modifiche sono già operative?

«Sono entrate in vigore immediatamente, come dimostra proprio quanto accaduto a Milano: attualmente la priorità è il controllo delle persone sospette e la protezione degli eventi».

Come è strutturato il modello operativo?

«Oltre agli agenti in servizio in ogni città, abbiamo 1.800 uomini a disposizione per potenziare i servizi quando questori o prefetti lo richiedono. L’aspetto principale in questo momento riguarda quanto accade prima delle manifestazioni ritenute a rischio: noi elenchiamo le prescrizioni da rispettare, se la risposta non è adeguata scatta il divieto».

Possiamo fare un esempio concreto?

«Un concerto di fine anno non si potrà svolgere se non ci saranno “filtraggi” delle persone all’entrata e all’uscita, come avviene negli stadi. Inoltre dovranno essere montate le barriere di cemento per impedire l’accesso dei mezzi. In ogni occasione saranno presenti le Unità operative antiterrorismo».

Con quali compiti?

«Sono pattuglie addestrate dai Nocs che si muovono su macchine blindate e con la dotazione di fucili ad alta precisione. Sono sempre su strada e intervengono in caso di emergenza».

Quante sono?

«Abbiamo a disposizione 400 poliziotti e circa altrettanti carabinieri. Tutti ricorderanno quel che accadde a Parigi con la macchina della polizia che fu costretta a fare marcia indietro davanti alla minaccia del terrorista armato. Queste unità servono a scongiurare proprio quel pericolo».

Quanto è utile in momenti di allarme come questo la collaborazione dei cittadini?

«È fondamentale. Più volte abbiamo fatto appelli affinché chiunque noti qualcosa di strano lo segnali. È la coesione sociale, una delle chiavi del nostro successo. Riceviamo ogni giorno moltissime chiamate e le verifichiamo tutte. Preferiamo fare una corsa a vuoto piuttosto che rimanere spiazzati».

Trattate anche con i sindaci?

«Certamente, sono tra i nostri interlocutori principali. Sicurezza vuol dire coinvolgere tutte le parti in causa».

Le divise sono in cima alla lista del rischio. Cos’altro temete?

«L’emulazione di quanto accaduto in Germania. La vendetta dei fondamentalisti in un posto affollato».

Sorgente: Corriere della Sera

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