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SUICIDIO DI MASSA – L’EDITORIALE

DI LUCIO GIORDANO

Il governo fotocopia di Paolo Gentiloni è il canto del cigno della seconda repubblica. Nasce infatti sotto una cattiva stella, con ministri uguali a quelli del triennio renziano e con un  innegabile sapore di minestra riscaldata.

Colpiscono in particolar modo lo spostamento agli esteri di Angelino Alfano e, come sottosegretario alla presidenza del consiglio, di Maria Elena Boschi. Lei che si era intestata la riforma costituzionale,  lei che aveva dichiarato di voler abbandonare la politica in caso di sconfitta al referendum, viene addirittura promossa. Misteri della fede.  Oltre allo scherno di gran parte degli italiani, la cosa provoca anche una domanda: cosa c’è sotto di così  tanto grave? E non parlo di stupido, stucchevole gossip.

Come è grave che l’amico di sempre dell’ex presidente del consiglio, Luca Lotti, abbia ottenuto un ministero, quello dello sport, che somiglia ad una copertura mimetica. Sono altri infatti gli obiettivi. Ad esempio, mettere le mani sulla tornata di nomine  nelle aziende italiane previste per il 2017. Ma a muovere le truppe renziane, non  sarà solo questo, è evidente. Resta il fatto che il povero conte Paolo Gentiloni, persona mite e perbene, si è messo sulle spalle una responsabilità enorme, seppur per soli  pochi mesi. Tanto che a quanto sembra continuerà a vivere nello splendido palazzo di famiglia a due pazzi dalla Stazione Termini, ben sapendo che a Palazzo Chigi durerà poco.

Verrà impallinato spesso e volentieri,  contateci: fino all’eutanasia annunciata. E anche la fiducia di oggi non è poi cosi scontata, anche se alla fine l’otterrà.Ma dopo? Dopo dovrà fare i conti con le opposizioni che minacciano l’Aventino, con la sinistra  dem che darà i voti sul merito, con le strategie di Renzi che deciderà di staccare la spina un secondo dopo aver deciso di scatenare l’inferno.

Eppure, nomi della squadra di governo a parte, Mattarella non poteva fare altrimenti. Un esecutivo serve al Paese in questo momento, quanto meno per varare una legge elettorale non ‘schizzata’ come quella attuale. Certo, se Renzi non avesse commesso uno dei tanti errori della sua carriera politica ormai al tramonto, logica avrebbe voluto che si andasse subito al voto. Ma senza la legge elettorale per il senato sarebbe stato del tutto  illogico. Come, pensateci bene,  illogiche sono state le dimissioni dell’ex sindaco di Firenze. Si votava sul referendum, non sul governo. Che avrebbe dovuto cadere semmai  su ben altri e più gravi temi, come il jobs act che ha precarizzato il mondo del lavoro. O come  la riforma della scuola, una delle riforme più sbagliate del precedente esecutivo. Renzi si sarebbe dovuto dimettere semmai da segretario del Pd, dopo la catastrofe alle amministrative della scorsa primavera. Ma non l’ha fatto, ovvio.

Vedrete, però: tutte le sue strategie, saranno vane. Renzi è ormai un politico sconfitto, finito. Senza più appeal. Come sconfitto, in questa che senza ombra di dubbio  è la peggiore legislatura  della storia repubblicana, iniziata con la rielezione inusuale di Giorgio Napolitano, è Silvio Berlusconi. Il vecchio leone ha perso smalto. Ondivago, non graffia più come un tempo e , inevitabile, quando hai paura di perdere, abbarbicandoti su quel misero ed incerto dieci per cento di consensi, finisci altrettanto inevitabilmente per perdere. Ma sconfitti appaiono anche Fratelli d’Italia e Lega nord, che adesso invocano la piazza, dimenticando che quando erano al governo hanno difeso con le unghie e con i denti le loro poltrone.

E sconfitta è anche  la sinistra, che continua a cincischiare, divisa, restando ognuno a guardia del proprio orticello, senza capire che potrebbe rilanciarsi solo unendosi. La sinistra  non sa in effetti  che siede su una miniera  d’oro: un 30 per cento almeno   di potenziali elettori che chiede solo di credere in un progetto realmente progressista, in difesa del popolo e delle fasce sociali più deboli. In questo ha ragione D’Alema quando sostiene che il governo Gentiloni appena varato farà perdere altri voti, altre percentuali ad un Pd profondamente spaccato in due, con l’anima di destra liberale dei renziani che trama nell’ombra come nemmeno la peggiore Dc e l’anima progressista che balbetta invece di passare al contrattacco  e riprendersi un partito  peraltro ormai destinato a sciogliersi.

Tutti sconfitti, dunque? Si, anche il Movimento 5 stelle   che invece di fare chiarezza al proprio interno, insiste sull’equivoco di non definirsi nè di destra nè di sinistra, continuando ad avere una visione politica vecchia e riduttiva, in un tempo  in cui gli ideali e gli schieramenti ideologici hanno ripreso il sopravvento. Non capirlo, non azzardare una divisione netta e precisa tra le due anime, quella di destra e quella di sinistra, in un movimento che finora ha imbarcato tutto lo scontento degli italiani, vuol dire predisporsi ad  eutanasia certa. Tanto più se continuasse a strizzare  l’occhio ad accordi con l’estrema destra di Lega Nord e Fratelli d’Italia . Grillo finirebbe per allontanare  dai 5 stelle quel settanta per cento dell’elettorato progressista.

Insomma, alla fine del bluff chiamato Matteo Renzi,  siamo alla maionese impazzita in cui all’orizzonte non si vedono leader all’altezza, idee e obiettivi vincenti. E in uno dei momenti peggiori della storia repubblicana ci affidiamo al conte Paolo Gentiloni nella speranza che con il suo esecutivo regali un poco di ottimismo ad una nazione presa in giro da narrazioni mendaci. Per accompagnarci all’uscita di questa drammatica seconda repubblica, servirebbe dunque un Patto Gentiloni. Ma non quello dell’epoca giolittiana. Un patto che restituisse invece fiducia agli italiani tramortiti da una crisi economica di cui non si vede la fine. Ma riuscirci con un Alfano agli esteri sembra francamente sperare troppo.

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Sorgente: L’EDITORIALE. SUICIDIO DI MASSA – ALGANEWS

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