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Standing Rock. La vittoria di Natale | Global Project

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globalproject.info – Standing Rock. La vittoria di Natale. La partita dell’oleodotto in North Dakota non è chiusa e sulla sua realizzazione si dovrà pronunciare l’amministrazione Trump  – di Paola Rosà

Nel giorno in cui si sarebbero dovuti preparare ad affrontare lo sgombero ordinato dal Genio militare per il mattino dopo, i Sioux di Standing Rock e le centinaia di tribù che in questi otto mesi hanno presidiato il cantiere dell’oleodotto DAPL in Nord Dakota, si trovano invece a festeggiare.

La stessa autorità che solo pochi giorni prima, il 25 novembre, aveva annunciato che il 5 dicembre avrebbe “chiuso” tutte le terre a nord del fiume Cannonball, ovvero la zona occupata dallo scorso aprile da migliaia di persone, facendo presagire un acuirsi del confronto, domenica ha comunicato a sorpresa che non concederà alla compagnia il permesso di interrare l’oleodotto sotto il lago Oahe. Bloccando, di fatto, il cantiere.

“Si tratta chiaramente di una vittoria – scrivono sul blog di Sacred Stone Camp, uno dei canali di informazione di prima mano – ma questo non significa che la battaglia sia finita”. Troppe, infatti, sono le incognite, e la decisione del Genio militare non implica una stroncatura dell’oleodotto dell’Energy Transfer ma la mera intenzione di “esplorare tragitti alternativi per l’attraversamento” del bacino idroelettrico e di sottoporre quel tratto a valutazione d’impatto ambientale.

E questo quando ormai è stato costruito il 70% dei 1900 km totali dell’oleodotto che dal Nord Dakota porterà il greggio ad altri oleodotti in Illinois.

In poche ore, mentre la “vittoria” veniva celebrata dai media mainstream di tutto il mondo, la giustificata diffidenza dei nativi americani ha trovato nuova ragion d’essere: in poche ore sono arrivate le prese di posizione della compagnia, che non è intenzionata a bloccare il cantiere (“Nulla di quanto ha fatto oggi questa Amministrazione cambia i nostri progetti”), e del presidente eletto Trump, pronto a capovolgere la decisione di Obama.

Decisione che non può non stupire, o meglio sconcertare, per la tempistica: dopo un silenzio di mesi, rotto soltanto da un’intervista (il primo novembre, a ridosso delle elezioni) in cui diceva “lasciamo andare le cose per qualche settimana, vediamo che succede”, mentre le forze dell’ordine e le milizie private usavano idranti e granate, ora, quando manca poco più di un mese alla sua partenza dalla Casa Bianca, il presidente uscente, forse anche solo per godersi un pacifico natale, fa bloccare i lavori dell’oleodotto.

Con le stesse motivazioni che si potevano addurre guardando sulla carta il “nuovo” tracciato disegnato la scorsa primavera, dopo le proteste dei residenti di Bismarck contro il passaggio dell’oleodotto vicino alla città.

Questo è forse il punto nodale della questione: non tanto, o meglio, non solo l’utilizzo delle terre e lo sfruttamento delle risorse dei nativi senza adeguato coinvolgimento o compensazione, ma soprattutto il palese “razzismo ambientale” che la vicenda di Standing Rock rende evidente. Per deviare l’oleodotto dei “bianchi” di Bismarck basta la voce, dei nativi servono i corpi.

Anche se è stata celebrata al campo da momenti liberatori di vera e propria festa, la vittoria di domenica non è che l’inizio della battaglia. “Non è una coincidenza che il Genio militare avesse scelto il 5 dicembre per ordinare l’evacuazione”, scrivevano dal campo: si tratta, infatti, del compleanno del generale Custer, “che ha violato i trattati per sottrarci le miniere d’oro, così come oggi il Genio militare viola i trattati in nome del petrolio”.

Promesse non mantenute, abusi e silenzi: questa la storia dei rapporti fra i governi del Nord America (USA e Canada) e le popolazioni native, e i Sioux del Nord Dakota, ma anche in British Columbia gli Unist’ot’en del Morice River, e gli Haida di Haida Gwaii, e i Laxkwalaam di Lelu Island, e i Blueberry River a nord di Fort St. John, attingono ad una storia di soprusi per lanciare una nuova resistenza, e scrivere la storia. Perché a Standing Rock, dove i “protettori dell’acqua” non possono certo accontentarsi che l’oleodotto venga semplicemente spostato di qualche centinaio di metri lontano dalla riserva, si sta tracciando un progetto, e la mobilitazione è un laboratorio dove i diritti degli indigeni, scrive il canadese Martin Lukacs sul Guardian, “negletti per troppo tempo, sono la chiave per tutelare terra ed acqua e prevenire il caos climatico”.

Di qui anche l’invito, rilanciato un giorno prima della “vittoria” dal portale Honor the Earth (onora la terra)”, ad andare oltre il DAPL, a indirizzare le proprie energie ai “tanti altri posti dove gli Indigeni stanno resistendo a progetti di estrazione che minacciano le terre e l’acqua. Noi non stiamo combattendo un oleodotto, noi stiamo costruendo un movimento”.

Implicita la preoccupazione che l’eccesso di attenzione su Standing Rock contamini l’impegno, che sia politico, ambientale, sociale, umanitario, e lo annacqui in pura fascinazione dai tratti esoterici e folcloristici. “Ragazzi, qui non siamo a Woodstock”, e ancora,

“Ci avete scambiato per Burning Man” (il raduno artistico nel deserto del Nevada). Sono belle le immagini dei guerrieri a cavallo sullo sfondo dei carri armati, sono toccanti le cerimonie religiose attorno al fuoco prima di affrontare la polizia. Ma “ragazzi, occhio che Standing Rock non fa curriculum”, hanno detto qualche settimana fa dal campo.

Molto meno trendy e pittoresche, le altre lotte indigene disseminate ad esempio in tutto il Canada riescono con difficoltà a “bucare lo schermo”, e nonostante vi siano alleanze molto strette fra nativi, ambientalisti, avvocati e climatologi, il governo Trudeau procede a muso duro nell’approvazione di nuovi oleodotti e impianti dal devastante impatto ambientale.

Dopo l’ok alla diga Site C nel nordest della British Columbia e alle infrastrutture per il gas liquefatto sulla costa del Pacifico, a fine novembre sono arrivati altri due nuovi oleodotti: il Trans Mountain della Kinder Morgan e la Linea 3 della Enbridge. Ed è su quest’ultimo che i nativi americani di Honor the Earth puntano l’attenzione.

ù“Analoga come dimensioni e scopo al Keystone XL cassato di recente, la Linea 3 della Enbridge intende trasportare sabbie bituminose per più di 1600 km, da Hardisty in Alberta a Superior in Illinois, proprio attraverso il cuore del territorio Anishinaabe e alcuni dei laghi e dei campi di riso selvatico più belli al mondo”.

Il grande progetto della nazione indiana, delle alleanze fra tribù separate da decenni di conflitti e diffidenza, è un sogno che anche grazie alla resistenza di Standing Rock sta prendendo forma. A fine settembre, in Canada, un centinaio di tribù di Canada e Stati Uniti hanno siglato un’alleanza transnazionale contro l’espansione delle sabbie bituminose.

E i toni, anche a nord del confine, sono molto chiari. All’indomani dell’approvazione dei due nuovi oleodotti, il Grande Capo Stewart Phillip presidente dell’Unione dei Capi della British Columbia ha lanciato la sfida a Trudeau: “Noi faremo quello che c’è da fare, primo ministro – scrive su The Globe and Mail il 2 dicembre – visto che Lei non l’ha fatto. Tutto quello che chiediamo, è che ce lo lasci fare in pace”.

Sorgente: Standing Rock. La vittoria di Natale | Global Project

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