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Siria, sapere non basta per capire – Popoff Quotidiano

popoffquotidiano.it/ – Siria, sapere non basta per capire. Siria. Perché è osceno assistere allo spettacolo meschino di coloro che continuano ad ostinarsi a cercare di giustificare il proprio appoggio al regime di Bashar al Assad e ai suoi alleati   –  di Cinzia Nachira

Aslı Erdoğan: Europa non ignorare quello che avviene in Turchia

[Immagini di una manifestazione a Londra, il 17 dicembre scorso]

In questi giorni con il massacro generalizzato della popolazione civile di Aleppo moltissimi nodi sono venuti al pettine. Soprattutto viene alla luce cruda delle stragi il ritardo che gli ambienti della solidarietà in Europa, non solo in Italia, hanno accumulato in questi anni. Un ritardo che assai probabilmente sarà difficile recuperare.

Coloro che in questi ultimi sei anni hanno cercato di mobilitare le coscienze sulla necessità di essere partecipi delle aspirazioni alla giustizia sociale e alla democrazia espresse dalle rivolte scoppiate nel mondo arabo, oggi sulle macerie di Aleppo e domani probabilmente su quelle di Idlib trovano una tragica conferma.

È osceno, semplicemente tale, assistere allo spettacolo meschino di coloro, purtroppo maggioritari, che continuano ad ostinarsi a cercare di giustificare il proprio appoggio al regime di Bashar al Assad e ai suoi alleati, con uno slalom impossibile tra le diverse sigle delle organizzazioni armate che si rifanno all’integralismo islamico più oscurantista, concludendo la corsa sbattendo contro il muro della propria ipocrisia.

La storia del XX secolo ci ha insegnato che non è irrilevante, tutto il contrario, la solidarietà internazionale: dal Vietnam alla Palestina, dall’Algeria a Cuba. Tutte esperienze che in un modo o in altro venivano giustamente percepite come tentativi da parte dei popoli di autodeterminarsi ed in quanto tali meritori di appoggio, empatia e sostegno.

Nessuna di quelle esperienze era “perfetta” o poteva rappresentare un futuro ideale, eppure non c’erano dubbi. Perché oggi invece tanti distinguo? Si dice, da parte di chi vuol “distinguere”, che quelle rivoluzioni nate nel 2010 in Tunisia, soprattutto quella siriana, si sono trasformate nella culla dell’integralismo islamico, tanto da consentire la nascita del Califfato, per cui è impossibile, perfino di fronte alla macelleria siriana, appoggiare quelle popolazioni, altrimenti si appoggerebbe Al Nusra (Al Qaeda) o altri gruppi inaccettabili.

C’è una parte di verità in questo ragionamento ed è quella che registra l’assoluta prevalenza militare dei gruppi islamici nell’opposizione siriana. Invece quello che è inaccettabile di questa tesi è che questo sviluppo sarebbe “connaturato” a quelle rivoluzioni.

Questo è falso, un volgare insulto a quelle popolazioni che hanno pagato, stanno pagando e continueranno a pagare un prezzo inaccettabilmente alto sull’altare delle nostre ipocrisie.

Sarebbe fin troppo facile smontare queste argomentazioni con lunghe spiegazioni storiche e politiche, che d’altronde non mancano. Ma ora sta nascendo, almeno in alcuni di noi, la necessità di dire una parola di chiarezza su una questione più di fondo e che in troppi ritengono una perdita di tempo: esiste una correlazione fra l’azione politica e il destino delle popolazioni civili? Sembrerebbe quasi una falsa domanda, invece proprio di fronte al massacro generalizzato della popolazione siriana diventa inevitabile.

Questo perché coloro che fanno i distinguo o sostengono che oggi non si dovrebbe scendere a lottare al fianco di questa popolazione sono quelli che ci fanno perdere tempo prezioso. In definitiva, a ben guardare la realtà, l’opportunismo politico più bieco ha fatto perdere di vista il vero punto di partenza. Questi “compagni di strada” in molte battaglie nel recente passato ci vorrebbero costringere oggi in infinite discussioni su quale gruppo è possibile “sposarsi”, perché rappresenterebbe l’alternativa migliore, quella che ci piace.

Il sostitutismo nella sinistra occidentale è tutto fuorché una novità. Chi non è più giovanissimo lo ha vissuto riguardo alla causa palestinese. Anche se in quel caso il fatto che il nemico principale fosse Israele lo rendeva meno paralizzante. D’altronde, coloro che da sempre rifiutano il sostitutismo hanno anche sempre avuto chiare le contraddizioni che attraversavano perfino le organizzazioni politiche con i progetti politici più avanzati.

Questo ha consentito di non subire il disorientamento più acuto nel momento in cui anche nella resistenza palestinese, soprattutto dagli accordi di Oslo del 1994 in poi, sono emerse le contraddizioni più pesanti. Questo non perché alcuni fossero più intelligenti, ma perché non si erano mai nascosti le verità più difficili anche su quelle organizzazioni che per decenni hanno ottenuto il sostegno generale e in troppi casi acritico.

Oggi è impossibile negare – e nessuno di noi lo ha mai fatto – che in Siria la rivoluzione democratica è stata annegata nel sangue. Coloro che saccentemente dicono, in buona sostanza, che i civili siriani possono anche crepare perché sono tutti islamisti, sostenitori dei tagliagole dell’ISIS, altro non fanno che assumere come proprio il ragionamento colonialista del divide et impera e, peggio, fanno proprio un atteggiamento che per esempio è tipico dei governi israeliani quando devono giustificare l’uso della forza più brutale contro i palestinesi per realizzare il progetto coloniale sionista.

I governi israeliani dicono: nessun palestinese è innocente. Oppure, quando “esagerano” nell’ammazzare i civili palestinesi – soprattutto a Gaza – sostengono la tesi che Hamas si fa scudo dei civili e che quindi la responsabilità dei morti nei bombardamenti a tappeto non è di Israele.

A ben vedere, chi oggi fa i distinguo nella strage in atto in Siria (e non solo ad Aleppo) fa lo stesso ragionamento. Certo, nei giorni dei bombardamenti a tappeto dei quartieri orientali di Aleppo, a Idlib (ancora controllata dall’opposizione siriana) vi sono state manifestazioni che inneggiavano al Califfato.

Chi sostiene Assad e i suoi alleati ha pensato bene di prendere questo come “prova” della “infallibilità” delle proprie posizioni. Peccato che in questo modo rinunciano ad un principio fondamentale: la disumanizzazione del nemico dovrebbe essere estranea a chi vuole combattere la barbarie, da qualunque parte provenga.

Ma c’è una spiegazione? Sì, se i civili vengono bombardati, cacciati, costretti all’esilio di massa, chiunque si presenti a difenderli otterrà il loro appoggio. In questo passaggio si trova il legame indissolubile tra un’azione di solidarietà e quella politica. Questo presuppone anche, ovviamente, che in nessun caso si accetti l’idea che un “resistente” continui a combattere fino all’annichilimento proprio o dell’avversario.

Ossia, è irresponsabile dall’esterno appoggiare chi vuol battersi fino all’ultimo uomo e all’ultima donna. Le carneficine non sono un alveo nel quale possano crescere e consolidarsi progetti credibili che siano un’alternativa alle diverse barbarie che nelle guerre civili si confrontano.

Nel caso della Siria, la scelta compiuta da Bashar Al Assad, fin dalle prime manifestazioni pacifiche nel marzo 2011, è stata quella di liquidare (in senso fisico) tutti coloro (vecchi, giovani, donne o adolescenti) che erano scesi in piazza contro il suo regime e che costituivano il nerbo di un’opposizione del tutto staccata da progetti religiosi.

Successivamente a questo, dopo aver liberato dalle carceri centinaia di jihadisti integralisti e averle riempite degli oppositori laici, ha messo in atto – coadiuvato dalla discesa in campo degli alleati libanesi dei Hezbollah, iraniani e infine della Russia – un tipo di guerra assoluta, con assedi, bombardamenti a tappeto, perché per poter riconquistare le città Bashar al Assad ha bisogno del vuoto. Tutto questo ovviamente ha grandemente favorito gli integralisti, di fatto rimasti l’unica alternativa al massacro.

Sì, in questo scenario non ci sono per ora gruppi, se non ultra minoritari e ostaggi della violenza, che abbiano dei progetti veramente alternativi e che possano indurre i civili a sostenerli. Spesso questo non perché non vi siano “buone intenzioni” o “intenzioni progressiste”, ma perché purtroppo anche nei casi in cui vi sono degli obiettivi ragionevoli e perfino condivisibili nel loro insieme, sul terreno l’atteggiamento dei gruppi che ne sono promotori è in netta contraddizione con gli intenti dichiarati.

È questo il caso per esempio dei curdi siriani dell’YPG-YPD che nell’ottobre del 2015 sono riusciti a sconfiggere l’ISIS, che stringeva d’assedio la città di Kobane e molti villaggi curdi della zona. Quella battaglia e l’emergere delle forze curdo-siriane legate al PKK curdo-turco, sembrò poter aprire la strada ad una svolta nella guerra civile siriana, perché le YPG-YPD avevano un programma laico e democratico.

Giustamente, in Occidente l’appoggio ai curdi siriani a sinistra è stato molto forte. Ma la complessità degli scenari interni alla stessa guerra civile siriana hanno fatto emergere in breve tempo un fatto purtroppo assai noto: le alleanze e i programmi a “geometria variabile”. Ora, chiaramente nessuno può mettere in dubbio che i curdi hanno potuto vincere a Kobane, pur pagando un prezzo umano altissimo, grazie all’appoggio aereo statunitense. Cosa che non stupisce, né tantomeno può essere letta come una colpa.

Ma anche le milizie dell’YPG-YPD, per un verso, si sono macchiate di atti di rappresaglie indiscriminate contro i civili in alcuni villaggi arabi o turcomanni che liberavano dall’ISIS. Per un altro verso, in altre zone della Siria, è il caso di Aleppo e del nord del Paese, stabilivano alleanze con il regime di Assad e i suoi alleati. Per questa ragione le popolazioni civili non potevano vedere nel progetto dei curdi un’alternativa reale al disastro.

Pur restando del tutto legittima l’aspirazione del popolo curdo ad un proprio Stato indipendente (nella forma giuridica che riterranno la migliore), in Siria il modo per rivendicare questo diritto a parole e con proclami, soprattutto buoni per l’Occidente, veniva rilanciato come un progetto democratico che riguardava tutto il popolo siriano, mentre nei fatti troppo spesso le YPG-YPD si sono comportate come uno dei tanti gruppi armati che nella guerra civile siriana cercano di prevalere sugli altri, approfittando delle contraddizioni dei propri sponsor (che in genere sono tutto tranne che sinceri sostenitori delle aspirazioni curde).

Certo, tutti i gruppi jihadisti presenti in Siria, nessuno escluso: dalle varie forme che ha assunto di recente Al Nusra (Al Qaeda) fino allo stesso ISIS hanno in comune come protettori, finanziatori e fornitori di armi quei Paesi arabi che sono stati i primi oppressori del popolo curdo: in primis la Turchia. La quale è intervenuta in Siria esattamente in funzione anti curda. Ma questo ha impedito anche ai curdi di rappresentare per il popolo siriano un’alternativa credibile alle formazioni jihadiste.

Purtroppo è consolidata, e non solo nel Vicino Oriente, la formula del “il nemico del mio nemico è mio amico”. Questa teoria non ha mai prodotto nulla di buono. Soprattutto se questa viene associata alla negazione, come spesso in queste settimane di stragi infinite ad Aleppo, che i civili non per forza sono sostenitori dei diversi gruppi jihadisti.

Quello che i sostenitori dei “distinguo” (una versione che pretende di essere più raffinata, ma è solo più ipocrita della teoria “dei due pesi e delle due misure”) ignorano nei loro ragionamenti sono alcuni dati di fondo: su cosa si dovrebbe basare una svolta in Siria e altrove nei Paesi coinvolti dalle rivolte del 2011 se non sul consenso della gente? E come è possibile che un progetto, magari accettabile, riesca a prevalere se la gente comune viene assediata, cacciata dalle proprie case e sterminata e per di più si sente anche dire che, avendo la “colpa” di essere di Aleppo o Idlib o siriano o siriana, se lo merita?

Ben inteso, questo ragionamento vale anche per quei villaggi che proprio nei dintorni di Aleppo vengono assediati dai jihadisti, in ritorsione contro il regime. Anche in quel caso i civili sono vittime di questo scontro tra barbarie diverse, ma sempre tali.

È stato giustamente osservato:

La verità è che tanto più si ritarda la rottura, tanto più è il marciume che va accumulandosi: e infatti se di qualcosa dobbiamo rammaricarci a proposito dell’esplosione araba non è tanto del fatto che si sia verificata, quanto che abbia tardato così a lungo da permettere all’antico regime di riuscire a disgregare le società ricorrendo al tribalismo, al settarismo religioso e a varie forme di clientelismo, per non parlare della tirannia, del terrorismo di Stato e del controterrorismo di bassa intensità dovuto alla violenza governativa. (1)

In buona sostanza, i “distinguo” altro non sono che una sfumatura, neanche così netta, del coro indecente che in nome del fatto che le rivoluzioni arabe non hanno raggiunto lo scopo sperato erano migliori i vecchi regimi.

Riappropriarsi degli spazi

In molti, giustamente, abbiamo provato disgusto di fronte ai nostri governanti che ipocritamente hanno denunciato la barbarie del regime,  quella russa e quella iraniana ad Aleppo. Quei governanti da strapazzo sono gli stessi che fin dall’agosto del 2014 hanno messo in piedi una cosiddetta e presunta “coalizione anti-Califfato” che riunisce ben 60 (sessanta!) Paesi: dagli Stati Uniti alla Polonia e che in quasi tre anni di esistenza non è riuscita se non a scalfire la forza del Califfato. Per altro, soprattutto in Iraq, appoggiandosi ai curdi e agli sciiti che in buona sostanza sono diventati la fanteria.

In molti abbiamo pensato che se fossimo stati siriani, in particolare di Aleppo, saremmo stati esasperati dalla tour Eiffel spenta in segno di lutto, visto che la Francia nulla ha fatto, pur potendo, per impedire quel massacro. Come nulla ha fatto l’Italia, gli Stati Uniti e l’Europa intera. Salvo che continuare il sempre florido mercato delle armi.

Nei giorni del massacro, mentre tutti voltavano lo sguardo altrove (compresi quelli che fanno i “distinguo”), comunque anche se in ordine completamente sparso e con numeri a volte irrisori, vi sono state delle manifestazioni in numerose città italiane in solidarietà con Aleppo.

Negli ambienti politici, che in tempi non troppo lontani hanno costruito il movimento contro la guerra, è cominciato a serpeggiare il sano dubbio: ma abbiamo fatto tanto per vincere il referendum contro Renzi ed ora ce ne stiamo a casa, di fronte a un massacro? E cosa esistiamo a fare? Verrebbe da dire che queste domande sono segno di sanità mentale.

Perché il punto resta la necessità di trovare il modo per superare l’impasse e tornare a riappropriarci di quegli spazi che sono nostri e non  di coloro che usano il massacro della popolazione civile siriana o di altri Paesi solo per mascherare la propria politica ambigua. Nessuno dei governi occidentali ha a cuore il destino dei siriani, e neanche per sogno intende appoggiare le loro rivendicazioni.

I nostri governi cercano solo un modo, il meno indegno, per preservare il potere del clan Assad. E se anche fossero costretti, i vari Gentiloni, Hollande e Merkel, a rinunciare a questo obiettivo sicuramente si muoveranno in modo che l’apparato baathista rimanga intatto.

In questi sei anni di rivolta e cinque di guerra civile in tre Paesi, a sinistra però l’opportunismo politico ha dettato di fatto la “graduatoria” delle “rivolte accettabili” e di quelle che non lo erano. Anche noi abbiamo in definitiva agito solo seguendo i nostri presunti interessi, che in genere coincidevano con scadenze ed alleanze elettorali.

Questo è ciò che ha creato il cortocircuito che ci ha impedito di vedere la luna limitandoci a indicare il dito. Abbiamo spesso pontificato su chi si mobilitava “solo per spirito umanitario” come se questo fosse in contrapposizione con gli obiettivi di una rivoluzione o quanto meno con la volontà di rendere il mondo un poco più vivibile. In altri termini, abbiamo deliberatamente dissociato l’etica dalla politica, come se la seconda potesse fare a meno della prima.

Questo ci ha impedito quando era necessario, all’inizio delle rivolte, di avere un atteggiamento conseguente e coerente. Ora che quelle rivolte sono state sconfitte dai vecchi regimi ed in alcuni casi sono sprofondate nel disastro delle guerre civili che insanguinano interi Paesi (Siria, Libia e Yemen) con il prevalere dell’integralismo islamico, chiaramente è tutto più difficile se non rinunceremo alla vecchia e pessima abitudine di mobilitarci contro una barbarie solo se troviamo qualcosa con cui identificarci.

Magari attribuendogli anche dei compiti che non sono i loro, per esempio vedendo nelle legittime aspirazioni della resistenza dei curdi un nuovo sbocco che possa portare ad una svolta di unità nella regione vicino-orientale. Mentre è evidente che i curdi sia in Siria che in Iraq hanno come obiettivo principale quello di trovare uno sbocco concreto al bisogno di essere riconosciuti in quanto popolo.

Infine, ma non per importanza, ora la situazione è tale per cui si impone una rottura netta con coloro che mascherandosi dietro vecchi slogan e malintesi antimperialismi giustificano i massacri di civili.

Questo per almeno due buone ragioni. La prima ci riguarda direttamente: chi si ostina a vedere nei civili massacrati da Assad e dai suoi alleati solo delle marionette manipolate dall’Occidente oppure seguaci a prioridell’integralismo islamico, sono coloro che nei nostri Paesi stanno rapidamente approdando ad un sovranismo che secondo loro ci salverà dal “cosmopolitismo borghese”, come chiamano l’internazionalismo e la solidarietà internazionale.

Questo è un grande regalo che fanno all’estrema destra europea in continua e preoccupante ascesa e minerà la capacità di reazione non solo rispetto a ciò che accade di tremendo fuori dai confini europei, ma indebolirà mortalmente una risposta alle politiche europee.

La seconda ragione è che nonostante il massacro generalizzato in Siria, il sanguinoso caos in Libia, la guerra civile in Yemen, le cause che sono state alla base dello scoppio delle rivolte nel 2011 sono ancora tutte irrisolte. Neanche in quei Paesi dove lo scontro è sopito da nuove dittature come in Egitto o dove, come in Tunisia, il vecchio regime è tornato al potere in maniera più soft e trovando delle intese con le opposizioni islamiche.

Quindi, seppure sul lungo periodo, è assai probabile che quelle rivoluzioni tornino a “svegliarsi”. Questo avverrà tanto più se, come è sperabile, le deboli forze progressiste arabe troveranno una forma organizzativa efficace.

Ma è ovvio che per far ciò è necessario che le carneficine in qualche modo si fermino e si fermi anche l’emorragia umana di quei Paesi causata dalle guerre in atto.

A questo noi possiamo dare il nostro contributo (che può non essere esiziale) se riconosceremo come invalicabile il limite, se romperemo appunto, con chi giustifica l’una o l’altra barbarie in atto con l’alibi del “realismo politico”. Questa assoluta necessità ci deve spingere a uscire il più rapidamente possibile dal cul de sac in cui ci hanno ricacciato le timidezze nei confronti di chi poi nei nostri Paesi pensa che siano inutili, se non dannose, le lotte per diritti civili, perché secondo le loro teorie sarebbero una “perdita di tempo” per la lotta di classe.

Ma la lotta di classe non può essere intesa in contrapposizione ai diritti civili. Le tragedie delle rivoluzioni fallite nel XX secolo nascono anche da questa contraddizione in termini e se non  ne traiamo le dovute lezioni finiremo tutti nell’abisso, senza neanche rendercene conto.

In altri termini i popoli vanno difesi molto spesso malgrado le leadership politiche che pretendono di rappresentarli, se perdiamo di vista questo punto di partenza essenziale, perderemo ben presto ogni capacità di mobilitazione, perché non saremo in grado di creare quella necessaria coscienza civile che ne è alla base.

(1) Gilbert Achcar, Il sesto anniversario delle rivoluzioni arabe.

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