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Sempre peggio al Sud, la crisi ha cancellato il lavoro – La Stampa

lastampa.it/ – Sempre peggio al Sud, la crisi ha cancellato il lavoro. Nel 2015 al Centro-Nord 300 mila occupati in più rispetto al 1977 mentre il Mezzogiorno ne ha persi 600 mila. Bloccata l’occupazione femminile

linda laura sabbadini

La crisi è stata trasversale. La perdita del lavoro, la difficoltà a trovarlo, la caduta in povertà hanno raggiunto il Nord come il Sud, le aree metropolitane come i comuni più piccoli. Al Nord sono state colpite con forza le famiglie operaie e di artigiani, di piccoli imprenditori e quelle con a capo disoccupati, e non sono state colpite poco neanche quelle di impiegati. Se, insieme alla famiglia, la cassa integrazione ha agito come ammortizzatore sociale, non tutti ne hanno potuto usufruire e a volte non è bastato.

Divario che cresce  

Oltre che trasversale, la crisi è stata anche selettiva, colpendo più il Sud del Nord. La forbice si è ampliata e il peggioramento è stato più forte proprio per chi stava peggio. La grave situazione del Sud si protrae da molti anni e ora ha conosciuto una discontinuità di segno negativo.

Due fenomeni hanno agito in combinazione, producendo l’ulteriore aggravamento del Sud durante la crisi: la mancata crescita dell’occupazione femminile e il lungo declino di quella maschile. All’indomani della crisi degli Anni 90, l’occupazione femminile comincia a crescere dal 1995, proseguendo fino al 2008.

Si tratta di un incremento di 1 milione 713 mila lavoratrici, non poche per quegli anni, che ha riguardato tutti i tipi di lavoro, ma soprattutto nel Centro-Nord.

Il Sud ha raccolto le briciole della crescita e non è riuscito a sfruttare questa nuova opportunità: solo 300 mila occupate in più. E se l’occupazione femminile non è decollata, rimanendo intorno a valori del 30%, quella maschile è peggiorata. Nel 2015, a fronte di un Centro-Nord con oltre 300 mila occupati in più rispetto al 1977, il Sud si presenta con 600 mila occupati in meno.

A ciò si aggiunga il forte depauperamento di capitale umano determinato dalla fuoriuscita di numerosi giovani e adulti trasferitisi nel Centro-Nord. Una migrazione di cui poco si è parlato, che ha riguardato, secondo l’Istat, 1 milione 600 mila persone in quindici anni, per il 60% dai 20 a 45 anni di età.

Una migrazione che ha inciso anche sulla fecondità, che ha raggiunto nel Sud i livelli più bassi del Paese perché meno giovani significa meno figli, e meno lavoro si traduce in minori possibilità di mettere su famiglia.

 

Rimozione collettiva  

Dobbiamo dircelo, c’è stato un processo di rimozione collettiva che ha riguardato il Sud. Il fatto che la crisi abbia toccato, quasi da subito, le zone più ricche del Paese ha catalizzato l’attenzione, mentre le conseguenze nel Sud sono state in genere sottovalutate.

E sono più profonde di quanto non si pensi: la povertà assoluta ha raggiunto il 10%, contro il 6,7% del Nord. Le famiglie operaie sono colpite in egual misura, ma hanno caratteristiche diverse: al Sud sono famiglie fondamentalmente di italiani, al Nord anche straniere.

Gli stranieri del Nord, infatti, hanno subìto prepotentemente la grave situazione economica, in particolare gli uomini, inseriti nell’industria e nelle costruzioni, cuore della crisi. Le donne meno, perché occupate in maggioranza nei servizi alle famiglie, l’unico settore che durante la crisi ha registrato una crescita di occupazione.

Le famiglie, infatti, prima di tagliare sull’assistenza agli anziani non autosufficienti, diventato ormai bisogno incomprimibile, hanno preferito ridurre altri consumi.

Povertà assoluta  

La povertà assoluta nel Sud ha proprie specificità. Oltre che tra le famiglie operaie e con a capo disoccupati, è più diffusa tra le famiglie di anziani, tra quelle con bambini, di giovani, tra le madri sole. A differenza del resto del Paese, è cresciuta anche tra gli anziani.

Non dobbiamo dimenticarci che il reddito medio disponibile pro-capite delle famiglie meridionali è il 63% di quello delle famiglie residenti nel Nord, con Campania, Calabria e Sicilia in fondo alla classifica e Bolzano, Lombardia e Emilia-Romagna in vetta.

Se il Sud è sempre più lontano dal Nord, al suo interno è anche più diseguale: il reddito percepito dal 20% della popolazione con redditi più alti è di 6,5 volte più elevato di quello del 20% di famiglie con i più bassi livelli di reddito; nel Nord il valore scende a 4,7, alto ma inferiore alla media italiana (5,8) e a quella europea (5,2). In altre parole, la distanza tra ricchi e poveri è maggiore al Sud che nel resto d’Italia o d’Europa.

Anche le differenze di genere sono maggiori, 26 punti tra i tassi di occupazione di uomini e donne, contro i 17 del Centro Nord. La sfida, quindi, è grande. Si tratta non solo di riavvicinare il Sud al Nord, riducendo le distanze, attraverso l’aumento dell’occupazione in entrambe le zone del Paese, ma anche puntare alla riduzione delle disuguaglianze interne al Sud.

Da molti anni si dice, stancamente, che il Sud deve essere visto come una risorsa del Paese. Mai come oggi si deve affermare che se il Sud non sarà messo al centro delle politiche economiche e sociali anche come un’opportunità per gli imprenditori di tutto il Paese e d’Europa, se non si metteranno le mani in questo storico vulnus del nostro sviluppo non usciremo bene da questa crisi.

Le conseguenze, anche per le nostre istituzioni democratiche, si faranno sentire.

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Sorgente: Sempre peggio al Sud, la crisi ha cancellato il lavoro – La Stampa

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