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Sala indagato, un altro colpo sulla sete di rivincita dell’ex premier

Rivincita. È la parola che risuona molto nei ragionamenti tra Matteo Renzi, ancora a casa a Pontassieve, e i suoi fedelissimi. Fuori, infuria una bufera giudiziaria che mette paura. In casa Pd scatta l’allarme,
soprattutto intorno al segretario. Beppe Sala riceve un avviso di garanzia per l’Expo e si autosospende da sindaco. I Dem si scatenano a dichiarare sui problemi della giunta Raggi dopo l’arresto del braccio destro del sindaco Raffaele Marra ma non chiedono le dimissioni della sindaca. Parlano di Roma ma guardano anche a Milano. L’avviso di garanzia per Sala, l’ex commissario Expo voluto da Renzi a Palazzo Marino, è un colpo al cuore del renzismo già appannato dalla sconfitta al referendum costituzionale.

Sala e Raggi sono casi diversissimi. Ma nella cerchia dell’ex premier si sospetta lo stesso teorema. Con due obiettivi: da un lato Renzi e dall’altro Grillo, i due ‘intrusi’ nel sistema, le due novità politiche degli ultimi tre anni. Da qui per i renziani prende forza l’idea della rivincita. Scrive il renzianissimo Andrea Marcucci su Facebook: “Sono passati 12 giorni dal referendum, l’Italia ha già fatto un balzo indietro di 20 anni. Inchieste, inciuci, paludi e scalate, saranno il nostro futuro? Mi auguro che domenica all’assemblea nazionale del Pd a Roma, Matteo Renzi rilanci la sfida per governare il Paese. Il segretario dem è l’unico in grado di contrastare l’inquietante ritorno al passato che stiamo vivendo”.

Occorre decidere, agire. In vista dell’assemblea Pd di domenica, Renzi, furioso per la terribile fase che rischia di fargli perdere davvero tutto, cerca di mettere in ordine i pensieri. Per ora, nel tunnel buio, vede solo due luci. Primo: fare la legge elettorale a partire da gennaio e con un accordo con Silvio Berlusconi tutto sarebbe più facile. Secondo: elezioni anticipate il 4 o l’11 giugno al massimo. Si è guardato il calendario: queste sono le date. Per lui le urne potrebbero al massimo aprirsi prima, in primavera, ma non dopo.

Ma per Renzi ‘rivincita’ non vuol dire lanciare il congresso già all’assemblea di domenica. “Se le elezioni sono al massimo a giugno, non c’è tempo per fare il congresso, prima nei circoli, poi le primarie…”, dice un suo fedelissimo. Da statuto, la nuova elezione dell’assemblea nazionale e del segretario vengono convocati dal presidente sei mesi prima della scadenza del mandato del segretario in carica. In caso di scioglimento anticipato dell’assemblea, magari per dimissioni del segretario, il presidente indice l’elezione entro i 4 mesi successivi.

Sono tempi troppo lunghi per Renzi. Il segretario è preoccupato dalla sua debolezza strutturale nei circoli e altrettanto preoccupato dal rischio che le primarie per l’elezione del segretario del Pd, un partito messo male dopo la sconfitta del 4 dicembre, non attraggano molti elettori, pur essendo primarie aperte e non solo degli iscritti. Ecco perché propende per l’altra via: prima delle elezioni anticipate, gli piacerebbe celebrare primarie di coalizione di centrosinistra per rilegittimarsi. Lo schema che ha in mente è una legge elettorale ancora di impianto maggioritario, con una quota di proporzionale (un Mattarellum corretto magari).

Ma tra i sogni e la realtà lo scarto rischia di farsi sempre più netto man mano che passano i giorni. Ora arriva pure il caso Sala, una mina piazzata sotto la roccaforte del renzismo in Lombardia, l’unica eretta fuori dalla Toscana in questi mille giorni di governo. Al minimo, una brutta figura che, in questi tempi di magra, aggiunge sale alle ferite. E surriscalda il clima nel Pd.

Per Sala non ci sono dichiarazioni pubbliche di solidarietà. A Milano alcuni rumors dicono che il sindaco presto trasformerà l’autospensione (che a norma di legge non esiste) in dimissioni. Le varie correnti Pd intanto affilano le armi in vista di domenica. Renzi può solo giocare sul fatto che nessuno smania per il congresso subito. Anche Dario Franceschini fa sapere di non essere interessato a smarcarsi dal segretario. “Decide lui”. Pure Andrea Orlando crede che un congresso subito non sarebbe una buona idea: “Penso sia utile discutere e che si debba riflettere sulle conseguenze del referendum e agire in due direzioni: parlare all’esterno e di come rilanciare il partito”. Quanto alla minoranza bersaniana, Roberto Speranza domani fa un’iniziativa con i vendoliani di Sel: “Nessuna scissione, dialogo a sinistra”.

Però Renzi sa anche che la maggioranza nei gruppi parlamentari non ci sta a dare già da ora una data di scadenza al governo Gentiloni. “Avviare un congresso subito vorrebbe dire mettere il cartellino ‘off’ al nuovo premier”, dice una fonte di Areadem. Per loro, congresso sì, nei circoli e con primarie finale per eleggere il segretario ma con calma. Priorità: garantire il governo come vuole Mattarella. E tra l’altro oggi anche il presidente del Senato Pietro Grasso ha detto no alle urne anticipate: “Non posso immaginare che a decidere sulla durata della Legislatura influiscano temi estranei al bene del Paese e che riguardino le singole velleità di leader, partiti e movimenti, o addirittura la paura di altri appuntamenti referendari che sembrano profilarsi nei prossimi mesi. Sarebbe irresponsabile e controproducente”.

E’ questo lo scontro interno che Renzi dovrà cercare di ‘dominare’ domenica. E’ quasi tentato di ascoltare prima le correnti e poi dare la conclusione nelle repliche, più che fare una proposta iniziale nel discorso di apertura dell’assemblea. L’aria resta grave. Dice Roberto Giachetti: “Non provo nessuna euforia e nessuna soddisfazione per quanto accade in queste settimane, in questi giorni, in queste ore. Il dato più clamoroso che emerge è un altro colpo durissimo alla politica, alla sua nobiltà, alla sua credibilità, alla sua bellezza. Chi si illude che il prezzo di questa frustrazione e di questa delusione lo pagherà solo il Movimento di Grillo si sbaglia, e di grosso. Non mi unisco al coro di chi chiede le dimissioni della sindaca Raggi…”.

Sorgente: Sala indagato, un altro colpo sulla sete di rivincita dell’ex premier

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