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Reportage – Gli uccelli sopra L’Avana | l’Unità TV

unita.tv/ – Gli uccelli sopra L’Avana. La carovana di sette veicoli che scorta le ceneri di Fidel percorre a ritroso il cammino che la rivoluzione compì nel ’59.

Corre il rischio di riavvolgere all’indietro il nastro, rischio contro cui nessuna rivoluzione può assicurarsi 

Ho fatto così: sono entrato in una libreria modestamente antiquaria di Obispo, alla Vecchia Avana, e ho comprato tre libri.

Il primo è un manuale scolastico del 9° grado, l’equivalente della nostra terza media, nell’edizione del 2014, tuttora in corso, intitolato Historia de Cuba («Libro de distribución gratuita. Prohibida su venta»): stato di nuovo, 15 euro.

Il secondo è costato ben 50 euro: Las aves de Cuba, del padre gesuita Franganillo Balboa: stampato nel 1941, è temerariamente millantato dal venditore come il primo manuale illustrato di ornitologia cubana.

Il terzo è la prima biografia di Fidel: Fidel Castro, di Gerardo Rodriguez Morejón, 20 euro.

L’ho comprato per la data, perché è stato stampato addirittura nel gennaio del 1959, e la dedica sul frontespizio è datata all’inizio di marzo, dunque appena due mesi dopo la vittoria della rivoluzione.

Con lo sconto, tutto a 80 euro. Del resto siamo qui per redistribuire. Poi mi sono messo a leggere.

Nel manuale di storia ho cominciato dall’ultimo capitolo, «La Rivoluzione cubana al potere». Non mi aspettavo che menzionasse i processi sommari e le esecuzioni capitali sulle quali hanno ora insistito tante rievocazioni.

Salutari anche per noi cubanisti di allora, che non ne sapemmo granché e probabilmente non avemmo una gran voglia di saperne, dal momento che la rivoluzione non è un pranzo di gala.

Il manuale vi allude con l’espressione «esemplare» o «esemplarmente», riferita alla punizione di torturatori, sbirri e altri complici della dittatura di Batista, colpevoli «della morte di ventimila cubani».

L’elenco delle manovre attuate dall’«imperialismo e la controrivoluzione» per abbattere il nuovo regime cubano è difficilmente contestabile.

Com’è noto, il carattere «socialista» della rivoluzione fu proclamato nel 1961, due anni dopo la vittoria, la rottura piena consumata con gli Stati Uniti e la fraternità saldata con l’Unione Sovietica.

Nelle reazioni esacerbate di oggi sembra che i 57 anni siano passati invano.

I difensori della rivoluzione cubana (e del proprio passato, in quelli che hanno l’età) non vogliono saperne di repressioni, galere, censure, bigottismi: non so come potrebbero reggere di fronte alle vittime di allora e di oggi.

I detrattori dimenticano volentieri l’accanimento messo dagli Stati Uniti a soffocare la sfida dell’indipendenza cubana e a fare secco Castro.

In Cile, dove la cosa riuscì, io e i miei sodali di allora indicemmo una sottoscrizione intitolata senza riserve «Armi al Mir» (il Movimiento de Izquierda Revolucionaria, il gruppo più militante contro il golpe, e falcidiato).

Con quel titolo, raccogliemmo una somma enorme, e per recapitarla passammo dalle mani di Fidel. «En este momento – proprio come il Che – me recuerdo de muchas cosas».

Il manuale sugli uccelli di Cuba l’ho comprato perché ero impressionato dalla quantità di rapaci che volteggiano sul cielo dell’Avana.

Specialmente numerosi sulla cima della torre-monumento a Martí, il punto più alto della capitale, come per una convocazione, sulla Piazza della Rivoluzione in cui erano esposte le ceneri di Fidel e radunata la folla. Non sapevo riconoscerli e mi sembrava che fossero soprattutto di due specie, una piccola e una grande.

Dal manuale del padre gesuita e dai pareri – molto controversi, se chiedete a un gruppo di cubani come si chiamano quegli uccelli che vi stanno volando sulla testa, o qualunque altra domanda, ne nasce un’accanita e infinita discussione- inclinerei a individuare i minori come Cernícalos, cioè sparvieri: «Per vivere cercano Paesi e città, e scelgono di posarsi sui siti più elevati, come il campanile di una chiesa, la cima di un monticello o dell’albero maestro di una nave», e li si vede restar fermi sbattendo le ali, in quel modo che noi chiamiamo fare lo spirito santo.

I più grandi potrebbero essere esemplari di Cathartes Aura, volgare Aura Tiñosa, che è un avvoltoio diffusissimo a Cuba: toccano un’apertura alare di 1 metro e 70. Già nel 1941, al tempo del mio libro, riempivano l’aere dell’Avana.

Gli avvoltoi sono malfamati a torto, perché si cibano di carogne, come se noi umani non facessimo altrettanto, anzi peggio, però all’Avana sono sacri. Ai nostri occhi se stuoli di avvoltoi avessero volteggiato sopra il commiato dell’Avana da Fidel la cosa avrebbe potuto passare per un cattivo presagio. Non scambiatelo per un mio ghiribizzo letterario.

Quando Fidel tenne il suo celebre primo discorso al popolo dell’Avana delle colombe bianche gli volarono attorno e una si posò a lungo sulla sua spalla, e il popolo si commosse fino alle lacrime a quella che gli sembrò una miracolosa promessa di pace conquistata dopo la guerra civile. Fu l’episodio più rivelatore dell’investimento religioso (magico, potrà dire qualcun altro) della gente di Cuba nella rivoluzione e nel suo leader massimo.

Del libro di ornitologia aggiungo ancora che fu «Proprietà della Biblioteca scolastica Felix Varela», così ligia e diffidente da imprimere su ogni pagina un grosso timbro, precauzione che non ha evitato che arrivasse ieri in mano mia.

Il terzo libro è la precocissima biografia di Fidel. Anche qui ho cominciato dal fondo. È una preziosa lettura per chi in questi giorni si interroga sul tempo in cui Fidel avrebbe potuto prendere congedo dal suo ruolo e lasciare che la rivoluzione andasse liberamente per la sua strada, e rispettivamente sul momento in cui si era fatto già troppo tardi.

È sempre troppo tardi, e non lo è mai, risponderà qualche campione di ragionevolezza. L’altro giorno il New York Times ha ricordato il tardo rimpianto di Napoleone, che se avesse preso una cannonata mentre cavalcava dentro Mosca nel 1812 sarebbe passato alla storia come il più grand’uomo di tutti i tempi.

La biografia di Rodriguez Morejón, scritta col contributo e l’approvazione della madre e della sorella di Fidel, libro apologetico ma serio, si conclude con la convinzione che «el formidabile líder» consacrato come legittimo dall’intero popolo di Cuba stesse per realizzare «una verdadera estructuración democrática de Cuba».

Probabilmente era anche il proposito di Fidel. Ho detto che il libro ha una dedica, al marzo ’59, scritta in una bella grafia femminile: «Per mia figlia Beatriz, affinché quando sarà diventata una donna possa comprendere questo libro e sentire l’orgoglio di essere cubana, Maria Luisa».

La carovana di sette veicoli che in questi giorni attraversa Cuba trasportando le ceneri di Fidel in una ininterrotta ala di folla dalla Avana a Santiago, dopo aver fatto tappa a Santa Clara e a Camagüey sta percorrendo a ritroso il cammino che la rivoluzione compì fino all’ingresso trionfale all’Avana a capodanno del ’59.

È un’intenzione solenne che commemora e sigilla la parabola di una lunghissima vita personale e insieme di una nazione. Corre anche il rischio di riavvolgere all’indietro il nastro, che è il rischio contro cui nessuna rivoluzione può assicurarsi.

In quella cubana è visibile come al microscopio, ma è avvenuto in Russia, in Vietnam, in Cina…

In tutti questi Paesi si pretende che la rivoluzione stia continuando, appena aggiornata: il socialismo quanto alla politica, il mercato (il capitalismo resta parola da cui tenere la distanza) quanto all’economia e alla società.

Nella minuscola Cuba in particolare la durata del regime di fronte all’accerchiamento americano – che ora minaccia di stringersi di nuovo – ha prodotto da tempo un paradosso insolubile: che la difesa del socialismo è diventata sempre più incompatibile con la lotta contro la povertà.

La povertà è il sacrificio necessario alla sopravvivenza del socialismo, la quale è la condizione che rende ineluttabile la povertà. È vero per il socialismo, e anche per il patriottismo, che se ne è fatto sinonimo.

Il patriottismo dev’essere molto forte per aver ragione della penuria di carta igienica e di libertà d’opinione e di movimento.

È abbastanza facile uscire dignitosamente dalla sconfitta di un’impresa rivoluzionaria, difficilissimo dalla vittoria. La vittoria instaura uno stato di necessità insieme vero e presunto, e solo una ribellione strenua potrebbe liberarsene, non più con l’epopea della lotta eroica ma con la più domestica dimissione.

Non è mai successo, direi. Allora bisogna stare con quelli che la rivoluzione mette in galera o a tacere, sperare nel tempo e nelle buone volontà e così via.

«Siate realisti, chiedete l’impossibile»: bisogna che diventi possibile essere realisti. C’è una quantità di cubani di qualche età che oggi si augura il modello cinese: salvaguardia politica del socialismo ed economia «di mercato».

Per di più adesso c’è la questione Trump. Il problema ulteriore è che Trump non legge mai un libro.

Dice il libro del 1941 sugli uccelli di Cuba che ogni anno i rapaci che mi volano sulla testa qui all’Avana vengono dagli Stati Uniti e si accomodano sulle rive degli acquitrini e delle grandi lagune e cercano nutrimento nei paesi e nelle città. Valli a fermare con un muro.

Sorgente: Reportage – Gli uccelli sopra L’Avana | l’Unità TV

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