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Referendum – Le riforme necessarie – di walter veltroni | l’Unità TV

unita.tv – Le riforme necessarie. Questa campagna è stata segnata da distorsioni della realtà che sono il vero obiettivo della cosiddetta “semplificazione”

Io spero che molti cittadini vadano a votare. Da quando sto al mondo sono sempre andato alle urne, non ho mai accettato inviti all’astensione, neanche in occasione del referendum sulle trivelle.

Votare è bello. E, in queste settimane, la politica è tornata nelle discussioni delle famiglie, ci si è fermati a riflettere sul proprio paese, sul nostro futuro collettivo.

Ma, nonostante questo, è stata la più brutta campagna elettorale che io ricordi. I toni, la violenza delle parole, la rimozione del contenuto oggetto del referendum, tutto ha finito col trasformare questa consultazione in qualcosa di diverso dal suo merito.

Si voterà su altro: sul governo, sulla politica europea, sui migranti. Su ogni cosa possibile , meno che sul merito.

Ma, al di là di questo, mi ha molto colpito, come ha ben notato Michele Serra, il tono delle parole, il senso di odio e di contrapposizione che trasudava da esse, fino all’accusa preventiva di brogli.

«Ciò che oggi provoca angoscia è lo sfarinamento del tessuto del Paese, la fatica di immaginare un futuro e la delegittimazione violenta di chiunque non sia o non la pensi come noi. È tale la canea che le persone più ragionanti, pacate e positive sono ormai tentate di chiudersi nel privato, di non impegnarsi in nulla che sia pubblico e sperare che passi la bufera.

È tempo per gladiatori e si fatica ad immaginare schiarite all’orizzonte», così ha giustamente descritto questi mesi il direttore di Repubblica Mario Calabresi. Ho sentito manipolazioni della realtà di ogni specie. E, attenzione, la manipolazione sta diventando un virus terribile e maledetto delle società contemporanee. Trump ha sconfitto la Clinton accusandola di essere l’espressione del potere finanziario.

Si guardi il governo che sta componendo: militari e banchieri. Il populismo sembra immune alla verità e tutto ad esso sembra consentito, anche il contraddirsi in modo pacchiano, tradendo tutti gli impegni presi.

Questa campagna è stata segnata da distorsioni della realtà che sono il vero obiettivo della cosiddetta “semplificazione”. Tra queste segnalo, ad esempio, il mettere sullo stesso piano la riforma approvata dal centro destra e quella che, per tre volte, il centrosinistra unito ha varato in questa legislatura.

In quella di Berlusconi, solo per fare un esempio, era previsto che il premier potesse sciogliere le camere e nominare e revocare i ministri, prerogative del capo dello stato che restano inviolate dalla legge oggi al giudizio degli italiani.

E, l’ho scritto domenica scorsa, per indicare una contraddizione dei sostenitori del sì, si è cercato di far credere che fosse riferito al superamento del bicameralismo un giudizio durissimo che tutti noi demmo invece quando Berlusconi, nel 2009, disse che la Costituzione era filocomunista, si propose di limitare l’autonomia dei giudici, voleva avviare il presidenzialismo, ciò che peraltro ha ribadito di voler fare oggi.

La campagna è stata fatta tutta così, allucinante. O, come ha detto giustamente Napolitano, «aberrante». La realtà è che, per me, questa riforma non è né la panacea di tutti i mali, come non Renzi ma qualche pasdaran del sì ha sostenuto, né, certamente, la deriva autoritaria ventilata, in modo poco responsabile, da certi sostenitori del no.

L’autoritarismo vero lo vediamo alle porte dell’Europa dove, nel silenzio di tutti, accade che chi si oppone al governo venga sistematicamente sbattuto in galera.

Cerco di ragionare, in questo clima da rissa da saloon: il superamento del bicameralismo perfetto, la riduzione del numero dei parlamentari, la certezza dei tempi per l’approvazione delle leggi, la revisione del titolo V sono misure che, seppure in modo non sempre organico, vanno nella direzione che, almeno la sinistra, auspica da tempo e anche per questo io mi auguro vinca il sì.

E credo sia la stessa ragione che ha mosso la analoga scelta di Romano Prodi.

Vorrei ricordare che le tesi dell’Ulivo del 1996 erano ben più radicali: «Nessun cambiamento della forma di governo può assicurare davvero coerenza ed efficacia all’azione governativa, se non si organizza adeguatamente la struttura stessa del governo, oggi caratterizzata da segmentazione (i vari ministeri come “repubbliche” autonome), e da debolezza della guida centrale. Il nostro programma istituzionale si incentra sul rafforzamento della figura del Primo ministro al quale devono essere riconosciuti espressamente :

– il potere di scegliere i ministri e di proporne al Capo dello Stato la revoca in caso di dissenso rispetto all’indirizzo governativo;

– il potere di dirigere e coordinare effettivamente la politica generale del governo, essendo pienamente informato dell’attività dei singoli ministri, potendo sospendere i loro atti e devolvere la decisione al consiglio dei ministri; guidando direttamente l’azione delle rappresentanze italiane presso le istituzioni europee; disponendo di un’unica struttura tecnica centrale deputata all’elaborazione di tutti i progetti di legge governativi, degli emendamenti governativi ai progetti di legge in discussione al parlamento, dei regolamenti governativi;

– il potere di condizionare l’organizzazione dei lavori delle camere per assicurare la tempestiva discussione delle proposte governative; – il potere di opporre un veto alle iniziative ed agli emendamenti parlamentari tendenti ad accrescere la spesa, sia in sede di discussione delle leggi di bilancio e finanziarie, sia in sede di discussione delle leggi di spesa.

Deve essere ridotto il numero dei ministri che partecipano al consiglio dei ministri senza escludere l’introduzione di figure di ministri “juniores” con compiti delimitati, che non partecipano al consiglio.

Va abolita la necessità di organizzare le funzioni governative e amministrative centrali attraverso ministeri, rendendo possibile la creazione di strutture di governo flessibili e di strutture amministrative poste sotto la guida di dirigenti professionali scelti dal governo e resi responsabili dell’impiego delle risorse e dei risultati della loro azione.»

E quelle della coalizione dell’Unione nel 2006, che , come ricordiamo, teneva insieme Mastella e Rifondazione: «Oltre al sistema elettorale, per assicurare una connessione tra rappresentanza e governabilità riteniamo indispensabili alcune misure che rafforzino il Parlamento e rendano, al contempo più efficace l’azione di governo: – l’attribuzione al Primo Ministro del potere di proporre al Presidente della Repubblica la nomina e revoca di ministri, viceministri e sottosegretari; – una migliore regolamentazione della questione di fiducia, con la previsione di specifici limiti al suo esercizio; – la possibilità di sfiduciare il Primo Ministro solo attraverso una mozione di sfiducia costruttiva, con l’esplicita indicazione di un candidato successore».

In tutti e due i documenti era molto presente l’idea di una democrazia fatta del rafforzamento simmetrico del potere di decisione del governo e di quello di controllo del parlamento. E questa è, per me, la strada maestra.

Un parlamento che eserciti in forma severa e cogente la funzione di “cane da guardia” dell’esecutivo e un governo che sia messo in condizione di attuare il programma per il quale è stato scelto dagli elettori. La riforma oggi al giudizio degli elettori fa dei passi in avanti in questa direzione.

La democrazia moderna, per resistere alla tempesta in corso deve, sottolineo deve, scegliere un più potente sistema di check and balance tra governo e controllo, il contrario di quel consociativismo, il cui asse era le debolezza reciproca, che tanto ha pesato nel passato.

E deve farlo presto perché la tendenza delle società moderne e delle loro emotive opinioni pubbliche è oggi quella di considerare la democrazia con i suoi due pilastri portanti la processualità delle decisioni e la delega- un fastidioso orpello.

Il moderno populismo tende a rimuovere tutte le forme di mediazione organizzata della società per stabilire un rapporto unico, quello tra i consumatori di informazione, spesso alimentata dalle balle della post verità, e un leader solitario e magari non scelto da nessuno. Il leader e un click, in mezzo il nulla. Chi ama la democrazia, e non a parole, sa che oggi bisogna fare un passo in avanti nella sua capacità di decidere e di farlo in modo veloce e trasparente.

Chi ama la democrazia sa che il volere del popolo non è un pollice su o giù, come al Colosseo, ma che esso deve esprimersi in una nuova rete di democrazia di comunità che responsabilizzi e coinvolga nella complessità i cittadini. Altro che disintermediazione, qui ci vuole una democrazia dal basso fortissima e diffusa.

Chi ama la democrazia sa che il pluralismo vero e la qualità culturale dell’informazione sono presidi della libertà. Chi ama la democrazia sa che, quale che sia l’esito, bisognerà aggredire la drammatica questione sociale, della quale, sono certo, vedremo il segno nei comportamenti degli elettori.

Credo anche che si debba mettere mano alla riforma dell’Italicum, e che si sarebbe dovuto tradurre per tempo in articolato di legge l’accordo maturato nel Pd, e penso che , con la sconfitta del sì, si aprirebbe, con la crisi di uno dei pochi governi a guida progressista rimasti, una prospettiva di instabilità politica che è il contrario di quello che la durezza della situazione sociale del paese richiederebbe.

Oggi si vota anche in Austria e non resta che sperare che l’onda nera del populismo di destra non prevalga anche lì compromettendo seriamente la stessa unità europea.

Quel populismo che non si vezzeggia, non si rincorre, non si imita, ma si combatte con una battaglia culturale a viso aperto e con una forte capacità di innovazione. Ho visto altri referendum nella mia vita.

Scontri duri, che chiama vano in causa cose profonde, come nel caso dell’aborto, del divorzio, dell’ergastolo. Come che sia, da domani il paese scoprirà di essere diviso, quasi a metà. Nessuno, se ha testa sulle spalle, potrà prescindere da questo.

Chiunque, se ha a cuore il paese, dovrà lavorare per unire. Non ci dovranno essere né scalpi da esibire né gente da cacciare. È il tempo dell’inclusione, in ogni caso.

Oggi si vota, è una buona giornata per la democrazia. Votate e, in ogni caso, fatelo non con il fegato, ma con il cervello e con il cuore.

Sorgente: Referendum – Le riforme necessarie | l’Unità TV

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