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Referendum: l’amaro day after del Pd e lo spaesamento da sconfitta

Nel ’93 al crollo della Prima Repubblica democristiani e socialisti non se ne accorsero. Qui siamo al crollo della seconda, ma i partiti non lo capiscono.

Sono stato in trasmissione a La7 dove ho sentito Chicco testa dire cose che non  stanno in piedi: “è vero che Renzi ha perduto, ma ha un 40% che ne fa ancora il partito di maggioranza relativa, mentre il no è solo una confusa mescolanza di cose troppo diverse”. Come se il 40% delle europee fosse restato compatto intorno a Renzi. Cominciamo da questo.

E’ vero che il Pd era la più consistente forza elettorale del Si, ma non l’unica, c’erano verdiniani, alfaniani, un pezzo di Forza Italia e di elettorato M5s che, stando alle analisi del risultato,  rappresentano circa un terzo  del famoso 40% e non si tratta di cose troppo omogenee fra loro o vi pare che Verdini e Cuperlo, Alfano e Fassino vogliano le stesse cose? La verità è che i cartelli del si e del no, come sempre, si sciolgono la sera stessa dei risultati ed ognuno riprende la sua strada.

Certo, gli elettori pescati in Forza Italia e nel M5s possono restare con il Pd, ma è realistico pensare che si tratterà di meno della metà del totale. Allo stesso modo, quel terzo di elettorato del Pd che è passato al No potrebbe in teorie tornare a votare il partito di provenienza, ma questo non accadrà per diversi motivi: in primo luogo perché la scelta di Renzi ha scavato un fossato che non scompare oggi ed ha toccato uno dei punti chiave dell’identità di sinistra del partito: la difesa della Costituzione che è sempre stato uno dei fondamenti  del  popolo di sinistra sin dai tempi del Pci.

In secondo luogo, la campagna ha depositato veleni, rotture personali, odii e recriminazioni che forse non si saneranno mai , il che non aiuta.

In terzo luogo, le sconfitte, di regola, non favoriscono le riaggregazioni e, quando suona la tromba della ritirata, l’esercito si scompone, per cui, se una parte di quelli del No tornerà al Pd, una parte di quelli che hanno votato Si inizierà a guardarsi intorno per trovare destinazioni più confortevoli.

Morale: oggi il Pd non vale più del 26-28% che è molto meno della maggioranza relativa e, per di più, con ben pochi alleati o alleabili. Il rischio di finire secondo al M5s è decisamente concreto e come alleati, il Pd non può aspirare a molto di più della “accozzaglia” di centro (questa volta possiamo dirlo noi?) più Forza Italia o quel che ne rimane e con problemi per sé e per gli altri: se si allea troppo scopertamente con Verdini deve dire addio al ritorno anche di una piccola schiera di quelli che hanno votato No, se si allea con il partitino costituendo di Pisapia (che varrà assi poco) poi come fa ad andare da Forza Italia che, peraltro, dovrebbe rinunciare all’alleanza con la Lega e magari pagare il prezzo di una scissione di Toti e compagnia. Comunque vada, ha poco da sperare. E questo non può che accendere il dibattito nel partito.

Già nella direzione, non pochi resisteranno alla tentazione di rinfacciargli la cocente sconfitta, lo stato di isolamento, lo scasso organizzativo. Al suo posto mi presenterei dimissionario dalla segreteria, prima di essere defenestrato, il problema, in questo caso, sarebbero gli “orfanelli” (Boschi, Del Rio, Martina ecce cc.) che, pur trovando un nuovo capo, sarebbero rapidamente ridotti ad una corrente del tutto minoritaria e marginale. Per di più siamo alla vigilia del congresso del partito.

Per questo la vittoria del No fa deflagrare subito  il conflitto interno. La geografia correntizia del partito si presenta così:
–    renziani puri
–     renziani malpancisti (i piemontesi Fassino-Zanda-Chiamparrino, il pugliese Emiliano)
–    i cattolici di Franceschini
–    l’ex sinistra ora renzizzata (Orfini, Orlando ed ex giovani turchi vari)
–    il sultanato indipendente di Napoli (De Luca)
–    le amebe ex sinistra (Cuperlo)
–    la sinistra di Bersani e Speranza
–    granducato di Toscana (Rossi che si candida a segretario)
–    i neo d’alemiani.

E partiamo da una cosa: i seggi a disposizione saranno molto pochi.  Anche ammettendo (ma chi ci giurerebbe, che il Pd ottenesse di nuovo i 297 seggi alla Camera ed i 109 al Senato ottenuti nel 2013, ora dovrebbe concedere qualche strapuntino ai vari ex Scelta Civica, gli ex Sel “miglioristi” (da Gennaro Migliore), centisti vari. Per di più, i renziani Doc sono decisamente sottorappresentati, mentre sono fortemente sovrarappresentati i bersaniani. E bisogna tener conto delle molte aspettative cresciute in questi anni nel seguito del segretario.

Dunque Renzi ha bisogno di almeno 120-30 seggi “freschi”(fra Camera e Senato) per la sua corrente e per retribuire confluenti, renziani dell’ultima ora (ad esempio non volete fare deputato il figlio di De Luca? Sarebbe una ingiustizia!) e reclute di stretta osservanza renziana.

Vittime designate sono i bersaniani che saranno decimati nel cortile del Nazareno (con una differenza rispetto alle leggi di guerra: lì si fucila uno ogni 10, qui si lascia vivo 1 su 10). Ma i bersaniani da soli non bastano. Ci sarebbe la pattuglia cuperliana, ma data la resa a discrezione del loro capo, ed il suo piccolo seguito non si può infierire più di tanto e al massimo si ricava qualche altra unità. Consideriamo il recupero dei seggi dei vari Civati, Fassina, D’Attorre ecc.  restano da trovare almeno altri 50-60 seggi. Ne consegue che il conto devono pagarlo tutti gli altri: malpancisti (e di dolori di pancia si che ce ne saranno) e ex giovani turchi (e vedremo cose turche). Dunque queste due correnti, oltre che i  bersaniani ed il gruppo di Rossi, sono interessate a ridimensionare i renziani puri. E qui già ci sono le premesse dello scontro congressuale. Se poi l’epurazione dovesse essere troppo severa per bersaniani e neo d’alemiani, facendogli pagare il costo della scelta per il No, questo potrebbe portare ad una scissione.

Poi è da vedere quanto questo inciderà nell’elettorato. A sinistra si è aperto un forte spazio che, se trovasse un buon elemento federatore (come ad esempio potrebbe essere Landini, se abbandona il suo pansindacalismo per un approccio di schiettamente politico)  potrebbe scaturirne un polo dal 5 al 9% che potrebbe richiamare altro dal Pd.

Altri rischi, di scissione potrebbero configurarsi sul fianco destro: l’Udc si è schierata per il No, Alfano con il suo misero 1 e mezzo ha problemi a rientrare in Fi, ma neppure può sperare molto dal Pd e dovrebbe mettersi in coda ai postulanti e magari fare a gara con Verdini a chi arriva prima, qualche rimasuglio di Scelta Civica e di lista Giannino c’è per cui potrebbe venire fuori un altro gruppetto di centro che però potrebbe ingrossarsi con l’arrivo degli esclusi dalla lista Pd. Ad esempio, alcuni franceschiniani, se il loro capo uscisse battuto dallo scontro. Poca roba forse ma qualche altro decimale partirebbe.

Ma un Pd in ebollizione potrebbe portare alla paralisi il sistema politico ed accelerare il crollo. Per di più il Pd deve inventarsi qualcosa che lo rilanci, ma tutte le formule sono esaurite (dal Nazareno al Partito della Nazione al centro sinistra classico ulivista) le tribù sono in rivolta ed ognuna lotta per sè e la scadenza più vicina di quel che non si creda.

Assistendo al dibattito a La7 di questa mattina ho avuto una sensazione di dejà vu: il 92-93 quando la prima repubblica crollava e democristiani e socialisti non se ne rendevano conto, continuando a ragionare su una geografia politica che non esisteva più.

Qui siamo al crollo della seconda repubblica, ma i partiti tradizionali non lo capiscono.

Aldo Giannuli

Sorgente: Referendum: l’amaro day after del Pd e lo spaesamento da sconfitta

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