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Radar – Gli psicanalisti e quella vertigine di farsi poeti | l’Unità TV

unita.tv – Gli psicanalisti e quella vertigine di farsi poeti.

L’invito di Eric Laurent: cogliere i delicati neologismi del linguaggio del corpo  –  @DeliaVaccarello

 Le orecchie dell’analista? È meglio che siano orecchie di poeta. Stesi sul lettino, non ci illudiamo certo di comunicare quelle cose che le parole sembrano indicare. Piuttosto diciamo ciò che è scabroso, ciò che non si dice se non attraverso risonanze, metafore, metonimie.Stiamo parlando la lingua del godimento che può essere intesa da orecchie capaci. Il godimento specialissimo legato al sinthomo, che individua ciascuno di noi più del documento di identità,si fastradaa modo suo nelle faglie del linguaggio. A invitare gli analisti a provare la vertigine del farsi poeti, attingendo ai tesori lasciatici in eredità da Jacques Lacan e da James Joyce, è stato giorni fa a Roma Eric Laurent.

Fu proprio a Laurent e a Jacques Alain Miller che Lacan, quando sciolsela suascuola,consegnòle chiavidelfuturo della psicanalisi. Quel futuro oggi è il presente e sollecita gli analisti a scattare dinanzi al sempre nuovo nell’eloquio dell’analizzante. È nelle preziose e delicate neologie, infatti, che sguscia il linguaggio del corpo, ilgodimento.

Occorre cogliere, allora, il nuovo, il deformabile rispetto alle precedenti posizioni occupate dal soggetto. Tutto questo riguarda le chiuse stanze dell’analisi? Se il setting, quando funziona, è luogo che ha in comune con la buona politica la capacità delle parole di cambiare, allora le “risonanze”sono numerose.

Siamo sideralmente lontani dalle terapie cognitive che si muovono nella briciola di mondo dominata dalla coscienza ma anche da chi, scrittrice o scrittore, ritenga che una storia catturi per la storia, e non per come viene narrata.

Ma dovremmo essere anche politicamente distanti dalla nostalgia. Le neologie sono sferzate di aria pura rispetto alla tendenza di erigere muri, di mattoni o digitali, per proteggersi dal presente, inclusi gli strazi e le opportunità delle migrazioni.

Laurent parlando in un teatro stracolmo, presso l’Institut Francais, per una giornata di studi organizzata dall’Ambasciata di Francia, dall’Istituto Freudiano e dalla Università degli Studi di Palermo, si è rivolto a tutti i lettori, e in particolare a coloro che praticano la lingua per ragioni di cura, come gli analisti, e per ragioni di cuore, come gli scrittori.

Al centro della questione ci sono la letterarietà e le sue tante dimensioni, gli enigmi della lingua, di ciascuno che la abita, del fondamento perduto, del modo di vivere (bene o male) facendone a meno.

Nel secondo insegnamento di Lacan, come si è dibattuto nel 2006 a Roma nel congresso dell’Associazione mondiale di psicanalisi (“Il Nome-del-Padre. Farne a meno, servirsene”), la scrittura non ha più il nome del Padre come garanzia.

La scrittura viene vista come testo, poco leggibile, da avvicinare attraverso i buchi, i vuoti tra una frase e l’altra, mentre la “lettera” intesa come materialità diventa un supporto. Di cosa? La lettera – strut – tura materiale del linguaggio – permette l’avvio della catena dei significanti e libera altre significazioni. Facciamo un passo indietro: la linguistica con De Saussurre ha scoperto che alla base del meccanismo di una lingua c’è il segno, entità double face: una faccia è costituita da una porzione di suoni –cioè il significante –ed è legata a un’altra costituita da una categoria di sensi –cio è il significato.

La psicanalisi con Lacan fa del significante la via di accesso all’inconscio. Con il lapsus, il gioco di parole, l’equivoco, si spezza il rapporto obbligato tra un significante e un significato, e procedendo per catene di somiglianze di suoni si può operare uno strappo nel tessuto usurato della parola quotidiana per approdare a nuove significazioni, sempre mutevoli.

Per questa via si arriva a dire ciò che per il soggetto è indicibile, e cioè il suo godimento. E la poesia? Il parlare nel setting analitico procede per metafore e metonimie, che sono gli attrezzi del poetare e della narrazione letteraria, e diventano gli strumenti espressivi del corpo/inconscio in analisi. “Sorelle del godimento” le ha definite Laurent nella sua lezione magistrale.

Qui l’analista ha un bel da fare nel cogliere quelli che Lacan definisce “i punti di capitone”, gli strappi nel tessuto comune della lingua che, nel secondo insegnamento di Lacan, vengono fuori anche grazie a una idea suggestiva della scrittura.

L’interpretazione dell’analista avrebbe il sapore di una rettifica, presupporrebbe che la parola non sia parlata ma letta, come se si dicesse: «hai letto male il testo originale». Ma il testo originale è un’illusione, e la scrittura serve solo come supporto.

Dice Laurent: «Ci serviamo di questa scrittura come supporto ogni volta che facciamo intendere al soggetto un equivoco che apre uno scarto tra parola e scritto».

Tali “s car ti” sono anche “s car tati” come regali: è così che si «amplia il campo delle interpretazioni del soggetto che ha un corpo e dunque un corpo che gode degli equivoci nelle fessure corporee che abbiamo», continua Laurent.

L’uomo, dice Lacan in Altri scritti, è un essere «che parla con il suo corpo» è “parlessere”di natura.

In Joyce il sintomo Lacan dirà: «Ne discende la mia espressione del “parlessere” che si sostituirà all’ICS di Freud (si legga: inconscio), fatti in là che mi ci metto io».

È la «parola l’unico luogo in cui l’essere abbia un senso», continua Lacan.

Ma, occhio, questo senso si dà dentro la cornice di una invenzione, cioè della lingua. Stanno a dirlo le lingue i cui significati spesso non sono traducibili perché non sovrapponibili. Il soggetto, dunque, trova senso in una dimensione, la lingua, che è senza fondamento.

Veniamo agli scrittori. Quanti convengono che la scommessa di una narrazione risieda nel modo in cui si gioca con la lingua, sanno bene che si tratta di una costruzione priva di referenza, che è autonoma, è un arbitrio di una collettività.

Lo sapeva Raymond Queneau definito da Lacan poeta dallo «spirito particolarmente ballerino» che, oltre a creare ortografie a partire dai suoni tipo “bloujinzz e s” per indicare l’abbigliamento di Zazie nel metrò, in una poesia, citata nel suo prezioso intervento da Yves Depelsenaire, sussurra non a caso “il canto del nulla”.

Gli scrittori che riescono a far sentire la voce del corpo in un testo hanno afferrato bene che le “sorelle del godimento”, metafore e metonimie, permettono al corpo-parlessere-inconscio di passare di significante in significante, e di goderne come può goderne un corpo fragile, caduco, di passaggio.

«Non c’è linguaggio che non sia metaforico», dice Laurent citando Lacan. Il linguaggio è il teatro del corpo che lo abita e che può –maneggiando l’angoscia –imparare a zigzagare sulle onde della contingenza. In ballo c’è l’abbandono del nome del Padre, e dell’annesso godimento. Per approdare a un godimento “opaco” che non si lascia “abbindolare dal Padre”, dice Lacan.

Gli analisti in una prima istanza si muovono come se ci fosse ancora, come se al fondo la lingua avesse una garanzia che loro impersonano. Solo quando il soggetto sopporta di essere in balìa della contingenza, l’interpretazione diventa “puntuazione”, buco nel testo, noncuranza dei discorsi stabiliti.

E se gli analisti oggi devono farsi poeti, muovendosi dentro la lingua che vive di vita propria, è vero che il merito in principio è stato di Joyce, che «non voleva avere niente a parte lo sgabello del dire magistrale».

Come aggiunge Lacan in Joyce il sintomo: «Essere post-joyciano vuol dire saperlo». E conclude così: «La cosa straordinaria è che Joyce ci sia arrivato … senza ricorrere all’esperienza dell’analisi (che forse lo avrebbe menato per il naso con qualche scialbo fine)».

Sorgente: Radar – Gli psicanalisti e quella vertigine di farsi poeti | l’Unità TV

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