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Quale transizione per Cuba? – Popoff Quotidiano

popoffquotidiano.it/ – Quale transizione per Cuba? Cuba: Stagnazione. Le critiche del sistema. Ciò che è possibile. Gli ostacoli economici ed ecologici. Le opzioni politiche per un’alternativa socialista  –  di Samuel Farber

da Havana Time, traduzione di Giovanna Russo

A luglio di quest’anno, il ministro dell’economia cubano Marino Murillo [oggi destituito] ha annunciato che, a causa della riduzione del 20% delle forniture di petrolio da parte del Venezuela, il governo ha previsto una diminuzione dell’approvvigionamento di elettricità del 6% e del 28% di quello di carburante. In questo periodo ha ordinato la riduzione immediata del consumo di energia nel settore pubblico, con la conseguente diminuzione occupazionale.

Ha avvertito della possibilità di blackout elettrici e ha resuscitato lo spettro dei terribili giorni del “Periodo speciale” degli anni 1990.

Ciò ha portato un colpo aggiuntivo agli sforzi del governo di Raúl Castro di dare vita ad una versione cubana del modello sino-vietnamita fondato su uno Stato monopartitico e, al tempo stesso, su un’apertura dell’economia al settore privato e al mercato.

Sul piano politico questi sforzi hanno portato all’allentamento del controllo dello Stato sui cittadini. Ma senza che ciò implicasse un qualsiasi grado di democratizzazione. Per esempio, le misure di riforma sull’immigrazione del 2012 – che hanno accresciuto la possibilità per i cubani di lasciare l’isola e di farvi ritorno – non hanno mai riconosciuto il viaggio all’estero come diritto per i cittadini cubani.

Nel campo dell’economia, il governo ha attuato una strategia molto moderata e contraddittoria. Per esempio, le riforme strutturali nel settore dell’agricoltura permettono l’affitto di terre per una durata massima di 20 anni, contrariamente ai governi cinesi e vietnamiti che consentono simili contratti per un periodo più lungo, anche in permanenza.

Attualmente sono autorizzate attività in conto proprio (private n.d.t.) in alcune professioni (poco più di 200). Se fossero state permesse in tutta l’economia, salvo nei settori considerati prioritari sul piano sociale come la salute, ciò avrebbe potuto aumentare in modo significativo la disponibilità di prodotti e servizi sull’isola.

I cambiamenti complementari che il governo ha introdotto – la creazione di mercati all’ingrosso ed il credito bancario commerciale- per rinforzare le riforme strutturali sono state insufficienti. Hanno finito con l’avere un impatto negativo sulle riforme stesse. Inoltre, la burocrazia e l’inefficacia di Acopio – cioè l’agenzia di Stato che monopolizza l’acquisto della maggior parte dei prodotti agricoli a prezzi fissati dal governo -hanno rallentato la produzione agricola. E numerosi prodotti si sono deteriorati per i ritardi di trasformazione nelle fabbriche governative.

Stagnazione di nuovo

Prima della crisi attuale, l’economia cubana era riuscita a rilanciarsi parzialmente in rapporto ai terribili anni del Periodo speciale che l’avevano devastata, dopo il crollo del blocco sovietico, alla fine degli anni 1980 e all’inizio degli anni 1990. L’economia dell’isola ha toccato il fondo tra 1992 e 1994, quando la penuria alimentare ha provocato un’epidemia di neuropatie ottica (infiammazione del nervo ottico) che ha coinvolto quasi cinquantamila persone.

Attualmente il PIL è più elevato di quello registrato nel 1989 [mostrando che il Periodo speciale appartiene al passato]. Ma ci sono altri indicatori. Gli stipendi e le pensioni, in termini reali, nel 2014 hanno toccato solo rispettivamente il 27% e il 50% dei livelli del 1989, livelli  che da allora non sono stati mai più raggiunti. In questo periodo le spese sociali sono diminuite. E il consumo delle famiglie dovrebbe diminuire del 2,8% nel 2016 e del 7,5% nel 2017.

Sebbene sia vero che la fame esistente all’inizio degli anni 1990 è finita, i Cubani devono ancora combattere molto duramente per il cibo. Il famoso sviluppo dell’agricoltura organica in ambiente urbano rappresenta una proporzione relativamente debole della produzione agricola.

Come ha notato l’economista cubano Juan Triana Cordoví, la diminuzione della produzione nazionale ha costretto gli hotel ad importare verdure, compresa la manioca, un tubero alla base della dieta nazionale. I rari progressi nell’agricoltura sostenibile non compensano il fatto che la produzione di derrate alimentari non ha raggiunto il livello del 1989. Cuba ha dovuto importare più della metà del suo consumo alimentare ad un costo annuo di 2 miliardi di dollari.

Molti obiettivi non sono stati raggiunti nel campo dell’educazione e della salute. Tutti gli insegnanti che hanno lasciato il settore per i bassi stipendi non sono stati sostituiti. Il numero dei revisori privati – spesso insegnanti del settore pubblico che lavorano nel tempo libero – ha conosciuto una crescita esponenziale. Molti edifici scolastici, biblioteche e laboratori sono in rovina. All’inizio di questo anno scolastico circa 350 scuole sono state chiuse per motivi di degrado.

Ciò vale anche per numerosi ospedali ed altre strutture mediche che funzionano con personale ridotto al minimo necessario. Il governo cubano ha inviato un gran numero di medici di famiglia e di specialisti in Venezuela e in altri paesi in cambio di petrolio e di divise.

È molto probabile che le timide e contraddittorie riforme del regime attuale spariscano con l’uscita dalla scena politica della generazione storica dei dirigenti della rivoluzione.

I loro discendenti, la seconda generazione della burocrazia statale, hanno molto probabilmente adottato integralmente il modello sino-vietnamita, con inclinazione verso il capitalismo russo che vi unisce la creazione di un’oligarchia emersa del saccheggio dei beni dello Stato, e questo insieme ad una “democrazia” formale che fornisca al Congresso statunitense il pretesto necessario ad abrogare la legge Helms-Burton del 1996 e abolire così l’embargo economico dell’isola.

Oltre ad attirarsi la simpatia degli Stati Uniti, la nuova generazione di dirigenti sta cercando di ottenere il sostegno dei capitali stranieri e, almeno, quello di un settore del capitale americano-cubano. Ciò nella prospettiva di un governo che controlli totalmente lo Stato, i mass media e le cosiddette organizzazioni di massa – compresi i sindacati di Stato – allo scopo di garantire la pace, la legge e l’ordine ai nuovi investitori capitalisti cubani o stranieri.

Tuttavia, tanto all’interno quanto all’esterno del governo, altri modelli economici sono in discussione, sebbene in modo molto sommesso, considerato che sistema politico non permette un dibattito di idee completo, libero ed onesto.

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Un’economia libera e razionale. Le critiche del sistema

Da un po’ di tempo le critiche al regime – che appartengono al “mainstream” cubano – hanno preconizzato la costituzione di un’economia di libero mercato come unica alternativa “razionale” all’amministrazione burocratica dell’economia posta sotto il controllo del Partito comunista.

Questo settore abbraccia un largo ventaglio di opinioni che va da una posizione dichiaratamente a favore del libero mercato fino ad una prospettiva socialdemocratica di costruzione di uno Stato assistenziale. In questo ultimo raggruppamento, le critiche moderate toccano degli economisti universitari, compreso dei membri del Centro studi per l’Economia Cubana dell’università de L’Avana.

Ma quasi nessuna di queste critiche ha posto il problema di ciò che bisogna fare della parte più importante dell’economia cubana: le grandi imprese di Stato. Invece di questo, esse si concentrano sulla creazione di PMI (piccole e medie imprese), sebbene non abbiano mai chiarificato cosa significa specificamente un’impresa “media.”

Attualmente, sostengono le misure del governo per sostituire il sistema di razionamento universale con un altro che, invece di sovvenzionare i prodotti, assicurerebbe un supplemento alle persone a debole reddito.

Oggi, tutti i Cubani, indipendentemente del reddito, ricevono un certo numero di prodotti (a basso prezzo) sovvenzionati dal governo.

Nel nuovo sistema, solo i più poveri e più vulnerabili avrebbero diritto a questi vantaggi, ciò che finirebbe con il razionalizzare i mercati dei beni agricoli e ridurre il bilancio del governo. La restringimento recente del numero di prodotti distribuiti in questo modo (sovvenzione) marca la prima tappa verso la realizzazione del sistema centrato sul livello dei redditi.

Infine, queste critiche esprimono anche un sostegno all’eliminazione del monopolio statale del commercio estero. Ciò che implicherebbe la possibilità per i Cubani di importare dall’estero senza alcun limite.

Nell’opposizione al regime, la sinistra critica nascente – composta in maggioranza da anarchici e socialdemocratici – ha dovuto procedere sotto la sorveglianza e la repressione statale.

Queste correnti si oppongono alle riduzioni delle prestazioni dello Stato e – per la prima volta nella storia della sinistra a Cuba – difendono un ‘economia autogestita dai/lle salariati/e.

È interessante constatare che essi non menzionano mai la questione della pianificazione democratica o delcoordinamento tra i settori economici. La loro versione dell’autogestione si iscrive in un’economia dove delle imprese autonome si fanno concorrenza tra loro. Ciò somiglia al sistema messo in piedi da Tito in Jugoslavia tra il 1950 e il 1970.

Fu un socialismo di mercato autogestito a scala locale, ma controllato a livello regionale e nazionale dalla Lega dei Comunisti della Jugoslavia, cioè con una più forte partecipazione dei lavoratori, anche nei processi decisionali di livello locale.

Tuttavia, a causa della concorrenza e della mancanza di pianificazione democratica, questo sistema ha creato ugualmente la disoccupazione, una forte volatilità dei cicli economici, la disuguaglianza degli stipendi e delle differenze regionali che hanno favorito le repubbliche del nord di questo paese.

La mancanza di potere dei/lle salariati/e di decidere su ciò che andava al di là del loro posto di lavoro ha suscitato un punto di vista localista, provinciale e separato dalle decisioni economiche di portata nazionale. I/le salariati/e non hanno visto alcuna ragione di sostenere i investimenti in altre imprese e in altri progetti, in particolare quelli che apparivano distanti e lontani del loro posto di lavoro.

Dopo tutto, come ha sottolineato Catherine Samary nel suo libro Le marché contre l’autogestion, l’esperienza jugoslava, il modello di autogestione jugoslava non poteva fare fronte alla pianificazione burocratica e al mercato. Gli anni 1970 furono gli ultimi durante i quali si ottenne un certo tasso di crescita. La Jugoslavia ha finito per accumulare un debito di 20 miliardi di dollari che ha condotto all’intervento del Fondo Monetario Internazionale (FMI).

Di conseguenza il modello jugoslavo, dal punto di vista della gestione operaia, presenta più di un problema per essere imitato a Cuba. Per di più, nessuno in seno a questa opposizione di sinistra ha posto la domanda: come sarebbe possibile un modello di autogestione in assenza di un movimento operaio o come potrebbe funzionare se i/le salariati/e non sono motivati a imbarcarsi in una battaglia per l’autogestione? Di conseguenza, tutto ciò non favorisce la possibilità dell’autogestione.

C’è un’altra corrente in seno alla critica di sinistra che rigetta ogni concessione al capitale e alle imprese private, utilizzando l’argomento secondo cui l’impresa capitalista, per definizione, è in contraddizione con il socialismo. Ma non considera la questione cruciale di sapere come potrebbe emergere una “Cuba socialista e democratica” a partire dalla stagnazione economica e dalla povertà presenti, senza fare alcuna concessione al capitale.

Ciò che è possibile

Per un numero crescente di Cubani, all’interno ed all’esterno del paese, il socialismo nella sua versione autoritaria o democratica è un’utopia irrealizzabile. Sempre meno Cubani lo considerano probabile o auspicabile.

Per quelli che sostengono tuttavia questa prospettiva, la situazione economica presente – e l’esistenza di un capitale straniero potente – impedisce loro di immaginare finanche la possibilità di un socialismo sviluppato.

La fattibilità di un socialismo sviluppato è legata alla teoria marxista che rigetta la possibilità del socialismo in un solo paese, in particolare per quanto riguarda un paese economicamente sottosviluppato che esiste in un mondo capitalista che, per di più, è libero della minaccia immediata di un movimento rivoluzionario socialista.

Oltre al fatto di dover fare fronte all’ostilità del suo vicino imperiale, Cuba non potrebbe adottare un “socialismo autarchico” come via per il suo sviluppo economico. Non fosse altro che per il fatto di dipendere dalle importazioni di petrolio. La dipendenza dal turismo, dall’esportazione di servizi medici, di nickel e, in misura inferiore, di prodotti farmaceutici così come da una produzione di zucchero estremamente debole caratterizza la sua economia, basata sul commercio esterno. La sua integrazione nel mercato capitalista mondializzato impedisce la creazione al suo interno di una piena democrazia socialista.

Ma ciò non significa che Cuba deve abbandonare l’idea del socialismo. Tuttavia, bisogna pensarlo in termini di economia in transizione, come bastione temporaneo che può essere effettivamente costruito, finché la situazione internazionale non cambi in una direzione più favorevole al socialismo.

L’economia politica del marxismo classico offre un modello di quel che potrebbe essere questo bastione.

Questo riconosce prontamente che nei paesi meno evoluti – come Cuba – gli individui, le famiglie e la produzione a piccola scala giocano un ruolo più importante che nelle economie sviluppate.

Nel suo Socialismo utopistico e socialismo scientifico, Engels distingue tra il capitalismo moderno, dove la produzione è socializzata ma il prodotto è controllato ed appropriato dal capitalista, e il socialismo in cui la produzione e la proprietà sono socializzate.

Questa distinzione discende dall’idea che la proprietà produttiva fondata sul lavoro collettivo è l’oggetto adeguato della socializzazione e non la proprietà produttiva familiare o individuale, e ancora meno la proprietà degli oggetti di uso personale come i vestiti, i mobili o i veicoli.

Di conseguenza, un’economia in transizione a Cuba deve permettere la piccola proprietà produttiva privata.

Questo approccio discende da un’analisi marxista del capitalismo e non da una politica di adattamento opportunista al suddetto libero mercato. Questa economia di transizione subordinerebbe il settore privato della piccola impresa- retto da meccanismi di mercato -al settore pubblico incaricato della gestione della grande industria: il turismo, la produzione di medicinali, le risorse minerali e le operazioni bancarie.

Questi settori devono essere posti sotto il controllo dei salariati/e, essere coordinati tra loro e pianificati democraticamente. Il governo cercherebbe di armonizzare appoggiandosi sulle risorse a sua disposizione per indagare sulle condizioni del mercato ed elaborare le previsioni economiche più appropriate -l’economia statale con quella delle piccole imprese, secondo un piano democraticamente definito.

Gli ostacoli economici

In primo luogo è necessario fare una valutazione onesta dell’economia, che ha conosciuto un netto deterioramento, anche prima della crisi attuale, provocato dalla diminuzione delle forniture di petrolio provenienti del Venezuela.  Per cominciare, l’ampio settore pubblico, che comprende i tre quarti dell’economia, sta vacillando.

L’economista cubano Pedro Monreal ha segnalato che il governo stesso ha ammesso pubblicamente che il 58% delle imprese statali funzionavano “male o in modo manchevole.”

La crescita economica è stata bassa e ha registrato un peggioramento nella crisi presente. Secondo i calcoli dell’economista cubano Pavel Vidal Alejandro, il PIL di Cuba non crescerà nel 2016 e, molto probabilmente, subirà una contrazione del 3% nel 2017. Sarebbe il primo anno contrassegnato da una recessione tanto ampia dalla fine degli anni 1990.

Nell’area dell’opposizione di sinistra, alcune voci si oppongono alla crescita economica, tra l’altro per ragioni ecologiche. Tuttavia una delle condizioni necessarie alla democratizzazione risiede nel miglioramento delle condizioni materiali che si offrono ai cittadini. La stagnazione permanente dell’economia e il deterioramento del livello di vita susciterà un’emigrazione massiccia che, oltre ad essere una tragedia in sé, ridurrebbe il potenziale di un movimento di opposizione democratica e progressista a Cuba, per non parlare di un movimento qualificabile come socialista.

Ancora più inquietante è il fatto seguente: il tasso di nuovi investimenti per la sola sostituzione del capitale esistente è uno di più bassi dell’America latina. Si colloca a meno del 12% del PIL. Per 2016, le previsioni del governo indicano una diminuzione degli investimenti di circa il 17%, e del 20% per 2017. Ciò condurrebbe ad una formazione di capitale lordo fisso (FBCF) inferiore al 10% del PIL, cioè la metà di ciò che sarebbe necessario per lo sviluppo economico.

Tale deterioramento del capitale investito non solo impedisce l’espansione, ma fa ostacolo al mantenimento dei livelli attuali, per altro in via di depauperamento, della produzione economica e del livello di vita.

Ecco perché Cuba ha raggiunto il limite delle sue risorse disponibili per sostenere un aumento significativo del turismo – nel 2014, il numero di turisti è cresciuto fino a 3 milioni, nel 2015 a 3,5 milioni, e a 3,7 milioni secondo le previsioni nel 2016 – che si è sviluppato grazie alla ripresa delle relazioni tra Cuba e gli Stati Uniti, fin dal dicembre 2014.

La soppressione, ordinata dall’amministrazione Obama, delle restrizioni all’invio di divise [da parte degli espatriati cubani alle loro famiglie residenti a Cuba] ha creato una situazione di penuria paradossale per quanto riguarda i beni alimentari e le bevande. L’invio di divise aumenta la domanda interna, ma l’offerta interna non può rispondervi.

La produttività del paese è rimasta ugualmente stazionaria. Ad eccezione della patata dolce, la produttività agricola a Cuba è di molto inferiore a quella del resto dell’America latina. Nel settore industriale, le biotecnologe costituiscono il solo settore che gode di una produttività relativamente alta al paragone di quella che si registra nelle altre economie della regione.

L’aumento della produttività non è una questione che riguarda solamente il capitalismo assetato di profitti. È un fattore importante anche per un’economia che mira a ridurre i lavori faticosi, a migliorare il livello di vita, ad aumentare il tempo libero, cercando di produrre più con la forza-lavoro disponibile.

Che Guevara ha raccomandato [mettendo l’accento più sugli “stimoli morali” che sugli “stimoli materiali”] ciò che, di fatto, ha finito per essere un mezzo per spremere di più il lavoratore. Per ottenere un’economia più produttiva, l’alternativa reale risiede nell’organizzazione del lavoro, la tecnologia e, fattore più importante, il controllo operaio. L’autogestione, in quanto tale, è una motivazione potente.

La debole produttività attuale deriva da un sistema burocratico che disorganizza sistematicamente e suscita il caos, senza offrire ai salariati né motivazioni politiche – permettendo loro di avere voce in capitolo e diritto di decisione riguardo alle loro condizioni di lavoro – né motivazioni materiali, propri del sistema capitalista. Gli “stimoli morali” di Guevara sono falliti: fu un metodo che mirava a responsabilizzare i lavoratori senza dar loro un potere qualsiasi e a farli lavorare più duramente senza offrire loro alcun controllo né compenso materiale.

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Gli ostacoli ecologici

L’opposizione di sinistra alla crescita economica si fonda per l’essenziale su considerazioni ecologiche. Cuba affronta gravi problemi ambientali come l’aumento del numero di rotture e di dispersioni nel suo sistema di distribuzione idrica. Questo provoca considerevoli perdite di acqua che, spesso, ristagnano nelle strade o su terreni non coltivati. Ne deriva l’improvvida costituzione di riserve d’acqua da parte di numerosi abitanti per fare fronte alle mancanze. Questa situazione ha portato alla proliferazione della zanzara Aedes Aegypti che trasmette un’infezione virale pericolosa: il dengue.

Inoltre l’aumento del numero di maiali, pollami e coltivazioni familiari – politica favorita dal regime come componente dello sviluppo agricolo urbano, per quanto problematico – si combina col deterioramento dei servizi di nettezza urbana, ciò che aumenta il rischio di crisi sanitarie in ambiente urbano.

I recenti proclami del governo sulla fine dell’epidemia di Zika [virus trasmesso dalle zanzare del tipo Aedes] e sull’eliminazione quasi completa del dengue deve essere accolta con un certo scetticismo, finché perdurano le condizioni favorevoli alla diffusione di queste malattie.

L’approccio anti-crescita dell’opposizione di sinistra a Cuba si è rafforzato quando, in occasione di una sua recente visita a L’Avana, l’economista Jeffrey Sachs ha raccomandato al popolo cubano di “non progredire sulla via del XX secolo”. Come ha riportato il giornalista di sinistra Fernando Ravsberg, Sachs ha messo l’accento sulla necessità per i Cubani di non dimenticare la “sostenibilità” e di concentrarsi sullo sviluppo di un’agricoltura organica, senza impiego di trattori e con una produzione agricola senza uso di concimi chimici e di pesticidi.

Se il resoconto di Ravsberg è corretto, Sachs non ha effettuato il calcolo costi-benefici per ogni misura rispettosa dell’ambiente naturale. Dei piccoli trattori, economici in termini di utilizzazione di carburante, come quelli che il governo cubano progetta di produrre in associazione con capitali statunitensi, consumano certo ancora benzina. Ma gli effetti ambientali negativi non possono essere paragonati ai costi di un’agricoltura che utilizza come forza di traino gli uomini e gli animali. Questo modello porta ad una produzione di beni agricoli inferiore, pur esigendo un investimento massiccio in energia umana ed animale.

La storia a Cuba ne ha già fornito la prova: l’abbandono forzato dell’agricoltura motorizzata, all’inizio del “Periodo speciale”, ha rappresentato, in termini netti, un indietreggiamento enorme per il popolo cubano. Negli anni 1990, i trasporti urbani hanno fatto sempre meno ricorso ai veicoli motorizzati e gli abitanti di numerose città hanno utilizzato delle biciclette [importate dalla Cina]. in seguito abbandonate non perché i Cubani preferivano degli autobus poco frequenti e sovraffollati o dei taxi collettivi molto cari (solo una piccola frazione di Cubani possiede un’automobile), ma perché l’utilizzazione delle biciclette non permetteva ai salariati di arrivare in tempo al lavoro, venendo da abitazioni in periferia, e non proteggeva l’utente dalle piogge ed uragani tropicali da giugno a novembre.

Il governo cinese ha incoraggiato la proprietà individuale di automobili, e questo ha provocato un inquinamento urbano gigantesco. Ciò deve servire da segnale di allarme per Cuba in vista dell’adozione di un sistema di trasporto pubblico che sia un’ efficace alternativa sul piano della politica ambientalista.

Per finire, Cuba dovrebbe migliorare la sua produzione di elettricità a partire da energie rinnovabili che si collocano all’incirca al 5% del totale, livello inferiore alla media latino-americana.

Le opzioni politiche per un’alternativa socialista

L’orientamento in direzione di una società socialista non richiede solamente un programma, ma anche un’attuazione pratica politica. Ciò implica la concretizzazione di principi strategici e di considerazioni tattiche per intervenire e rispondere alle proposte del governo e a quelle delle diverse correnti di opposizione.

Sono incluse proposte per favorire la produzione agricola e la sua produttività, codificando il diritto di usufrutto dei piccoli agricoltori, eliminando la vendita obbligata della produzione agricola al governo sulla base dei prezzi dettati dall’Acopio [agenzia di Stato per l’acquisto dei beni agricoli] e creando un mercato all’ingrosso per le piccole fattorie e gli agricoltori individuali.

Per ciò che riguarda l’occupazione in zona urbana, queste proposte integrano la costituzione di cooperative fondate sull’iniziativa volontaria di salariati, e non a seguito dei diktat governativi che cercano di disfarsi di imprese deficitarie o di affari difficili ad amministrare in modo centralizzato, come i piccoli ristoranti.

Allo stesso tempo, questa nuova sinistra dovrà opporsi ad altre proposte avanzate dalle correnti sopradette. Per esempio, la legalizzazione di tutte le forme di auto-imprenditorialità, inclusi i settori che devono essere organizzati e diretti secondo gli interessi generali e pubblici, come la scuola o la salute.

Questa sinistra deve opporsi alle richieste di istituire un regime di importazione libero e non regolamentato, affermando che uno Stato organizzato e retto democraticamente deve stabilire le sue riserve di cambio sulla base di priorità, cioè considerando ciò che è più favorevole per i settori di popolazione meno avvantaggiata e per l’acquisto di beni capitali volti ad assicurare il miglioramento dello sviluppo economico.

Altrimenti, i Cubani più ricchi possono dettare, di fatto, lo spreco di divise rare per importazioni come quelle di automobili o mobili di lusso e altre forniture domestiche.

I socialisti dovrebbero resistere anche ad un punto di vista dominante – condiviso tanto dai critici che da un numero crescente di economisti governativi – secondo cui il governo dovrebbe assegnare sussidi alle persone e non ai prodotti, in pratica la sostituzione di un sistema universale con un sistema diretto ai soli cittadini in condizioni di bisogno.

I sussidi universali giovano, certamente, anche ai Cubani più ricchi. I critici di questi programmi non menzionano mai, tuttavia, gli effetti negativi delle loro proposte, cioè [la conseguenza] di minare la solidarietà sociale. Le esperienze internazionali hanno dimostrato che i programmi indicizzati sul tasso di povertà finiscono con lo stigmatizzare i beneficiari. Ne risulta, a lungo andare, una perdita di legittimità politica che mette in pericolo il loro finanziamento e la loro fattibilità nel lungo termine.

Una possibile risposta a questa questione consisterebbe nell’introdurre una scala mobile per sussidi universali in proporzione inversa ai redditi. Ciò potrebbe portare al riconoscimento di bisogni differenti, pur mantenendo un sostegno politico solidale più grande possibile.

Nella tradizione marxista, i socialisti comprendono che i sussidi devono essere selettivi. Nelle condizioni presenti, se ogni cosa fosse concessa in modo gratuito o venduta a costo di produzione, l’economia crollerebbe nel breve termine. Inoltre, un’economia relativamente sottosviluppata come quella di Cuba dispone di un surplus più piccolo per assicurare dei beni gratuiti o sussidiati.

Tuttavia, mantenere l’idea di un’universalità dei sussidi lascia aperta la via all’espansione futura di un’economia cubana divenuta più produttiva e ricca.

Le critiche liberali ed il governo stesso sostengono gli investimenti stranieri come mezzo per fare fronte alla capitalizzazione insufficiente dell’economia cubana. Molti a sinistra vi si oppongono, vedendo in questo un cavallo di Troia del capitalismo e del dominio straniero. Tuttavia, una politica controllata e selettiva di investimenti capitalisti stranieri è indispensabile in mancanza di un’industria domestica evoluta di produzione di beni. Questi investimenti importati potrebbero assicurare nuovi mezzi di produzione e potrebbero rinnovare il sistema di trasporto e infrastrutture necessarie.

Nuovi investimenti di origine straniera possono portare anche a creare un numero significativo di posti di lavoro e ad avere effetti di moltiplicazione, stimolando lo sviluppo di nuovi rami industriali che completino o permettano lo sviluppo più intenso di quelli già esistenti.

Inoltre, l’impatto degli investimenti stranieri sugli stipendi e le condizioni di lavoro potrebbe essere negoziato da sindacati indipendenti. Questi ultimi, tra altri obiettivi, dovrebbero dare la precedenza all’abolizione immediata della confisca da parte del governo cubano degli stipendi che gli investitori stranieri devono ai lavoratori cubani. Il governo non trasferisce ai suoi cittadini che una piccola frazione della massa degli stipendi che raccoglie.

Il governo afferma che lo fa per finanziare le spese sociali e altri obblighi governativi. Ma lo stesso scopo potrebbe essere raggiunto mediante un sistema di imposizione trasparente ed equa invece del monopolio del governo sulla vendita ed il controllo del lavoro.

È vero che un sistema produttivo controllato dai salariati e da sindacati potenti potrebbe allontanare gli investimenti stranieri. Tuttavia, un’amministrazione pubblica ed un sistema fiscale onesti, l’esistenza di risorse naturali ed umane non disponibili altrove potrebbero servire come leva per superare questi svantaggi.

I critici di destra e gli oppositori sottovalutano – quando non ignorano completamente – il tema decisivo delle crescenti disuguaglianze a Cuba. Per la sinistra ciò rappresenta una possibilità particolare di battersi per costituire dei sindacati indipendenti che, insieme ad un sistema di imposizione progressiva, potrebbe portare ad una politica più efficace di quella attualmente in corso, politica contrassegnata dalla proliferazione di regolamenti burocratici che assillano le piccole imprese ed i lavoratori indipendenti.

Questo non significa che bisogna sbarazzarsi di ogni regolamentazione, in particolare quelle necessarie per la sicurezza delle condizioni di lavoro, la salute, le pensioni ed i diritti sindacali. Se le regole fossero amministrate – sotto controllo e supervisione operaia – dalle organizzazioni professionali piuttosto che da una burocrazia centrale, assicurerebbero benefici sicuramenti

più ai lavoratori che ai proprietari. Ma per farlo, bisognerebbe operare una distinzione chiara tra le regole che mirano a proteggere gli interessi dei lavoratori e quelle dirette alla protezione degli interessi burocratici.

Facendo fronte alle proposte specifiche portate avanti tanto dal governo non democratico che dai settori dell’opposizione pro-capitalista, la sinistra a Cuba avrebbe la possibilità di formulare delle rivendicazioni particolari e di mobilitare le persone nella lotta per ottenerle. Ciò potrebbe contribuire a costruire un movimento – o almeno un polo organizzativo chiaro – malgrado la repressione governativa e lo scetticismo popolare.

Il regime cubano attuale non permetterà l’esistenza di altri partiti politici legali, né di sindacati indipendenti o di mass media liberi. E’ evidente che questi elementi costituiscono precisamente la struttura politica che potrebbe favorire un orientamento transitorio sul piano politico e sociale.

Tuttavia, l’opposizione di sinistra deve indicare pubblicamente un modello alternativo che riconosca apertamente sia le possibilità che le difficoltà proprie della costruzione di una democrazia socialista. Ciò renderebbe le persone più capaci di considerare che un’alternativa esiste, invece di far sentire loro che non si può fare niente per spingere il paese in una direzione anti-capitalista, radicalmente democratica e socialista.

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