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L’impoverimento di ossigeno degli oceani – Le Scienze

L'impoverimento di ossigeno degli oceani

foto – Cortesia Kerry St. Pe

lescienze.it – L’impoverimento di ossigeno degli oceani. Dall’inizio della rivoluzione industriale, i cambiamenti di uso del suolo e delle risorse hanno portato al raddoppio della quantità di fosforo riversata in mare dalle attività umane, con fioriture di fitoplancton che già oggi hanno causato la formazione di centinaia di aree marine costiere sostanzialmente prive di vita (red)

Le concentrazioni di ossigeno nell’oceano stanno lentamente diminuendo, e si profila la possibilità – sia pure nell’arco di millenni – che si inneschi un nuovo grande evento anossico, ossia una diffusa carenza di ossigeno tale da impedire la vita alla stragrande maggioranza degli organismi. Se ciò avvenisse – scrive Andrew J. Watson dell’Università di Exeter in una nota pubblicata su “Science” i tempi necessari perché gli oceani si riprendano da una simile catastrofe sarebbero ancora più lunghi, nell’ordine almeno dei centomila anni.

L'impoverimento di ossigeno degli oceani

A differenza dell’atmosfera, gli oceani non sono mai stati particolarmente ricchi di ossigeno e  più volte nel lontano passato hanno sofferto di eventi di questo tipo, provocando grandi estinzioni di massa, come quella avvenuta a cavallo fra il Permiano e il Triassico. Tuttavia, quelle antiche catastrofi marine furono causate in gran parte da lunghi periodi di intenso vulcanismo che ha fertilizzato le acque portandovi ingenti quantitativi di fosforo e innescando immense fioriture di fitoplancton che hanno consumato quasi tutto l’ossigeno disponibile.

L’eutrofizzazione a cui assistiamo oggi è invece dovuta in primo luogo all’attività umana: dall’inizio della rivoluzione industriale, i cambiamenti di uso del suolo, gli scarichi agricoli e gli scarichi fognari hanno più che raddoppiato la quantità di fosforo che entra nel mare portata dai fiumi e dalle attività costiere.

Fenomeni di anossia localizzata si sono già manifestati, il più significativo dei quali interessa l’area del Golfo del Messico vicina al delta del Mississippi, ma le “zone morte” costiere – sia pure di estensione minore – sono già diverse centinaia in tutto il mondo.

Alla creazione di zone di anossia – spiega Watson – contribuisce anche il riscaldamento climatico, che promuove la deossigenazione delle acque attraverso il rallentamento della formazione di acque profonde e la diminuzione della solubilità dell’ossigeno in superficie, soprattutto nelle regioni tropicali.

Un’analisi dei cicli dell’ossigeno – osserva il ricercatore – sembra suggerire che il calo dell’ossigeno osservato non possa essere spiegato unicamente da questi due meccanismi, ma che entrino in gioco ulteriori fattori, presumibilmente di carattere geologico, e i complessi feedback fra cicli dell’ossigeno, del carbonio, del fosforo e dell’azoto.

Va però tenuto presente che secondo i modelli attuali, una volta che l’anossia ha iniziato a diffondersi sulle piattaforme continentali e sui loro pendii, può innescarsi un processo di rimozione sempre più lenta del fosforo dalle acque, che si tradurrebbe in una deossigenazione prolungata degli oceani, che potrebbe durare anche centinaia di migliaia di anni.

Il rischio non sembra immediato, dato che, sempre secondo i modelli attuali, per raggiungere la soglia necessaria a far scattare questo catastrofico processo, l’aumento del fosforo marino dovrebbe continuare ai ritmi attuali per almeno un migliaio di anni.

Tuttavia, conclude Watson, sarebbe bene dedicare per tempo ulteriori ricerche a chiarire i meccanismi che concorrono all’impoverimento dell’ossigeno negli oceani e alle possibili azioni per contrastarlo.

L’inquinamento da nitrati è legato al ciclo del carbonio

Enormi “zone morte” al largo dell’Atlantico

Sorgente: L’impoverimento di ossigeno degli oceani – Le Scienze

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