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L’attivismo di Palazzo Chigi nelle ore delle consultazioni provoca perplessità nel Quirinale

Nel metodo Mattarella conta anche la collocazione delle parole. Le prime che scandisce all’uscita dal lungo e approfondito giro di consultazioni sono: “Il nostro paese ha bisogno in tempi brevidi un governo nella pienezza delle sue funzioni. Vi sono di fronte a noi adempimenti, impegni, scadenze che vanno affrontati e rispettati. Si tratta di adempimenti e scadenze interni, europee e internazionali”. Per arrivare alla sua formazione e indicare il nome dell’incaricato a formarlo, il capo dello Stato aggiunge: “Nelle prossime ore valuterò quello che emerso da questi colloqui e prenderò le iniziative necessarie per la soluzione della crisi di governo”.

Ecco: “governo nel pieno delle sue funzioni” e “prenderò iniziative”. È difficile non leggere, in queste parole, certo non un fastidio, ma una messa a punto di metodo rispetto all’irritualità di questa sorta di doppie consultazioni cui si è assistito in questi giorni. Col Quirinale impegnato ad ascoltare ogni singolo gruppo mentre a palazzo Chigi – non alla sede del Pd – il premier dimissionario riceveva ministri e tesseva la trama per formare il governo attorno al premier entrante, scelto e poi spifferato ai giornali assieme alla nuova compagine prima che le delegazioni del Pd salissero al Colle. Ai giornali, appunto. Perché – e questo è il secondo elemento di irritualità – quando la delegazione del Pd è salita al Colle, non ha fatto nomi. Né una “rosa” di nomi, scelta che può sembrare come un modo di affidarsi alla volontà del capo dello Stato, ma che in realtà è irrituale. A questo servirà la notte di valutazione e di riflessione, a dipanare l’ultimo elemento di ambiguità nella dinamica istituzionale, visto che il nome di Paolo Gentiloni non è stato fatto, anche se a palazzo Chigi si lavorava sul suo governo. Insomma, al Quirinale si è avuta l’impressione che Renzi non ha deciso del tutto. E le prossime ore serviranno a fare chiarezza e a capire le sue reali intenzioni. Altrimenti, ovviamente, Mattarella si assumerà l’onere della proposta in base alle sue valutazione e certo non in base a quello che scrivono i giornali.

All’esterno, per tutta la giornata, è sembrato che il film delle consultazioni venisse proiettato sullo schermo del Colle dopo poche ore ciò che andava in onda sullo schermo di palazzo Chigi. Ma al Colle non si è parlato di nomi. E se il capo dello Stato, attento a quel metodo che in democrazia è sostanza, avesse indicato – già al termine dei colloqui – il prescelto, magari quello uscito sui giornali, sarebbe stata una scelta in contraddizione col ruolo di baricentro istituzionale interpretato sinora. I cui effetti si sono visti, se pochi giorni fa la direzione mandava al Colle Renzi sulla base delle parole “o governissimo o voto” – nella certezza che il fallimento del governissimo portasse al voto – e invece oggi Luigi Zanda, al termine del colloquio al Colle, ha dichiarato: “Abbiamo registrato il rifiuto a un governo di responsabilità nazionale da parte delle altre forze politiche e abbiamo assicurato il sostegno del Pd alla soluzione della crisi che il capo dello Stato riterrà opportuna”. Il Pd è passato da “al voto al voto” alla formazione di un nuovo governo. Ed è accaduto grazie al fatto che, come fisiologico che sia, il baricentro della crisi si è spostato al Quirinale.

Ora il Pd non ha fatto un nome. E Mattarella ha indicato un metodo. Che riguarda la modalità di formazione del governo, ma anche la qualità del governo. E dunque la sua legittimazione e la sua credibilità, all’estero come in Italia. Né di scopo, né balneare, né a tempo, dire “nel pieno delle sue funzioni” significa presentare il governo che nascerà come un governo politico, legittimato dal Parlamento, nella misura in cui gli darà la fiducia, e non “octroyé” da un leader uscente che lo vive come un governo a termine, indipendentemente da cioè che accadrà in Parlamento. Insomma, ancora una volta riportare il baricentro nelle istituzioni.

E non è un caso che Sergio Mattarella colloca alla fine del suo intervento, e non all’inizio, le parole sulla legge elettorale, dopo aver parlato della necessità di un governo e dell’emergenza terremoto: “È emersa come prioritaria un’esigenza generale di armonizzazione delle due leggi per l’elezione della Camera e del Senato. Condizione questa indispensabile per procedere allo svolgimento delle elezioni”. Al contrario, la delegazione del Pd, che pure si è affidata a Sergio Mattarella, ha messo al primo posto l’esigenza di una legge elettorale legando ad essa, di fatto, le sorti del governo. Ultima notte, poi il nome.

Sorgente: L’attivismo di Palazzo Chigi nelle ore delle consultazioni provoca perplessità nel Quirinale

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