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Killer di Berlino: il controllo, le urla, gli spari. Così è morto il jihadista Amri

Il tunisino ricercato da lunedì scorso per il massacro di Berlino colpito dalla polizia a nord di Milano. «Poteva colpire anche qui»

di Cesare Giuzzi

L’uomo che voleva morire da martire indossava due paia di pantaloni, uno sopra l’altro, perché le ultime notti le ha passate all’aperto come un clochard. Non ha i caratteri della mitologia deviata dello shadid, la morte del fuggiasco Anis Amri, che alle 3 e 10 dell’altra notte è un cadavere insanguinato dietro una volante della polizia. Non ha invocato Allah, mentre impugnava la pistola: ma contro i due agenti ha urlato solo «poliziotti bastardi», come un qualunque balordo di strada. Piazza Primo Maggio, davanti alla stazione di Sesto San Giovanni, è una distesa immensa d’asfalto. Di notte, la nebbia rende opaca la luce dei lampioni. Gli agenti notano una figura solitaria. E quella sagoma, davanti alla macchina che accosta, fa come uno scatto, accelera il passo, tradisce agitazione. «Andiamo a controllare quel tizio», dice il capo pattuglia. La storia dell’attentato di Berlino si chiude con un conflitto a fuoco fulmineo, appena fuori dal confine a nord di Milano. Quattro spari. Quattro giorni dopo la strage in Germania.

A fine pomeriggio, dopo dieci ore frenetiche di verifiche e accertamenti, un vecchio investigatore sintetizza così il primo esito dell’inchiesta: «Non è un altro Salah Abdeslam». L’unico uomo del commando che fece strage a Parigi nella notte del Bataclan riuscì a rientrare in Belgio e nascondersi per mesi, poteva contare su complici, protezione, case sicure. Gli investigatori della Digos di Milano, guidati da Claudio Ciccimarra e coordinati dal procuratore aggiunto Alberto Nobili, hanno speso un’intera giornata per capire se Amri avesse contatti a Milano. Non hanno trovato parenti o amici. Nella piccola borsa a spalla con cui è arrivato a Sesto non teneva bigliettini, documenti, indirizzi. Solo un cellulare muto e inutilizzato. I poliziotti hanno esteso i primi accertamenti a possibili vecchie conoscenze, risalenti alla «prima vita» del futuro terrorista: lo sbarco a Lampedusa nel 2011, la sua partecipazione alla rivolta nel centro di accoglienza, gli anni passati in carcere. «Su Milano, per il momento, non ci sono tracce, neanche un semplice controllo prima che andasse in Germania». Fuga disperata, con caratteristiche di vagabondaggio. Forse, anche per questo, Anis Amri era comunque una «bomba innescata».

23 DICEMBRE 2016

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«Un fantasma», lo definisce il questore di Milano, Antonio De Iesu, ma allo stesso tempo «un latitante pericolosissimo, che avrebbe potuto compiere altri attentati», anche in Italia. Lo confermano i video diffusi dall’Isis nel pomeriggio, in cui Amri invita «ogni essere umano in grado di combattere» ad andare «a uccidere in tutta Europa i crociati maiali!». Ma la domanda resta: perché, ricercato in tutta Europa per i 12 morti di Berlino, Amri ha fatto tappa a Milano? Per cercare una risposta, bisogna ripartire dai dettagli della sua morte. Ieri la Digos ha raccolto una massa di immagini dalle telecamere di sicurezza fra Torino e Milano. Tutte insieme, compongono un piccolo film sugli spostamenti italiani del terrorista: il cambio di treno a Torino (arriva dalla Francia e passa su un regionale, perché ritiene che ci siano meno controlli), l’arrivo in stazione a Milano (inquadrato poco prima dell’una), la camminata verso viale Monza, infine il tragitto fino a Sesto in autobus, da cui scende alle 2.56. Un investigatore sottolinea un elemento chiave: «In tutte le immagini, è sempre solo. E non telefona mai».

Alle 3.08, Christian Movio, 36 anni, e l’agente in prova Luca Scatà, 29 anni, poliziotti della volante del commissariato di Sesto, scendono dalla macchina: «Buonasera, hai un documento?». «Non ce l’ho», risponde Amri. «Da dove vieni?». «Sono calabrese», farfuglia il terrorista. Gli agenti seguono il protocollo: «Svuota le tasche e lo zaino e poggia tutto sulla macchina». Amri non sembra insofferente («era assolutamente tranquillo», ricorda Roberto Guida, dirigente del commissariato di Sesto): mentre armeggia, però, afferra una pistola. Una calibro 22, di fabbricazione tedesca (probabilmente la stessa con cui ha ucciso l’autista polacco per «dirottare» il tir poi usato la strage a Berlino). Amri spara subito. Colpisce Movio alla spalla. Gira intorno all’auto e si accuccia. Il poliziotto ferito esplode un colpo. Il suo giovane collega corre dall’altra parte della volante e fa fuoco due volte. Amri muore sul colpo. Arrivano gli uomini della Scientifica e prendono le impronte dal cadavere. All’alba, dalla comparazione, emerge il match: è il terrorista di Berlino. Chiamata al Bka tedesco: «Fine della caccia». «Può sembrare paradossale che sia stato trovato casualmente in un normale controllo — riflette il questore De Iesu — ma questa è la realtà. E dimostra l’efficacia del nostro lavoro, spesso oscuro: le decine di migliaia di identificazioni in strada. Questa è vera prevenzione». La polizia a Milano fa circa 350 mila operazioni di quel genere ogni anno, 380 mila le fanno i carabinieri su tutta la provincia. Si alimenta così un mastodontico database informativo. Controllo del territorio.

L’inverosimile frase («sono un calabrese»), potrebbe svelare un’intenzione. Se per ora non emergono legami diretti con jihadistiin clandestinità in Lombardia, è possibile che Amri sia arrivato con la speranza di rintracciare qualche sua vecchia conoscenza nella micro criminalità. Obiettivo: recuperare un documento falso, e qualche soldo, oltre i 150 euro che aveva in tasca. Dalla stazione di Sesto partono anche i bus verso Spagna/Marocco, Albania e Sud Italia. Escluso che potesse espatriare senza carta d’identità, forse il terrorista voleva raggiungere Calabria o Sicilia. «La nostra idea è che volesse soltanto fuggire — spiega un investigatore — magari verso Nord Africa o Siria. Ma se non ce l’avesse fatta, forse avrebbe potuto attaccare anche qui. Per una nuova strage e il martirio». Il fatto che sia stato fermato e ucciso dagli agenti di una volante apre nuovi profili di rischio. Sale il livello di allerta, tanto che il capo della polizia, Franco Gabrielli, ha inviato una circolare in cui invita alla «massima attenzione», poiché «non si possono escludere azioni ritorsive» contro le forze dell’ordine. Da tempo gli analisti definiscono l’Italia un «corridoio» del jihad, Paese di passaggio: dallo snodo di Bari, tappa per i viaggi in Siria di alcuni uomini del Bataclan, fino alle antiche reti di Al Qaeda al Nord, che inviavano i mujaheddin arabi in Bosnia e Afghanistan. Anche l’ultimo soldato del Califfo ha provato a usare il «corridoio Italia»: ma qui è morto da balordo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Sorgente: Corriere della Sera

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