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Il mito dell’Europa nel labirinto e il futuro del governo – di Eugenio Scalfari – Repubblica.it

repubblica.it – Il mito dell’Europa nel labirinto e il futuro del governo  – di EUGENIO SCALFARI

SPESSO mi chiedo dove e come è nato l’Occidente, la sua cultura, la sua potenza ed anche le sue debolezze; ma non so rispondere. Senza dubbio è nato in Europa ma quando e come? La storia e perfino la preistoria non lo dicono; le religioni neppure. Il mito forse. Sì, il mito lo dice.

Queste cose pensavo mentre stavo leggendo un libro sulla mitologia; ce ne sono molti e mi hanno sempre attirato. Colgono il profondo dell’animo nostro e lo mettono in luce, come le sue contraddizioni che cambiano sempre ma sempre ci sono, si scontrano ma non si spengono, fanno parte della nostra specie di uomini che guardano se stessi mentre operano, giudicano se stessi e così nasce l’Io e con esso il desiderio del potere, la sua trascendenza.

Il libro di mitologia che meglio affronta questo tema l’ha scritto pochi mesi fa Paola Mastrocola. Si intitola L’amore prima di noi. Prima di affrontare i problemi reali che dobbiamo risolvere, voglio soffermarmi sul loro aspetto mitico. Poi scenderemo a quelli reali. Dalle stelle alla terra. C’è sempre il filo di Arianna che può farci uscire dal labirinto nel quale oggi il mondo si trova.

«Un giorno Zeus guardava il mondo sotto di sé. Il suo sguardo si era posato per caso su una fanciulla che si chiamava Europa perché aveva gli occhi grandi. Rimase incantato a guardarla. Poco dopo sulla spiaggia della costa fenicia comparve un toro straordinariamente bianco».

«Le ragazze che danzavano sulla spiaggia furono curiose di quel toro straordinariamente bianco. Erano estremamente incuriosite. Il toro si fermò a grande a distanza e continuò a guardare soprattutto Europa dagli occhi grandi. Fu lei ad avvicinarsi. Il toro aspettava e lei arrivò vicina e lo carezzò. Per gioco gli montò sul dorso e lui partì. Entrò in mare al galoppo, superò le onde in un attimo, prese il largo mentre Europa, avvinghiata alle sue corna chiedeva aiuto. Le compagne guardavano mute ma non potevano far nulla. Il toro era ormai in mare aperto, s’involava spariva e riemergeva.

Zeus ebbe da Europa tre figli e le lasciò una lancia che non sbagliava il bersaglio. Uno di loro si chiamò Minosse, che fece costruire nel suo regno il labirinto. L’Europa di allora si chiamò Europa, colei che ha gli occhi grandi. Così da una fanciulla d’Oriente nacque l’Occidente ».

Questo è tutto. Ce n’è abbastanza per riflettere.
***
A me piacerebbe che sul significato di questa scena mitologica riflettessero le persone d’autorità investite, a cominciare dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il presidente della Corte costituzionale Paolo Grossi, il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, il capo del partito di maggioranza Matteo Renzi ed anche, a suo modo, Silvio Berlusconi. Di altri non parlo, pensano ad esistere e seguono soltanto questa necessità.

L’Italia e chi la rappresenta in Europa e nel mondo provengono in qualche modo dal figlio che lo Zeus mitologico lasciò ad Europa e da questo non possiamo prescindere. Come pure dobbiamo capire qual è il filo di Arianna per uscire dal labirinto in cui l’Italia e l’Europa si trovano. Temo per esempio che Renzi abbia sbagliato a respingere la proposta di Mattarella a tenere in vita il suo governo e far nascere in sua vece un governo burattino del quale vuole essere il burattinaio.

Così pure credo che sarebbe molto opportuno se Gentiloni tagliasse i fili del burattinaio e avesse il governo che pensa e durasse fino alla fine della legislatura. Temo anche che la diffidenza interna del Pd continui a fare il gioco dei tanti galli che si disputano la sola gallina del pollaio invece di volare alto insieme al segretario. Temo infine che, tranne Mattarella, nessuno abbia capito quali sono i reali interessi del Paese e dell’Europa della quale facciamo parte integrante.

La sinistra, non soltanto quella italiana, dovrebbe porsi due fondamentali obiettivi: modernizzare il proprio modo d’essere aggiornandolo secondo i nuovi bisogni della società e conquistare un ruolo di governo sia in Italia sia in Europa. La guerra nel pollaio è miserevole, dividersi in correnti è altrettanto miserevole, ma purtroppo continuano tutti, dal segretario Renzi fino all’ultimo militante del partito. Questi fin qui esposti sono temi essenziali, ma non sono i soli. Ci sono le riforme e la politica sociale, c’è la legge elettorale e i problemi nati dal bicameralismo ridiventato perfetto con le esigenze che porta con sé.

Ne abbiamo più volte parlato da queste pagine ma vale la pena di riparlarne ancora in un mondo che ormai cambia con molta velocità, in una società globale che cambia anch’essa a dir poco ogni mese se non addirittura ogni giorno. Dunque esaminiamoli questi aspetti della situazione e ciò che compete a chi è chiamato a risolverli.

La politica sociale d’una sinistra moderna ha due compiti principali: aumentare la produttività ed abolire o almeno diminuire le diseguaglianze. La discussione non è quella attualmente in corso di accrescere le imposte oppure le spese o viceversa; imposte e spese sono certamente strumenti necessari ma l’obiettivo principale è la diseguaglianza che significa sostanzialmente una costante e crescente differenza tra ricchi e poveri.

Questa differenza fa sì che il numero dei ricchi diminuisca ma la ricchezza di ciascuno di loro aumenti mentre specularmente il numero dei poveri e dei meno abbienti aumenta insieme alla loro povertà soprattutto per quanto riguarda il cosiddetto ceto medio. Non esiste quasi più il ceto medio e chi ancora ne fa parte ha il timore di diventare proletariato, questa è la situazione, uno dei fattori d’una dilagante rabbia sociale che alligna in tutti i Paesi del mondo a cominciare dagli Stati Uniti d’America, dove il fenomeno ha determinato la vittoria di Donald Trump, e così pure in Inghilterra e minaccia in Germania la cancelliera Angela Merkel e spiega anche la vera causa della nascita del Movimento 5 Stelle in Italia.

La diseguaglianza, è questo che dobbiamo combattere. Per quanto riguarda la produttività anche i lavoratori debbono contribuire ma marginalmente. Sono soprattutto gli imprenditori che debbono perfezionare i loro investimenti ma debbono anche inventare nuovi prodotti da offrire ai consumatori. La domanda di consumi dipende da molti fattori ma principalmente da nuovi prodotti offerti. Si veda il fenomeno che la storia dell’industria ci offrì nei primi anni del Novecento: il motore a scoppio e l’automobile.

Le prime automobili furono un prodotto di lusso riservato ai ricchi. Comunque un nuovo prodotto che gradualmente sostituì le carrozze trainate da cavalli o da muli. Ma poi accanto alle auto di lusso di grande cilindrata usate anche per le gare sportive, nacque ad un certo punto l’automobile piccola, alla portata dei ceti medi e questa fu l’auto di massa che ebbe una grande diffusione. Nelle città diventò anche la seconda automobile dei ricchi per circolare e posteggiare con maggiore facilità. Adesso sta addirittura nascendo un’auto senza pilota, che marcia da sola e da sola posteggia. L’autista guida accendendo il computer, che poi pensa a tutto il resto.

Questo è il vero aumento della produttività di cui viene anche a godere il salario dei lavoratori dipendenti e di conseguenza anche i consumatori.

Noi qui in Italia facciamo assai poco in questa direzione perché la maggior parte degli imprenditori, se il loro profitto aumenta, invece di riconvertirlo in buona parte, lo tengono per sé e lo investono nella finanza invece che nell’industria. Qui dovrebbero intervenire le imposte o le tasse per punire questo comportamento dei capi delle imprese, ma abbiamo visto ben poco di questa politica fiscale.

Dovremo ora parlare della legge elettorale dopo il No referendario che ripristinando il Senato deve necessariamente esser rifatta dal Parlamento su proposta del governo e/o dai partiti. Ci sono due alternative: una legge sostanzialmente maggioritaria come era l’Italicum, con premio alto, il 40 per cento, oppure una legge proporzionale senza ballottaggio ma eventualmente con un premio di maggioranza per il partito con maggiori voti degli altri. Oppure una via di mezzo tra queste due ipotesi.

Personalmente ritengo che una legge proporzionale con o senza premio sia migliore della maggioritaria. Si obietta (Renzi soprattutto) che la proporzionale frantuma il Parlamento e in tal modo indebolisce la governabilità. Questa obiezione è fondata ma il modo di superarla è la coalizione tra due o più partiti. Molte volte ho richiamato a questo proposito la storia della Democrazia cristiana da Alcide De Gasperi fino alla morte di Aldo Moro. Vigeva la proporzionale e non c’era alcun premio, e le coalizioni si formavano dopo le elezioni. Si rilegga quella legge. Tra l’altro essa può essere entro certi limiti modificata adottando un voto di collegio o uninominale, ma la base di fondo è in ogni caso proporzionale.

È vero che questo tipo di legge alimenterebbe le correnti dentro i partiti, soprattutto in quelli maggiori, ma questo avviene anche adesso, perfino nel movimento grillino. Ormai le correnti ci sono anche lì sebbene sia un movimento di proprietà di Grillo e di Casaleggio.

Questo è comunque il mio parere che ovviamente non conta niente in materie di questo genere. E poiché siamo alla conclusione mi permetterò di fare a Renzi una proposta personale alla quale so già che dirà di no (forse sarebbe stato meglio per lui se mi avesse ascoltato a suo tempo): non chiedere le elezioni entro giugno, anzi non le chiedere affatto e lascia che Gentiloni arrivi al termine della legislatura.

Tu nel frattempo ti dedichi al tuo partito, alla sinistra in Italia e in Europa e nei momenti liberi che certo avrai porta i figli a scuola e occupati della famiglia. Leggi libri utili e belli e attendi fino al 2018. A quel punto ti presenti alle elezioni e cerchi di vincerle, tu e il tuo partito.

Avrai un lungo avvenire politico davanti. Sei un uomo di talento e di capacità decisionali ed anche di carisma politico. L’Italia e l’Europa ne sarebbero avvantaggiate sia adesso senza di te sia dopo insieme a te. Grazie.

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