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Gli errori di Tsipras, M5S e sinistra sull’euro. Come sganciarsi dalla moneta unica senza uscire dall’eurozona

di Enrico Grazzini

L’opposizione democratica – quella dei 5 Stelle e della Sinistra – dovrebbe preparare urgentemente un piano chiaro sull’euro e sull’Europa. La situazione italiana è infatti molto più preoccupante di quanto ci fanno apparire.

È più che grave: è disastrosa (anche se al peggio purtroppo non c’è fine). La crisi bancaria è serissima, e quella dell’intero Paese prelude a probabili rotture con l’Unione Europea e con i mercati finanziari. In effetti l’Italia è sull’orlo del baratro: l’esito è incerto, ma senza svolte sicuramente avanziamo verso la catastrofe. Il contesto è pessimo: l’euro è una moneta strutturalmente fragile e perennemente a rischio di sopravvivenza, l’eurozona è già in coma, e l’Italia è il punto debole di questa eurozona malata.

Pochi dati sintetici (fonte: Istat) illustrano la drammatica condizione a cui è giunto il nostro Paese. Dal 2007 al 2015 l’Italia dell’euro ha perso quasi 10 punti di PIL (circa 140 miliardi in meno) e un quarto della produzione industriale. I disoccupati sono passati da un milione e 150 mila unità a quasi tre milioni. Il reddito medio è sceso fino al livello pre-euro (primi anni ’90) e 4,6 milioni di famiglie sono ormai entrate in condizione di povertà assoluta. Gli investimenti sono caduti del 30% circa. Con i famigerati tagli alla spesa pubblica, i servizi per i cittadini (sanità, istruzione, trasporti) sono in condizioni di degrado. Al sud l’unico business fiorente e liquido è quello delle mafie. I giovani più bravi vanno all’estero. Paghiamo più tasse di quanto lo stato spende per i servizi pubblici, ma lo stato è ugualmente in deficit perché paga circa 70-80 miliardi all’anno di interessi sul debito agli investitori finanziari. Il debito pubblico segna il record di 133% sul PIL: e senza crescita del PIL certamente non diminuirà ma aumenterà. I capitali fuggono; l’Italia ha raggiunto il picco di deficit nel Target 2, il sistema di compensazione tra i capitali dei Paesi dell’eurozona: 360 miliardi di disavanzo italiano contro il gigantesco surplus tedesco di 754 miliardi. Il patrimonio industriale e bancario nazionale a spizzichi e bocconi viene ceduto all’estero. Non solo non abbiamo più sovranità monetaria ma non possiamo neppure fare manovre fiscali espansive a causa dell’enorme debito pubblico. Siamo in trappola. Di fronte a noi c’è solo il Fiscal Compact e l’ulteriore taglio forsennato alla spesa pubblica. La condizione è insostenibile e prima o poi precipiterà.

Viviamo una crisi peggiore di quella vissuta negli anni ’30 dello scorso secolo gestita dal duce Benito Mussolini con un massiccio intervento pubblico. E non si vede la fine del tunnel. A questa situazione drammatica ci hanno portato l’Unione Europea, l’euro e la nostra inetta e subordinata classe politica che – in buona o, molto più spesso, in cattiva fede – ha tradito l’interesse nazionale nel nome dell’Europa germanizzata e della corsa verso il basso per affrontare la globalizzazione. In questo contesto chi in Italia vuole la stabilità si illude di potere prolungare il disastro. Chi chiede solo un poco più di flessibilità all’Europa – come il passato governo Renzi e nel presente il nuovo governo fotocopia Gentiloni – non ottiene nulla e in pratica ci conduce verso la catastrofe. Come svoltare? Come uscire da questa crisi tremenda?

Purtroppo il Movimento 5 Stelle e la Sinistra radicale non hanno ancora elaborato una strategia chiara ed efficace per sganciarsi dai vincoli dell’eurozona e dell’euro. Del resto oggettivamente non è facile svincolarsi dalla politica europea sotto il ricatto dei mercati finanziari senza rischiare di aprire una nuova gravissima crisi spaccando il Paese. Il problema è che sulla questione scottante dell’euro ambedue, i 5 Stelle e la sinistra, camminano senza alcuna direzione precisa e soprattutto senza proposte concrete, praticabili e condivisibili dal popolo italiano.

Ma dal momento che la politica dell’eurozona determina come un “pilota automatico” (la definizione è di Mario Draghi) il 99% della nostra politica economica, il vuoto o le carenze di proposta politica sull’Europa rischiano da una parte di pregiudicare la possibilità che i 5 Stelle riescano effettivamente a governare il paese, e dall’altra che la Sinistra torni a contare qualcosa nella politica e nella cultura politica italiana. Non è un caso che gran parte delle classi popolari voti a destra.

Senza idee chiare su come superare l’euro non c’è possibilità né di gestire il paese né di fare una opposizione realmente efficace. Basta considerare che la gravissima crisi delle banche italiane è vigilata e pilotata dalla BCE e dalla Commissione UE – ed è stata provocata anche dalla disgraziata Unione Bancaria Europea – per capire che, senza una politica verso l’Europa, non c’è neppure una politica per l’Italia.

Dopo il clamoroso fallimento di Alexis Tsipras – il leader greco che nei fatti ha accettato tutti i diktat della Troika, cioè di quegli organismi (BCE, UE, FMI) la cui terrificante politica di austerità si proponeva di contrastare andando al governo – sembra che i 5 Stelle non abbiano più un progetto chiaro per il superamento dell’euro. Uscire dall’euro sì o no? e se sì, come? La proposta del referendum sulla moneta unica può essere apprezzata o meno, ma certamente non indica una soluzione concreta su come uscire dalla crisi. Il progetto del Movimento 5 Stelle è purtroppo ancora troppo vago e incerto.

La sinistra da parte sua non ha ancora elaborato il lutto della guerra politico-economica persa malamente dal suo leader maximo Alexis Tsipras, il presidente della Sinistra Europea. Tsipras ha condotto una battaglia difficilissima ed è stato sconfitto. Ha compiuto errori strategici e tattici: la Grecia è rifinita sotto il tallone della Troika, ha praticamente perduto la sua sovranità, l’austerità continua ma il Paese dove è nata la democrazia è tuttora a rischio di fallimento, anzi, resta uno stato fallito al guinzaglio dei suoi creditori, al guinzaglio dell’Unione Europea.

Gli errori di Tsipras. La sconfitta non era inevitabile.

In effetti Tsipras, pur di non lasciare l’euro, ha accettato tutte le condizioni dei suoi potentissimi avversari. La sua politica è apparsa confusionaria e improvvisata. All’inizio il governo Tsipras ha proposto soluzioni ragionevoli e moderate per risolvere la crisi con il minore danno possibile sia del popolo greco che dei creditori. Ma si è trovato contro la dura opposizione di tutti gli altri governi dell’eurozona. Tsipras ha vinto con nettezza il referendum contro i diktat della Troika. Infine si è arreso. Tuttavia avrebbe dovuto tentare nuove strade per difendere la dignità e l’autonomia nazionale e per rispettare la volontà anti-Troika democraticamente espressa dal suo popolo.

Per esempio avrebbe potuto seguire i suggerimenti forniti sulle colonne del Financial Times da Wolfgang Munchau[1]. Senza uscire dall’euro il governo Tsipras avrebbe potuto emettere e diffondere un titolo fiscale valido per pagare le tasse con funzione di moneta interna, cioè valido anche come mezzo di pagamento. Con questa (quasi)moneta interna l’economia greca – afflitta da una grave mancanza di liquidità – avrebbe potuto ripartire. L’euro sarebbe rimasto moneta legale e sarebbe stato utilizzato soprattutto come valuta preziosa per i pagamenti con l’estero. La moneta fiscale interna sarebbe invece servita a sostenere l’economia nazionale, anche nel caso che la BCE avesse chiuso il rubinetto dell’euro e i bancomat delle banche greche (come poi ha puntualmente fatto).

Contemporaneamente Tsipras avrebbe dovuto denunciare il debito estero, rifiutandosi di continuare a farlo pagare per intero al popolo greco. I Paesi dell’eurozona e il FMI avrebbero avuto l’onere di decidere se buttare fuori Atene dall’euro e subire per intero le perdite (scelta costosa e abbastanza improbabile) o se invece tagliare finalmente il debito e dare ad Atene il respiro finanziario necessario per rilanciare l’economia, sottraendo il popolo greco al disastro sociale ed economico. L’emissione di una moneta parallela nazionale senza uscire dall’euro avrebbe richiesto coraggio e competenza tecnica ma avrebbe dato una chance al popolo greco. Invece oggi la Grecia ha perduto la sua sovranità e la crisi umanitaria continua. Contro la politica del governo di sinistra i sindacati greci hanno indetto quattro scioperi generali e, secondo i sondaggi, Syriza, il partito di Tsipras, è minoritario rispetto alla destra di Nuova Democrazia.

La sinistra italiana (e in parte anche quella europea) non solo non ha imparato nulla dalla lezione greca ma, cosa assai più grave, non ha neppure riconosciuto la pesantissima sconfitta. Come se Tsipras fosse perfetto, un Dio in terra, e come se la sconfitta fosse stata inevitabile. Come se si potesse ripresentare ancora la lista Tsipras per l’Altra Europa. Ovvero la lista della sconfitta greca e dell’europeismo fallimentare.

Per rilanciare l’economia occorrono idee e strategie innovative, radicali ma concrete. Sperare nel

cambiamento europeo è troppo ingenuo ed è velleitario: occorre una soluzione nazionale, originale ed efficace per superare l’euro senza però necessariamente rompere né con l’eurozona né con la UE. Occorre una soluzione che il Parlamento e il governo nazionale possano autonomamente deliberare senza però spaccare l’eurozona. L’obiettivo è di ridare voce alla politica democratica e sottrarsi al governo neo-colonialista delle istituzioni sovranazionali mai elette.

La soluzione può essere quella di emettere una Moneta Fiscale, ovvero un Titolo di Sconto Fiscale che può diventare moneta complementare (non parallela, come sarebbe stata in Grecia, ma aggiuntiva) all’euro. Questa proposta è stata concepita nel suo nucleo essenziale da un economista di finanza aziendale, Marco Cattaneo[2], poi elaborata e approfondita in un ebook collettivo di Micromega, e fin dall’inizio promossa convintamente dal compianto Luciano Gallino, il più rigoroso studioso italiano di sinistra nel campo delle scienze umane – come è in effetti l’economia politica – [3]. La moneta fiscale ridarebbe ossigeno all’economia e creerebbe un enorme consenso nella società grazie all’aumento generalizzato dei redditi e dell’occupazione. Ridarebbe ossigeno al sistema produttivo. Purtroppo però Movimento 5 Stelle e Sinistra hanno elaborato altri progetti.

L’illusione dei 5 Stelle: l’uscita ordinata dall’euro

Il Movimento 5 Stelle è (giustamente) da sempre assai critico sull’euro e sulla cessione di sovranità democratica alla Unione Europea. Grazie a questa posizione si è conquistato la simpatia di almeno il 30% dell’elettorato italiano. Beppe Grillo ha più volte denunciato questa UE: questa Unione non è null’altro che una istituzione intergovernativa non eletta e non democratica che persegue una politica ultraliberista e autoritaria a favore della grande finanza e degli stati più forti, quelli creditori (in primis la Germania). Grillo non si illude sugli Stati Uniti d’Europa, uno stato federale che centralizzerebbe tutti i 29 stati della UE. È invece giustamente a favore della difesa della sovranità nazionale, della sovranità dei cittadini.

Il Movimento di Grillo ha compreso perfettamente che la moneta unica schiaccia l’economia del nostro Paese, e che l’euro consiste in una politica monetaria favorevole solo alle grandi banche, alle elites tedesche e dei Paesi del nord Europa. Il Movimento 5 Stelle propone il Referendum sull’euro per ampliare la discussione pubblica sulla moneta unica e sulla UE. E poi propone possibilmente l’uscita ordinata dall’eurozona, ma non dall’Unione Europea.

La critica radicale dei 5 Stelle all’euro è certamente corretta. La moneta unica infatti non è una “cosa” o uno strumento neutro. Realizza il rapporto di dominio del più forte sul più debole. Creata sul modello del marco tedesco, l’architettura dell’euro, così come prevista dal Trattato di Maastricht e dai successivi trattati ulteriormente peggiorativi (vedi il Fiscal Compact), presenta difetti strutturali congeniti che per sinteticità presentiamo analiticamente in calce (preghiamo i lettori, soprattutto gli economisti, di leggere la nota in fondo all’articolo perché ci sembra particolarmente importante ed istruttiva)[4].

La moneta unica è quindi strutturalmente fragile, perennemente in crisi, ed è sostenuta solo dall’espansione monetaria della Banca Centrale Europea ma è altamente probabile che prima o poi crolli fragorosamente. Di fronte a questa situazione il Movimento 5 Stelle ha scelto di uscire in maniera per quanto possibile ordinata dall’euro. Ma l’uscita ordinata dall’eurozona – come vorrebbero i 5 Stelle – è palesemente una contraddizione in termini. E’ praticamente impossibile uscire pacificamente ritornando alla valuta nazionale. I mercati finanziari punterebbero subito i loro cannoni contro chi tentasse di abbandonare la valuta comune. Se l’Italia accennasse a lasciare l’euro, i mercati finanziari si scatenerebbero, ci sarebbe una fuga di capitali di massa (peraltro c’è già in maniera consistente, vedi il Target 2) e il costo per il servizio del debito schizzerebbe immediatamente alle stelle.

Per l’uscita dall’euro il problema non è tanto il debito pubblico ma il debito privato. L’uscita non è problematica solo e tanto per lo stato italiano, ma per le banche e i privati che hanno il maggiore debito in valuta estera. L’abbandono dell’eurozona colpirebbe a morte le banche italiane. Consideriamo innanzitutto il debito pubblico: dei circa 2300 miliardi di debito circa 700 sono controllati da operatori esteri. Tuttavia gran parte di essi cadono sotto la giurisdizione italiana e potrebbero essere ridenominati abbastanza facilmente in nuove lire italiane (ovviamente svalutate). Lo stato italiano per lex monetae potrebbe quindi ripagare gran parte dei suoi debiti in moneta debole, svalutata[5].

Il vero problema è il debito privato, e in particolare quello che ricade sotto la legislazione estera, di Londra o di New York. E che quindi dovrebbe essere restituito in valuta forte, in euro o in dollari. Marcello Minenna, un economista competente vicino ai 5 Stelle, in base ai dati della Banca dei Regolamenti Internazionali stima che il debito estero delle banche italiane sia pari a 770 miliardi di dollari. In confronto il debito statale fuori dalla lex monetae sarebbe di 103 miliardi di dollari[6]. La montagna di debiti privati soprattutto da parte delle banche – a meno di non onorarli, e quindi di avere contro tutti gli operatori finanziari e di essere completamente tagliati fuori dal mercato finanziario mondiale – andrebbe restituita in moneta forte. In questo contesto, la proposta di uscita unilaterale dall’euro appare nel migliore dei casi assai problematica; realisticamente, anche sul piano geopolitico, è completamente illusoria e ingenua. È un tipico “vorrei ma non posso” di chi coltiva sogni.

E’ comunque evidente che se mai l’Italia riuscisse a uscire dalla gabbia della moneta unica, l’euro crollerebbe di colpo e immediatamente tutta l’eurozona si spaccherebbe e si scioglierebbe come neve al sole. Ma, dal momento che l’euro è la seconda moneta mondiale di riserva dopo il dollaro, il caos sarebbe globale. Se l’euro crollasse per colpa dell’Italia avremmo contro tutti: USA, Russia e Cina e ovviamente i mercati finanziari. Altro che uscita ordinata! Il Paese si dividerebbe e l’economia italiana ed europea vivrebbe sicuramente una nuova grande crisi. L’aspetto positivo è che l’Italia riconquisterebbe la sua autonomia nazionale e la sua democrazia. Ma a che prezzo! Quello di un’altra crisi verticale e di un generale impoverimento!

La riconquista della sovranità politica e monetaria, del potere decisionale democratico è indispensabile, ma se il Paese abbandonasse l’euro uscirebbe con le ossa rotte. Non ci sarebbe ordine ma caos e sofferenze per la popolazione. Dalla crisi economica nascerebbero disordini, crisi politiche, e alla fine molto probabilmente crisi della democrazia. Nessun governo, neppure uno con una ipotetica salda maggioranza dei 5 Stelle, potrebbe avventurarsi davvero su questa strada senza subire formidabili contraccolpi e cadere. Uscire dall’euro, come propongono Alberto Bagnai e altri economisti, significa schiantarsi[7]. E non esiste alcuna possibilità di uscire con ordine.

La sinistra divisa tra europeisti e critici

La sinistra è più perbenista e moderata dei 5 Stelle, ed è in gran parte europeista. E’ molto riformista e quindi propone la riforma dell’euro, gli eurobond, la mutualizzazione dei debiti pubblici, maggiori investimenti da parte della Banca Europea degli Investimenti, la creazione di un fondo federale come quello degli Stati Uniti, la creazione di una Banca Centrale che non combatta solo l’inflazione ma che, come la FED statunitense, lavori anche per lo sviluppo e l’occupazione. La sinistra chiede che il Parlamento Europeo abbia dei poteri reali, possa legiferare e nominare un esecutivo, rappresenti la volontà democratica dei popoli. Poi vuole il controllo del movimento dei capitali, la Tobin Tax, la regolamentazione della finanza, ecc, ecc, ecc.

Sono cose molto belle, ma purtroppo nel contesto europeo attuale, assolutamente e del tutto irrealizzabili. Il problema è che gran parte della sinistra crede ancora agli Stati Uniti d’Europa come i fanciulli credono a Babbo Natale. Non si capacita che il bel sogno dei nobili Padri Fondatori è naufragato da un pezzo. Non comprende che la Germania e la Francia non rinunceranno mai alla loro sovranità nazionale a favore degli altri governi e dei popoli europei. I governi di Francia e Germania non si faranno mai scavalcare dal Parlamento Europeo o da un supergoverno UE. Non a caso recentemente il presidente del Parlamento europeo, il socialista Martin Schultz, si è dimesso per concorrere là dove la politica conta davvero, cioè per le elezioni del Parlamento tedesco.

Ragionando per schemi, ma in maniera sufficientemente indicativa, la sinistra si divide in due campi: una parte moderata – che è maggioritaria e prevalente sul piano politico e culturale – crede alla magia degli Stati Uniti d’Europa, vuole più Europa e chiede più integrazione e più riforme. Purtroppo in questa sinistra europeista milita gran parte del sindacato, mentre al contrario la maggioranza dei lavoratori è scettica su questa UE che ci impoverisce e, per difendersi, è costretta a votare perfino destra più sciovinista.

L’altra parte della sinistra è più critica e realistica verso la UE, considera l’euro una disgrazia e vorrebbe allentare i vincoli soffocanti della moneta unica e i diktat della Commissione Europea. E’ la parte ancora minoritaria.

A costo di semplificare eccessivamente le differenti connotazioni e sfumature, l’illusione europeista (ovviamente in diverse versioni) è coltivata da diversi esponenti, come Laura Boldrini, Fausto Bertinotti, Alfonso Gianni, Nichi Vendola, Laura Pennacchi, Giulio Marcon, gli economisti di Sbilanciamoci.info[8] e il Manifesto, il quotidiano della sinistra cosiddetta alternativa che dà spazio quasi solo alle voci pro-UE (e che sull’euro e sull’“Europa reale” è meno critico del Sole 24 Ore e del Financial Times).

Il problema dell’europeismo è che, per timore dell’avvento del nazionalismo xenofobo e per difendere a tutti i costi il nobile ideale europeo, si omette di difendere i legittimi interessi nazionali e non si comprende la natura anti-democratica della UE. Secondo Marco Bascetta, giornalista del Manifesto “non bisogna giocare con la sovranità nazionale contro l’integrazione europea, ma occorre cercare di indirizzare quest’ultima contro le classi dirigenti nazionali che la tengono in ostaggio (sic). E’ una doppia ardua partita quella di un movimento democratico europeo che si trova a dover giocare contro l’ordine sovranazionale della rendita finanziaria e contro il ritorno di un nazionalismo aggressivo che pretende di costituire l’unica possibile alternativa”[9]. Quindi Bascetta vuole combattere una battaglia su due fronti: da una parte rovesciare tutti i governi di destra antieuropeisti in Europa e dall’altra sciogliere il legame strutturale tra il capitale finanziario e le istituzioni europee. Vasto programma – e del tutto velleitario! – direbbe il generale De Gaulle (che di Europa se ne intendeva!).

La parte più critica della sinistra è minoritaria ed è composta da alcune personalità ed economisti di spessore, come (in ordine alfabetico) Riccardo Bellofiore, Emiliano Brancaccio, Sergio Cesaratto, Stefano Fassina. Tra i due campi si pongono poi autorevolissimi studiosi, come, per fare solo un nome, Joseph Stiglitz. Purtroppo però nessuno delle due parti – quella pro-Europa senza se e senza ma, e quella invece realistica e critica – propone un progetto chiaro ed efficace per liberarsi dai vincoli dell’euro.

Stiglitz e la “fine morbida” dell’euro

Le tesi del premio Nobel Stiglitz sono queste: 1) l’euro non funziona, è nato con dei difetti strutturali, e l’austerità provoca squilibri gravissimi e soffoca lo sviluppo; 2) occorrerebbe riformare il sistema; 3) se però il sistema si rivelasse irriformabile, come Stiglitz ormai teme, allora sarebbe meglio progettare lo scioglimento ordinato e creare due zone con due diverse monete: l’area nord dell’euro forte e quella sud dell’euro debole[10].

Stiglitz è molto scettico sulla sopravvivenza dell’euro ma propone delle riforme. “Le modifiche alle regole necessarie per far funzionare l’euro potrebbero essere in teoria minori. Per esempio: un’unione bancaria comune e, cosa più importante, un’assicurazione dei depositi comune; norme intese a limitare i surplus commerciali; gli eurobond o qualche altro simile meccanismo per la mutualizzazione del debito. La politica monetaria dovrebbe concentrarsi sull’occupazione, la crescita e la stabilità, e non solo sull’inflazione. Le politiche industriali dovrebbero essere orientate ad aiutare i paesi ritardatari a colmare il gap con i paesi leader. Ancora più importante: le politiche fiscali dovrebbero essere orientate alla crescita e non all’austerità”. Tuttavia Stiglitz prende atto che “queste proposte sono estranee alle politiche europee attuali dal momento che la Germania sostiene che L’Europa non è un’unione di trasferimento (ovvero non è previsto il finanziamento neppure temporaneo di uno stato da parte di un altro, ndr)”.[11]

Ma il vero problema del riformismo europeo è che … l’Europa non vuole essere riformata! E’ qui che i riformisti sbagliano: è come se io volessi congiungermi con Monica Bellucci: l’idea è brillante ed è certamente condivisa da molti maschietti, peccato che … lei non ci stia! I riformisti non comprendono che la UE ha creato la crisi, che alcune elite e alcuni stati profittano dalla crisi, e che se l’Europa avesse voluto uscire dalla crisi l’avrebbe già fatto, anche senza i brillanti consigli degli economisti europeisti! Il problema è che la UE teutonica alimenta e sfrutta la crisi: non si può spiegare altrimenti l’annientamento pianificato dell’economia e della politica greca. L’illusione di un’Europa migliore e cooperativa è fuori dalla realtà[12].

Stiglitz suggerisce “Un divorzio amichevole, ovvero una fine per quanto possibile morbida dell’euro, magari istituendo il sistema di un euro debole e di quello forte, potrebbe riportare l’Europa alla prosperità e consentire al continente di focalizzarsi con rinnovata solidarietà sulle molte sfide che deve affrontare. L’Europa potrebbe dover abbandonare l’euro per salvare l’Europa e il progetto europeo”. Ma è improbabile che il divorzio tra i 19 paesi dell’eurozona possa essere cordiale e consensuale. Si scatenerebbe invece l’inferno tra gli ex soci della moneta unica. Lo scenario più probabile resta quella di una rottura a caldo di questa fragile e alla lunga insostenibile moneta unica europea. Questa è anche l’opinione di un autorevole economista di sinistra, Sergio Cesaratto[13].

L’euro prima o poi andrà in crisi per le sue contraddizioni interne, e per la politica rigida, miope e ultranazionalistica della Germania. Con la crisi dell’euro prima o poi tutti vorranno tornare alla moneta nazionale. Come fare per preparaci alla crisi e superare l’euro? Le proposte sono molte, avanzate anche su Micromega.

Le proposte della sinistra critica: Fassina, Brancaccio e Cesaratto

Stefano Fassina ha compreso da tempo che l’euro ci strangola e propone di porre all’ordine del giorno l’uscita morbida e concordata dall’euro. “C’è bisogno di un Piano B che non deve essere una unilaterale e non coordinata uscita dei singoli Paesi dalla moneta unica. Il Piano B deve essere cooperativo, come propone Stiglitz, per un duplice obiettivo: salvare ogni membro dell’Eurozona e salvare l’Ue dall’euro”. Come ho spiegato sopra, questo mi sembra illusorio. Non esistono minimamente le condizioni politiche per ottenere nulla di cooperativo da questa UE e dal governo tedesco. Gli interessi nazionali dei 19 stati dell’eurozona sono troppo contrastanti e contrapposti, e soprattutto la Germania non ha alcun interesse a sciogliere in maniera ordinata e concordata l’eurozona.

Se l’Europa avesse voluto risolvere la crisi l’avrebbe già fatto! La UE di Berlino e Francoforte è causa prima della crisi, e rivolgersi alla UE per tentare di risolverla può essere prova di masochismo. Anche perché, se precipitasse la crisi della moneta unica il governo tedesco avrebbe tutto il vantaggio a lasciarla cadere sulla testa dei suoi concorrenti. I capitali internazionali correrebbero nel porto sicuro della grande Germania, e certamente non andrebbero a finanziare l’Italia e i paesi mediterranei in odore di svalutazione.

Emiliano Brancaccio è tra i maggiori economisti critici: aveva già anticipato con Riccardo Realfonzo la crisi dell’eurozona vittima dell’austerità[14]. Attualmente Brancaccio propone come condizione per uscire dalla crisi il controllo dei movimenti di capitale[15]. La proposta è di per sé assolutamente corretta e ragionevole. Purtroppo però la libertà assoluta di movimento dei capitali è da Bretton Woods in poi, il dogma del capitalismo globale; ed è anche la sacra Bibbia dell’Europa, è la principale ragione sociale dell’Unione Europea, codificata in tutti i trattati della UE. Proporre di limitare i flussi di capitale è come proporre di uscire immediatamente dall’euro e dalla globalizzazione. Deve essere un punto di arrivo ma difficilmente la limitazione dei movimenti di capitale può rappresentare una soluzione realistica per il presente.

Secondo Sergio Cesaratto l’euro prima o poi crollerà. Di fronte alla crisi strutturale dell’euro, la sinistra dovrebbe “dimostrare che la moneta unica è figlia di un disegno volto a smantellare il conflitto sociale e con essa ogni difesa del lavoro, salari, stato sociale …. la sinistra dovrebbe denunciare che un’altra Europa federale e progressista è impossibile … e che l’unica Europa auspicabile è quella di Stati sovrani che cooperino strettamente senza inutili utopismi…. Dobbiamo soprattutto porre i temi della piena occupazione e della giustizia sociale come la ragion d’essere della sinistra …”.[16]

Tutto questo è condivisibile: però nulla di concreto l’economista propone per superare hic et nunc la moneta unica, per rilanciare la domanda e quindi i consumi e gli investimenti, i redditi e l’occupazione. Le proposte di superamento dell’euro rischiano di restare filosofia astratta e di prestare il fianco all’inerzia politica se non riguardano anche e soprattutto progetti concreti e fattibili, proprio a partire dal livello nazionale che, come propone lo stesso Cesaratto, è l’unico sul quale l’azione politica potrebbe incidere nel momento attuale. Senza proposte concrete e innovative di superamento dell’euro è facile cadere nell’astrazione o nel fatalismo.

I Titoli di Sconto Fiscale

Il progetto che proponiamo è di emettere un titolo fiscale che funzioni anche come (quasi)moneta nazionale. E’ un progetto innovativo e radicale ma è l’unico fattibile in tempi brevi per risolvere questa drammatica crisi sociale ed economica. Non sembra che sul piano politico e tecnico esistano alternative concrete altrettanto efficaci. Il progetto di Moneta Fiscale non richiede infatti riforme (impossibili) dei trattati dell’Unione Europea e non implica l’uscita dell’Italia dall’eurozona. Emettere moneta fiscale è una decisione che un governo potrebbe prendere autonomamente senza rompere con l’euro e con grande consenso sociale. Il progetto di Moneta Fiscale può essere attuato in Italia e negli altri paesi europei in crisi; e risolve i problemi legati alla trappola della liquidità ridando slancio alla domanda aggregata nei singoli paesi.

Proponiamo che i governi nazionali emettano in maniera massiccia titoli – denominati Titoli di Sconto Fiscale (TSF) – che diano diritto al loro possessore di ridurre i pagamenti dovuti alla pubblica amministrazione a partire da due anni dalla loro emissione. In altri termini, i TSF emessi oggi potranno essere riscattati fra due anni, dando titolo al portatore di beneficiare di un taglio delle tasse e di altre obbligazioni nei confronti dello stato (tariffe, multe, ecc) per un ammontare equivalente al loro valore nominale. I TSF tuttavia, esattamente come tutti gli altri titoli di stato, come i Bot e i CCT, possono anche essere ceduti immediatamente sul mercato finanziario in cambio di euro. Così incrementano la capacità di spesa dell’economia sin dal momento in cui essi vengono emessi. Il loro valore di mercato sarà analogo a quello di un titolo di stato zero-coupon a due anni.

Sul piano istituzionale la manovra che proponiamo, essendo basata su titoli fiscali, è perfettamente in linea con i trattati europei poiché in campo fiscale ogni stato è formalmente sovrano. Inoltre i TSF non generano debito né al momento dell’emissione né al momento dell’utilizzo dopo due anni dall’emissione. Infatti nel momento dell’emissione lo stato non sborsa soldi e quindi non registra alcun deficit fiscale; inoltre sul piano contabile i TSF non possono essere registrai come deficit perché il governo emittente non s’impegna a rimborsarli in euro ma soltanto a concedere futuri sconti di pagamenti fiscali. I TSF non essendo titoli di credito non generano debito in euro per lo stato: rappresentano solo uno sgravio per i successivi pagamenti fiscali. Dopo due anni dalla loro creazione, quando i TSF vanno a maturazione e possono essere utilizzati per ridurre il pagamento delle tasse, il deficit fiscale potenziale viene compensato per effetto del moltiplicatore keynesiano e della crescita del PIL, come vedremo.

Il governo attribuirà i TSF senza corrispettivo, ovvero gratuitamente a cittadini e aziende, e utilizzerà i TSF anche per i pagamenti della Pubblica Amministrazione. Ai cittadini saranno attribuiti in proporzione inversa al reddito, privilegiando ceti sociali disagiati e lavoratori a basso reddito: questo sia per incentivare i consumi che per ovvie ragioni di equità sociale.

Alle aziende, le assegnazioni saranno attribuite principalmente in funzione dei costi di lavoro da esse sostenute. L’attribuzione di TSF alle aziende, correlata ai costi di lavoro sostenuti, ridurrà i costi di lavoro, ne migliorerà immediatamente la competitività ed eviterà che l’effetto espansivo sulla domanda interna crei un peggioramento dei saldi commerciali esteri.

Una quota significativa dei TSF sarà inoltre utilizzata a sostegno di iniziative di pubblica utilità: innanzitutto un Piano del Lavoro finalizzato a realizzare infrastrutture immateriali (ricerca, scuola e università, politica attiva del mercato del lavoro, etc.) e materiali (per esempio, opere di riassetto idrogeologico e del territorio). Inoltre, i TSF potrebbero essere utilizzati dallo stato per programmi di rafforzamento e riqualificazione del welfare e per il Reddito Minimo[17].

Lo shock monetario-fiscale renderà nuovamente vitale l’economia nazionale. Le emissioni di TSF potrebbero partire da un livello pari al 2-3% circa del PIL annuo – circa 40-50 miliardi di euro – e essere modulate in modo da assicurare alti livelli di occupazione senza però produrre una inflazione superiore al 3-4% e scompensi nei saldi commerciali esteri. In un contesto di domanda depressa e di disoccupazione massiccia, la spesa dovuta al maggior potere d’acquisto farà crescere il PIL in misura più che proporzionale rispetto all’emissione di TSF, intorno al 3-4%.

Nel periodo che va dall’emissione dei TSF alla loro maturazione entrerà infatti in funzione il moltiplicatore del reddito. Il valore del moltiplicatore risulta particolarmente elevato in caso di forte sottoutilizzo delle risorse e di tassi di interesse tendenti allo zero, come è nella situazione attuale. Nelle situazioni di crisi e di trappola della liquidità il moltiplicatore è superiore a uno: così ogni euro immesso in circolazione genera un aumento di PIL superiore a uno. Dopo due anni dall’emissione dei TSF la crescita del PIL indotta dal moltiplicatore darà luogo a nuovo gettito fiscale che compenserà il costo dei TSF, senza incremento del deficit e del debito pubblico.

Luciano Gallino sulla moneta fiscale

Da ultimo ma non per ultimo, ci piace qui ricordare alcune penetranti considerazioni svolte da Luciano Gallino sulla proposta di Moneta Fiscale. Le riportiamo qui letteralmente così come sono state pubblicate su Micromega online in occasione dell’uscita del nostro ebook “Per una moneta fiscale gratuita. Come uscire dall’austerità senza spaccare l’euro” a cura di B. Bossone, M. Cattaneo, E. Grazzini e S. Sylos Labini.

Questo libro a più voci osa nientemeno proporre che, allo scopo di combattere la disoccupazione e la stagnazione produttiva in corso, lo stato, massima istituzione politica, si decida a fare in piccolo qualcosa che le banche private fanno da generazioni in misura immensamente più grande: creare denaro dal nulla ….. Scegliendo di entrare nella zona euro, lo stato italiano sì è privato di uno dei fondamentali poteri dello stato, quello di creare denaro….Al tempo stesso accade che le banche private abbiano conservato intatto il potere di creare denaro dal nulla erogando crediti o emettendo titoli finanziari negoziabili. Tutto ciò ha messo gli stati dell’eurozona in una posizione che si sta ormai rivelando insostenibile …

Oltre ad essere erogato gratuitamente dallo stato, il denaro potenziale costituito dai CCF (i Certificati di Credito Fiscale, CCF, sono la precedente denominazione dei Titoli di Sconto Fiscale, TSF, Quindi i CCF sono identici ai TSF sopra descritti, ndr) presenta diversi vantaggi rispetto a quello emesso a fiumi dalle banche private in forma di derivati o altro. Proverò a indicarne alcuni:

1) Il loro valore non è soggetto ad alcun rischio di svalutazione sul mercato dei titoli, sia quello borsistico che quello OTC (dove si scambiano i titoli “al banco”). Un CCF da 100 euro alla fine varrà sempre 100 euro, qualsiasi cosa accada sui mercati…..

2) Il denaro potenziale rappresentato dai CCF è denaro legalmente “pieno” (nel senso che si applica all’espressione “legal tender”) poiché essi vengono per definizione accettati per pagare le tasse allo stato. Che è il maggior riconoscimento a cui qualsiasi forma di denaro possa pretendere, quale che sia la sua apparenza o denominazione come moneta circolante in una nazione.

3) I CCF rappresentano una prima riconquista da parte dello stato (modesta, ma l’importante è cominciare) del potere di creare denaro a fronte del potere assoluto che finora hanno detenuto le banche private. Questo non sarebbe soltanto un fatto tecnico: sarebbe un evento politico di prima grandezza.

4) I CCF costituirebbero un primo passo indolore, o se si vuole sperimentale, in direzione di una riforma incisiva del sistema finanziario in essere, resa indispensabile dai suoi gravi difetti strutturali ….

5) Diversamente dai comuni crediti bancari, per i quali la destinazione del credito erogato da parte del debitore è quasi sempre indifferente, fatta salva (e non sempre) la solvibilità di quest’ultimo, i CCF verrebbero emessi per finanziare specifici progetti di utilità collettiva.

La proposta dei CCF non nasce dal nulla. Tiene conto degli studi in materia del Levy Institute, uno dei più noti dipartimenti di economia degli Stati Uniti, e del gruppo di New Economic Perspectives, in specie i lavori di Warren Mosler e L. Randall Wray, che ha studiato l’introduzione in Argentina, ai tempi della crisi, di titoli per certi aspetti simili ai CCF. Tra i precursori dei CCF sono stati ampiamente esaminati i TAN (Tax Anticipation Notes ossia Titoli di Anticipo Tasse), usati per decenni negli Stati Uniti.

NOTE

[1] Vedi Wolfgang Munchau, Financial Times , 15 febbraio 2015. “Athens would need to prepare a Plan B: This does not necessarily mean a formal exit from the eurozone, which would be one of the riskiest options. There are smarter choices to pursue first.The most sensible one is the introduction of a parallel currency — not necessarily paper money, more like a government-issued debt instrument that can be used for certain purposes. A number of economists have been thinking along these lines. Robert Parenteau, a US economist, has proposed what he called “tax anticipation notes”. These are IOUs backed by future tax revenue. Such instruments exist in the US at state level. They act as a tax credit that allows governments to run a fiscal deficit until the economy recovers. With such an instrument Greece could abandon austerity without abandoning the euro”.

[2] Marco Cattaneo; Giovanni Zibordi. “Soluzione per l’euro. 200 miliardi per rimettere in moto l’economia italiana – creare mometa, ridurre le tasse e rilanciare la domanda”, Hoepli, 2014. I due autori per fortuna, oserei dire, non sono economisti accademici e hanno potuto apprendere dalla pratica finanziaria e non solo dai libri.

[3] Vedi l’eBook edito da MicroMega:e scaricabile gratuitamente “Per una moneta fiscale gratuita. Come uscire dall’austerità senza spaccare l’euro” a cura di Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Enrico Grazzini e Stefano Sylos Labini, con la prefazione di Luciano Gallino.

[4] I difetti strutturali dell’euro:

a) impone restrizioni suicide sui deficit pubblici, e queste restrizioni draconiane impediscono di attuare politiche fiscali anticicliche. In tempo di crisi i governi non possono fare gli investimenti pubblici indispensabili per rilanciare l’economia, e anzi devono tagliare indiscriminatamente la spesa pubblica. In tal modo la politica dell’eurozona distrugge attivamente il modello sociale europeo che nei decenni passati ha caratterizzato l’Europa;

b) I debiti pubblici di ciascun paese membro sono denominati in una moneta straniera, ovvero in una moneta (l’euro) che gli stati non controllano. Gli stati non possono più finanziare il bilancio pubblico con la loro moneta. Inoltre la Banca Centrale Europea, che ha il monopolio sull’emissione della moneta unica europea, per statuto non può coprire i deficit pubblici dei singoli Paesi. Così, caso unico al mondo, i Paesi e i popoli europei sono così lasciati completamente indifesi e alla mercé della speculazione finanziaria internazionale.

c) I Paesi più deboli non possono svalutare. La moneta unica ha infatti eliminato l’uso del tasso di cambio per il riallineamento della competitività dei paesi membri dell’eurozona. In questo modo si approfondiscono costantemente e irreversibilmente i divari competitivi tra i Paesi dell’eurozona; .

d) La politica monetaria (tassi di interesse e offerta di moneta) e il tasso di cambio sono identici per 19 economie fra loro molto diverse per livelli di competitività, inflazione, intensità tecnologica, ecc. La moneta unica è quindi strutturalmente rigida e impone politiche intrinsecamente non adatte alle necessità specifiche di ogni paese dell’eurozona.

[5] Purtroppo però disgraziatamente l’Italia ha aderito nel 2013 alle clausole di azione collettiva introdotte dalla UE. Queste clausole danno maggiore potere ai creditori qualora uno stato volesse unilateralmente ristrutturare o ridenominare il debito sovrano -.

[6] M. Minenna, The Wall Street Journal, A Potential Banking Crisis Awaits the Next Eurozone Exit” 2 dicembre 2016

[7] Alberto Bagnai “Il tramonto dell’euro. Come e perché la fine della moneta unica salverebbe democrazia e benessere in Europa”, Editore: Imprimatur, 2012

[8] Tra gli economisti più noti di Sbilanciamoci.info si contano Mario Pianta, Claudio Gnesutta, Andrea Baranes,

[9] Marco Bascetta, Il Manifesto “L’imprevisto che sovverte il sistema chiuso dei trattati europei” 13 dicembre 2016

[10] Financial Times, 17 agosto 2016, Joseph Stiglitz “A split euro is the solution for Europe’s single currency “

[11] Una delle proposte più originali di Stiglitz è quella di avviare una manovra espansiva basata sul teorema di Haavelmo. Secondo questo teorema si può fare crescere l’economia e sviluppare il PIL pur in presenza di un bilancio dello Stato in pareggio, cioè senza creare debito. Basterebbe che spesa pubblica e prelievo fiscale si eguagliassero: infatti il moltiplicatore della spesa pubblica è da subito uguale a 1 – ovvero a ogni aumento di 1 euro della spesa pubblica corrisponde immediatamente un aumento pari del PIL -; al contrario il moltiplicatore fiscale è in partenza inferiore a 1 perché una parte del reddito non viene consumata ma viene risparmiata, ed è così sottratta allo sviluppo. Stiglitz popone insomma di finanziare l’espansione dell’economia grazie all’aumento della spesa pubblica finanziata dall’incremento delle tasse. Una proposta esattamente contraria a quella – economicamente e politicamente insensata – della Commissione UE, che impone invece di tagliare la spesa pubblica e di diminuire le tasse.

[12] Curiosamente, l’ex ministro greco dell’economia Yanis Varoufakis ci ha spiegato nei suoi libri che le pur modeste, prudenti e razionali proposte greche per uscire dalla crisi al tempo del primo governo Tsipras furono respinte in maniera pregiudiziale senza discussione da tutti i 18 governi dell’Eurozona, nessuno escluso. Poi però sorprendentemente oggi Varoufakis, dopo la sconfitta nel suo Paese, si propone si riformare tutta l’Europa con DiEM25. Ma su che base? Comunque auguri! Noi preferiamo un altro inizio: il cambiamento deve partire innanzitutto a livello nazionale.

[13] Sergio Cesaratto “Sei lezioni di economia: Conoscenze necessarie per capire la crisi più lunga (e come uscirne)” Imprimatur, 2016

[14] The economists’ warning, Financial Times, 23 Settembre 2013

[15] Vedi su Micromega online l’intervista a Emiliano Brancaccio di Giacomo Russo Spena “L’indiscriminata libertà di movimento dei capitali è un fattore scatenante delle onde speculative, degli squilibri e delle crisi del nostro tempo. In un contesto in cui i capitali possono muoversi da un Paese all’altro alla continua ricerca di bassi salari, bassa pressione fiscale sui profitti e blandi vincoli ambientali e contrattuali, ogni istanza di progresso sociale e civile viene presto o tardi soffocata. Per questo, penso che sarebbe utile lavorare collettivamente intorno all’idea di un “labour standard sulla moneta”, vale a dire un sistema di gestione delle relazioni internazionali finalizzato al controllo dei movimenti di capitale, fuori e dentro l’Europa, specialmente da e verso quei paesi che adottino misure di dumping sociale e fiscale”.

[16] Sergio Cesaratto “Sei lezioni di economia: Conoscenze necessarie per capire la crisi più lunga (e come uscirne)” Imprimatur, 2016

[17] La diffusione gratuita dei TSF genererà certamente un ampio e liquido mercato così come esiste il mercato finanziario dei BOT e dei BTP. Il tasso di sconto sarà molto contenuto, perché i TSF sono strumenti monetari a breve scadenza completamente garantiti, in quanto riscattabili come crediti fiscali (perfino se lo stato fallisse).

(20 dicembre 2016)

In edicola MicroMega 9/2016

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