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Giorgio Bocca, un provinciale con l’idea testarda di libertà – Repubblica.it

repubblica.it/cultura – Giorgio Bocca, un provinciale con l’idea testarda di libertà. Il giorno di Natale di cinque anni fa moriva il giornalista che cambiò il modo di raccontare l’Italia – di EZIO MAURO

QUANDO penso a Giorgio Bocca penso a un’idea testarda di libertà.

Una formula che gli sarebbe piaciuta, ruvido e duro com’era, uguale alle sue montagne, così diverso dall’arci-italiano. Anti-italiano, era il titolo che si era scelto per la rubrica sull’Espresso.

Voleva dire non accomodarsi nei vizi del nostro Paese, non accettare le facili letture del compromesso, non essere compiacenti, sapersi mettere di traverso al senso comune dominante quando diventa una zavorra per il Paese e non lo lascia crescere ed emanciparsi.

Avendo una bussola, sempre: quel poco o quel tanto di Resistenza alla dittatura che c’è stata nel nostro Paese, sufficiente tuttavia a rendere la libertà della democrazia almeno in parte riconquistata.

In questo Giorgio Bocca è stato un uomo coerente. Il giornalismo, a differenza della letteratura, del cinema o del teatro, è l’opposto di una struttura mimetica, è qualcosa di vivo che cambia sotto l’urto quotidiano della realtà che ti sorprende e scombina le certezze, le pigrizie, figuriamoci le rigidità ideologiche. È qualcosa che ti rivela per ciò che sei, se lo vivi come una passione dominante.

Ecco: Giorgio ha creduto tutta la vita nella religione della realtà e quindi ha creduto nella ragione vera per cui si fa questo mestiere: andare, guardare, cercare di capire e raccontare. In Giorgio c’era la capacità di elaborare la memoria portando i ricordi a sbattere contro l’oggi e rendendo così in qualche modo “letterario” il contemporaneo. Aveva una fortissima fame di conoscenza. “A volte – dice nei suoi libri – sono stupito dell’aggressività e della vitalità che c’è in certi miei articoli”.

È questa fame di esperienza che spiega come per lui giornalismo fosse semplicemente un’espressione di vita. E poi naturalmente in tutto questo c’era qualcosa di più: la fisicità nel modo di fare il suo mestiere, il carattere, la natura, il mettersi in gioco. Tutto ciò che spiega il segno che ha lasciato nel nostro giornalismo.

In questo c’era anche il suo essere piemontese. Anzi, direi il piemontesismo come condizione condizionante, cioè sapere di essere soggetto a quella condizione e volontariamente accettare di esserne segnato, di farsi marchiare nell’anima. Solo così si spiega il rapporto molto complesso di Bocca con Torino.

Che per Giorgio era la capitale quando partiva da Cuneo in treno da ragazzo con quattro o cinque amici: andavano prima al Valentino, poi alla Standa a vedere le ragazze, quindi nei casini di via Conte Verde e infine la sera al Caffè Concerto del Lagrange, “a mangiare dieci tramezzini e a pagarne uno”. Per poi risalire sui treni della notte e tornare a casa.

Torino era la grande capitale da scoprire ma allora per lui era anche una città straniera. Quando Bocca vi arriva da partigiano è come se posasse il fucile e prendesse la penna, e infatti il disegno di copertina di Vita di giornalista (uno dei libri più veri, scritto con Walter Tobagi) ritrae Bocca con in spalla un fucile che al posto della baionetta ha una stilografica.

Italo Pietra, suo direttore al Giorno ed ex partigiano come lui, in qualche modo evoca quella penna armata, quando gli assegna un’inchiesta con un’unica raccomandazione, quella che ogni giornalista vorrebbe sentire: “Mi raccomando, sparagli dentro”.

Ma prima, quando Bocca arriva a Torino, si ritrova in un giornale monarchico, la Gazzetta del Popolo. Il direttore Massimo Caputo non sopporta quella sua fortissima identità di partigiano, né tollera le fughe di Bocca dagli stanzoni di corso Valdocco per andare nei bordelli di via Massimo, l’urgenza di vita che lo spinge fuori dal mondo troppo regolato della redazione dove si sente estraneo, osservato speciale. C’è una scena che spiega il tutto.

La sera Bocca “chiudeva” le pagine delle province. Il direttore arrivava, il tipografo bagnava la bozza poi la stendeva, la inchiostrava, la ristendeva e gliela mostrava. Il direttore cercava l’errore con la penna in mano e la cerchia dei colleghi tutta attorno si apriva quando diceva: “Chi è quel coglione che ha fatto questo sbaglio?”. Rimaneva soltanto Bocca laggiù in fondo a sentirsi apostrofare: “Eccolo, certo, lo sapevo che era lui”.

Ma anni dopo Bocca riconoscerà che gli articoli più belli li ha scritti quando i suoi giornali – il Giorno, L’Europeo, Repubblica – lo mandavano a Torino, perché gli bastava entrare per un minuto in quel mondo, sentire una frase, cogliere un gesto o un modo di muoversi, camminare in quelle strade, passare in una di quelle osterie con i nomi di animale, per ritrovarsi immediatamente nella pelle della città, capirla fino in fondo: “È proprio per questo, proprio perché la conosco così bene e mi sento suo figlio – confidava – che preferisco vivere altrove”.

Bocca deve andare via da Torino: Milano riscoprirà il suo vero talento, Milano paradossalmente si farà conquistare molto più facilmente. Sono gli anni del “boom”, gli anni dove tutto sembra più semplice, il Giorno è un giornale che punta sulla modernizzazione del Paese, incrocio perfetto. Bocca scommette su quella borghesia produttiva che si vede intorno a Milano, crede che possa essere una molla di innovazione, il perno di un establishment capace di proseguire la sfida intellettuale di Giustizia e libertà: credere in una europeizzazione dell’Italia che la riscatti dai vizi eterni del suo passato.

Rimarrà deluso. “Non c’è onestà – dirà – oggi in Italia c’è soltanto un insieme di network che si garantiscono tra di loro. Manca il sentimento di una responsabilità nazionale che sappia coniugare gli interessi particolari legittimi con gli interessi nazionali del Paese”. Sono gli anni passati sotto l’ala protettrice di Camilla Cederna da una parte, di Krizia dall’altra, gli anni dell’amicizia con Emilio Radius e quella straordinaria con Giuseppe Trevisani, il grafico visionario che disegnerà il Giorno. È un sodalizio diverso da quello con gli amici di Torino che vivevano in otto in una stanza.

A Torino, racconterà, “eravamo ancora una sorta di teppisti e di intellettuali insieme”.

Era amico di Ossola e di Gabetto giocatori del Torino, di Raf Vallone dalle tre vite (giornalista, calciatore, attore), di Calvino, Gatto, Pecchioli. A Milano invece entrerà dentro i salotti e si sentirà improvvisamente ricco: guadagnava un milione al mese quando la Millecento costava altrettanto, un pranzo costava duemila lire e una bottiglia di Barolo ne costava 300. “Ho speso pochissimo in donne, molto in pranzi, moltissimo in libri”, ha raccontato svelando la costruzione feroce dell’autodidatta affamato di vita e conoscenza, cioè di giornalismo.

Una volta sul terrazzo di casa sua, alla fine del pranzo fece un gesto con la mano: “Guarda, tutto quello che vedo adesso è questo. Tutto qui”. Guardai, c’erano solo tetti e antenne e mentre lo diceva io pensavo a quelle altre antenne, quelle del giornalismo, che dovevano essere straordinarie se riuscivano a mettere in comunicazione quel poco di visibile con l’invisibile, col resto del mondo, con la vita degli altri che si combinava con la vita di Giorgio e gli dava la possibilità ancora di interpretare il tutto, di spiegarlo, almeno di raccontarlo. Dovevano essere gli strumenti di lavoro inesausti del provinciale, di chi sa che padroneggia solo una porzione limitata di spazio e di esperienza ma sa anche che intorno c’è sempre un orizzonte più ampio, qualcosa da conoscere e da conquistare.

Poi c’è un momento dello spazio e della vita, immagino, in cui ti interroghi sulla conclusione, ed è quando l’orizzonte si curva avvicinandosi, quando il mondo si è svelato, quando il viaggio sta finendo. E immagino Bocca, a quel punto, farsi la domanda suprema, che ha nascosto nelle pagine finali del suo libro più bello: cosa resta da capire? Dietro quella domanda c’è il dubbio supremo sulla fine della conoscenza, sull’esaurimento del giornalismo, in un’epoca in cui tutto appare definitivamente rivelato, il mondo è finalmente davvero piatto, ogni cosa è prevedibile dunque è già stata prevista e qualcuno l’ha raccontata: dunque non c’è più bisogno di fare domande perché basta riscuotere le risposte. Un testa e coda della conoscenza, un’apocalisse del giornalismo.

Ma Bocca dopo quella domanda è andato avanti altri 30 anni a scrivere: il giornalismo non finisce mai perché fa parte della realtà e non della sua rappresentazione, e proprio Giorgio lo ha testimoniato, cercando nei suoi articoli quel che bisogna sapere, quel che merita ricordare, ciò che resta da capire.

Sorgente: Giorgio Bocca, un provinciale con l’idea testarda di libertà – Repubblica.it

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