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Foto USA, la battaglia degli indiani contro gli oleodotti  – National Geographic

festeggiamenti nella riserva indiana di Standing Rock all’annuncio della sospensione dei lavori per la costruzione dell’oleodotto Dakota Access. Fotografia di Alyssa Schukar, The New York Times, Redux.

nationalgeographic.it/ – USA, la battaglia degli indiani contro gli oleodotti  – FOTOGALLERIA  – Dalle proteste nella riserva di Standing Rock sta nascendo un nuovo movimento ambientalista. Ma dovrà vedersela con Trump   –  di Craig Welch

Il 4 dicembre il Genio militare dell’esercito americano ha sospeso la realizzazione di una conduttura che avrebbe dovuto attraversare il fiume Missouri a meno di un chilometro dalla riserva indiana di Standing Rock.

Il tratto progettato doveva servire a completare la Dakota Access Pipeline, un oleodotto lungo quasi 1.900 chilometri che dovrebbe trasportare il greggio dai giacimenti del North Dakota fino ai centri di smistamento dell’Illinois. Ma i Sioux della riserva rivendicano il carattere sacro del tratto di fiume che, secondo il progetto originario, dovrebbe essere attraversato dalle tubature.

Da mesi, nei pressi della cittadina di Cannon Ball, nel North Dakota, era nata una tendopoli spontanea per ospitare attivisti, ambientalisti e rappresentanti di oltre 150 tribù native americane. Contro di loro le forze dell’ordine hanno usato gas lacrimogeni, pallottole di gomma e cannoni ad acqua (a temperature che spesso sfioravano lo zero).

Ma la protesta è montata, facendo notizia in tutto il mondo e suscitando persino un intervento delle Nazioni Unite.

Alla fine l’esercito ha dovuto sospendere i lavori: una decisione che, per quanto provvisoria, riconosce i diritti dei Sioux.  (continua)

USA, la battaglia degli indiani contro gli oleodotti

Il porto di Vancouver, che secondo i progetti dovrebbe diventare il terminale di un oleodotto che aumenterebbe notevolmente il traffico di petroliere in un ecosistema già fragile. Fotografia di Ben Nelms, Bloomberg via Getty Images

Quello di Standing Rock è solo uno dei conflitti attorno alla questione degli oleodotti che stanno infiammando l’America del Nord. Proprio il mese scorso, in Canada, il primo ministro Justin Trudeau ha negato l’autorizzazione a costruire la Northern Gateway pipeline, che avrebbe trasportato il petrolio estratto dalle sabbie bituminose dell’Alberta fino alle coste finora intatte della British Columbia settentrionale. Una vittoria per le locali Prime nazioni (tribù indiane) che da anni combattevano un’aspra battaglia legale contro il progetto.

Allo stesso tempo però Trudeau ha approvato l’espansione di un altro oleodotto, il Trans Mountain, che dall’Alberta dovrebbe portare il petrolio a Vancouver, causando un drastico aumento delle esportazioni e del traffico di petroliere in acque cruciali per la biodiversità e difficili da navigare. Gli attivisti locali e la Prima Nazione degli Tsleil-Waututh hanno promesso di continuare a opporsi con forza alla costruzione della conduttura.

USA, la battaglia degli indiani contro gli oleodotti

Proteste degli attivisti anti-oleodotto a Bismarck, capitale del North Dakota. Fotografia di Erika Larsen

Tornando sull’altro lato del confine, già un anno fa, dopo anni di aspri dibattiti, il presidente Obama ha definitivamente bocciato il progetto Keystone XL, un oleodotto che avrebbe dovuto attraversare gli USA trasportando lo stesso petrolio dell’Alberta. “L’oleodotto Keystone ha occupato un posto che francamente ritengo sproporzionato nel nostro dibattito pubblico”, ha detto all’epoca Obama.

Ma il suo successore, il presidente eletto Donald J. Trump, ha promesso di ritornare su quella decisione. E nominando a capo dell’Agenzia per l’Ambiente Scott Pruitt, ex procuratore generale dell’Oklahoma e aggressivo paladino dell’industria petrolifera, Trump ha dato un chiaro segno di avere più a cuore gli interessi dei produttori che le preoccupazioni ambientali.

USA, la battaglia degli indiani contro gli oleodotti

Attivisti di Greenpeace activists incatenati a un cancello davanti ai depositi di petrolio del terminal della Trans Mountain Pipeline, nella British Columbia canadese, durante la protesta contro l’espansione dell’oleodotto. Fotografia di Andy Clark, Reuters

Gli eventi del 2016 possono insegnare parecchio agli ambientalisti. La prima lezione è che le battaglie ambientali, anche quelle che raggiungono un pubblico vasto e diffuso, nascono spesso da situazioni molto locali.

All’origine dei moderni movimenti ambientalisti americani, ad esempio, ci sono due incidenti del 1969: una chiazza di petrolio che prese fuoco sul fiume Cuyahoga e una fuoriuscita nell’oceano al largo di Santa Barbara, in California.

A ricordarlo è Kate Gordon, esperta di energie rinnovabili del Paulson Institute, un think tank fondato dall’ex segretario del Tesoro USA Henry Paulson.

“Quello che conta di più per approvare o contestare un progetto che minaccia l’ambiente è la popolazione locale: la gente che è più coinvolta direttamente combatterà più a lungo e con più ostinazione”, dice la studiosa.

Un esempio: quest’anno il Genio militare ha vietato la costruzione di un nuovo terminal marittimo a nord di Seattle che doveva servire all’esportazione in Asia del carbone estratto dalle Montagne Rocciose. I gruppi ambientalisti avevano lanciato l’allarme sul possibile disastro ambientale, ma a motivare la decisione dell’esercito sono stati, in definitiva, i rischi che avrebbe comportato per i diritti di pesca e le terre ancestrali della tribù Lummi.

“Chi protesta contro le infrastrutture legate ai combustibili fossili sta imparando solo adesso a farlo per bene”, dice Clark Williams-Derry, analista del settore del carbone del Sightline Institute, un centro di ricerca sulle energie sostenibili. “Ho l’impressione che stiamo diventando sempre più bravi”.

USA, la battaglia degli indiani contro gli oleodotti

– Due partecipanti alle proteste nella riserva indiana di Standing Rock: “Le vite dei nativi contano” e “Proteggete la nostra acqua sacra”, si legge sulle loro magliette. Fotografie di Erika Larsen

Queste battaglie locali, però, si inseriscono in un panorama globale. C’è un’industria globale, quella petrolifera, che vuole portare il suo prodotto sui mercati nel mondo più rapido, economico e sicuro possibile.

E c’è un movimento altrettanto internazionale, quello ambientalista, che lotta per lasciare nel sottosuolo la maggiore quantità possibile di combustibili fossili, cosa che secondo gli scienziati è necessaria per scongiurare gli effetti più dannosi dei cambiamenti climatici.

Secondo molti ambientalisti, qualsiasi tentativo di costruire nuove grandi infrastrutture per l’industria dei fossili va combattuto perché potrebbe ritardare la transizione verso l’energia pulita.

“A me sembra sia in corso un ultimo, disperato tentativo di riversare nel settore dei combustibili fossili capitale che frutterà solo nel lungo termine, creando una situazione in cui è molto difficile disinvestirlo”, dice KC Golden, consulente della Climate Solutions. “Se riuscirà, liberarsi delle vecchie idee diventerà molto più difficile”.

L’anno scorso, nel mondo, gli investimenti nelle rinnovabili per la produzione di energia elettrica sono stati doppi rispetto a quelli nel carbone e nel gas naturale. Ma non è chiaro se le battaglie intorno agli oleodotti abbiano davvero rallentato l’estrazione dei combustibili fossili.

Tra il 2007 e il 2015, la produzione di petrolio nel giacimento Bakken, in North Dakota, è schizzata da meno di 200 mila a più di 1,2 milioni di barili al giorno, nonostante la mancata costruzione dell’oleodotto Dakota Access.

Dal 2015 la produzione è scesa sotto il milione di barili, ma anche stavolta l’oleodotto non c’entra: a farla scendere è stato il calo globale dei prezzi del petrolio.

Nel frattempo, le esportazioni del petrolio canadese negli Stati Uniti sono ai massimi storici, nonostante l’alt all’oleodotto Keystone che avrebbe dovuto trasportare 730,000 barili al giorno.

E il Canada sta comunque cercando altri modi di esportare il suo greggio estratto in Alberta, tra cui l’espansione della Trans Mountain Pipeline e un altro progetto, anch’esso approvato da Trudeau, per l’ampliamento di una conduttura dall’Alberta al Minnesota.

Non è l’esistenza di un oleodotto a determinare quanto petrolio viene prodotto, commenta Guy Caruso, ex capo della U.S. Energy Information Agency all’epoca del presidente George W. Bush; è la domanda di petrolio, a sua volta condizionata dal prezzo.

“L’ho sempre detto: se non sarà costruita la linea Keystone, i canadesi troveranno un altro modo per produrre ed esportare il loro petrolio, purché ci sia la domanda. In un senso o nell’altro, l’impatto sul clima degli oleodotti è zero”.

L’unico modo per ridurre la produzione e il consumo di combustibili fossili, continua Caruso, è ridurre la domanda, ad esempio aumentando il prezzo con una carbon tax o imponendo regole che migliorino l’efficienza energetica delle auto.

Di fronte alla nuova amministrazione Trump, che dà sempre maggior prova di negazionismo nei confronti del riscaldamento globale, qualche ambientalista teme addirittura che le battaglie sugli oleodotti si dimostrino controproducenti.

Secondo Mark Brownstein dell’Environmental Defense Fund, “rischiamo di perdere di vista la necessità di continuare a ridurre la domanda di petrolio, imponendo ad esempio standard di efficienza più severi per le auto e promuovendo le auto elettriche”. Brownstein però ammette che le battaglie sugli oleodotti hanno un effetto galvanizzante sul pubblico.

“Al cuore di molte proteste c’è la profonda frustrazione della gente sulla lentezza con cui vengono affrontati i temi della qualità dell’ambiente e del cambiamento climatico”, sostiene.

“Un tempo magari la gente era più tollerante verso le fuoriuscite di petrolio, gli incidenti o l’inquinamento atmosferico, ma le cose stanno cambiando”.

USA, la battaglia degli indiani contro gli oleodotti

– Altri manifestanti contro l’oleodotto a Standing Rock, ritratti durante le proteste della scorsa estate. Fotografie di Erika Larsen

L’ondata di proteste ha avuto comunque l’innegabile effetto di galvanizzare le comunità indigene nordamericane. “Penso che stiamo assistendo a un cambiamento di prospettiva, da quello che si chiamava “ambientalismo” a un movimento diverso, guidato dalle comunità native, e fondato su elementari criteri di giustizia”, dice Jan Hasselman, l’avvocato dell’associazione Earthjustice che ha rappresentato i Sioux di Standing Rock.

“Dal mio punto di vista, gli indiani combattono soprattutto per non dover subire le conseguenze di una fuoriuscita di petrolio o di altri incidenti simili”.

Tuttavia, non è ancora chiaro se con l’amministrazione Trump la decisione del Genio militare sul Dakota Access sarà confermata. Il Genio ha chiesto ai costruttori dell’oleodotto una nuova valutazione di impatto ambientale che prenda in considerazione “alternative ragionevoli” al tracciato previsto, che passava appunto a meno di un chilometro dal confine della riserva. In precedenza era stata bocciato un tragitto che avrebbe attraversato il Missouri poco lontano da Bismarck, la capitale del North Dakota: si temevano conseguenze per l’approvvigionamento idrico della città.

Brian Cladoosby, presidente del National Congress of American Indians e animatore di molte delle proteste, sostiene che le iniziative come la costruzione dell’oleodotto rientrano in uno storico schema di penalizzazione degli indiani americani. “Da cent’anni viviamo in un’economia basata sull’inquinamento”, dice.

“Abbiamo visto il degrado della nostra acqua, del nostro suolo e della nostra aria. E spesso è successo nelle terre degli indiani, o nelle terre che un tempo ci appartenevano, o che ci sono state rubate. Molte tribù hanno visto costruire grandi infrastrutture nelle proprie terre, o nelle vicinanze, senza avere la minima voce in capitolo. Sono stati costruiti oleodotti e raffinerie senza nemmeno consultarle. In pratica abbiamo deciso che è ora di dire basta”.

USA, la battaglia degli indiani contro gli oleodotti

Accesso vietato
La Dakota Access Pipeline, del costo di 3,8 miliardi di dollari, aggiungerebbe oltre 1.900 chilometri alla rete di oleodotti che attraversa gli USA, e potrebbe trasportare verso i mercati circa la metà del greggio prodotto dai giacimenti americani di Bakken.

L’oleodotto è in buona parte completo, ma un ordine del governo federale ha interrotto i lavori su un tratto di terra gestito dal Genio militare dell’esercito lungo il fiume Missouri, poco a monte della riserva indiana di Standing Rock.

Sorgente: Foto USA, la battaglia degli indiani contro gli oleodotti – 1 di 7 – National Geographic

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