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facciamosinistra!: Un bilancio di lotta. Intervista a Evo Morales

Intervista a Evo Morales di Luis Hernández Navarro
Morales sostiene di non essere ancora pronto a lasciare la presidenza, benché rispetti la decisione del paese. Quanto alla vittoria di Trump, secondo lui è da attribuire alla rabbia contro la globalizzazione. Benché la Bolivia stia meglio senza ambasciatore degli Stati Uniti, se lo volessero potrebbero nominarne uno, ha dichiarato a La Jornada il presidente Evo Morales. Ma non chiunque, bensì un diplomatico e non un politico che si dedichi a cospirare contro la sovranità del Paese. Gli Stati Uniti non hanno un ambasciatore in Bolivia da quando, nel settembre di 2008, il governo di Evo Morales aveva espulso Philip Goldberg, accusandolo di dividere il paese ed appoggiare l’opposizione.
Come diplomatico, Goldberg aveva svolto un ruolo rilevante durante la guerra civile jugoslava.
Intervistato a bordo dell’aereo presidenziale, un Falcon 900 EX di fabbricazione francese, nel percorso tra Tarija e Cochabamba, il presidente boliviano assicura che il voto a favore di Donald Trump nelle elezioni statunitensi è stato il prodotto dello scontento indirizzato dalla destra contro la globalizzazione fallita.
Per altri tre anni ancora alla guida dell’Esecutivo, spiega che la sconfitta al referendum per decidere la possibilità di presentarsi per un nuovo incarico come presidente è stato il risultato di una campagna di bugie, che non è ancora pronto per andarsene, ma che ha sempre rispettato la decisione del suo popolo.
Di seguito l’intervista completa al presidente dello Stato Plurinazionale della Bolivia.
Come spiega la vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti? Vi sono possibilità di un nuovo tipo di relazioni tra il suo Paese e Washington?
“La vittoria di Trump è il prodotto dello scontento contro la globalizzazione fallita, della collera contro il libero mercato senza briglie, della barbarie della guerra. Un scontento guidato dalla destra.
Gli Stati Uniti non hanno nominato un nuovo ambasciatore. Non ancora. Se volessero potrebbero farlo. Se volessero dovrebbero nominare un diplomatico, non un politico. Uno che rispetti, non uno che si dedichi a cospirare o che si dedichi a toglierci la nostra sovranità. Con qualunque presidente, se vuole rispettarci, siamo disposti a scambiare ambasciatori.
Speriamo di lavorare contro il razzismo, contro il machismo, contro l’antimmigrazione, per la sovranità dei nostri paesi. Devono prenderlo in considerazione. Ma guardi, nella mia esperienza, è meglio stare senza ambasciatore degli Stati Uniti. Sebbene abbia sempre braccia operative che gli facciano il lavoro. Per esempio, alcune organizzazioni non governative che usano l’ecosistema per attaccarci.
Ho sempre presente un ricordo. Quando arrivai alla presidenza, alcuni minatori che ai tempi della dittatura militare erano stati espulsi del paese o avevano dovuto andare in esilio, mi vennero a trovare e mi dissero: ‘Presidente, si guardi dall’ambasciata degli Stati Uniti.’ Sa la ragione per la quale non ci sono colpi di Stato negli Stati Uniti? Perché lì non ci sono ambasciate degli Stati Uniti.”
Cosa pensa che sia successo in America Latina con la sconfitta del kirchnerismo in Argentina, il colpo di Stato in Brasile, la vittoria della destra nelle elezioni parlamentari in Venezuela? Questa avanzata della destra riguarda anche la Bolivia?
“Ci riguarda politicamente, ma anche economicamente. Riguarda la stabilità politica.
Quanto è importante la stabilità politica? È molto importante poter pensare a lungo termine. Quando si sta pensando solo a quando si va al governo non si può pianificare niente. I programmi di sviluppo sono rallentati.
Quello che è successo in Argentina ed il Brasile solleva un confronto importante. I movimenti sociali hanno visto quello che sta succedendo là e dicono: bisogna essere uniti, non bisogna lasciare che la destra arrivi. Non bisogna permettere che arrivi la privatizzazione. Quell’esperienza ci ha portato a vedere gli errori che sono stati commessi.”
Quando ha assunto la Presidenza della Bolivia ha trovato un paese devastato. Che cosa avete fatto per ricostruire il paese in questi 11 anni?
“Quando siamo arrivati al governo, la Bolivia era praticamente divisa tra le zone rurali e le città, l’occidente e l’oriente. Economicamente era smembrata. Alcuni monopoli erano degli spagnoli (Repsol), altri erano del Brasile (Petrobras) ed altri di francesi, Total. A comandare erano gli statunitensi. Avevamo, politicamente ed economicamente, un Stato mendicante, un Stato elemosinante.
Perché ci hanno ridotti così? Perché noi boliviani non decidevamo né politiche né programmi e, men che meno, progetti sociali. Nella parte economica tutto era imposto dal Fondo Monetario Internazionale. Il Fondo aveva il suo ufficio nella Banca Centrale della Bolivia. La CIA era un parassita che aveva i suoi uffici nel Palazzo Nazionale. Il Gruppo Militare degli Stati Uniti aveva i suoi nella sede delle forze armate nel Gran Quartiere Generale di Miraflores.
Quando c’era un conflitto politico ed i partiti della destra litigavano, l’ambasciatore degli Stati Uniti era il padrino. Si possono reperire immagini, fotografie delle loro riunioni. L’ambasciatore univa partiti come il MIR ed il MNR. Nessun partito vinceva con più del 30 percento. Avevamo una democrazia concordata. Tutto era pattuito. Era legale, ma non c’era legittimità.
Ciò è cambiato grazie alla nostra lotta. Per noi è stato molto importante passare dalla lotta sindacale, dalla lotta sociale, dalla lotta comunale alla lotta elettorale. Lo abbiamo fatto conservando i valori che ci hanno lasciato i nostri antenati. Conserviamo viva la lotta dei tempi della Colonia, la lotta del tempo della dittatura militare, la lotta per la democrazia. La lotta contro il governo concordato, contro il modello neoliberale.
Conserviamo viva anche la lotta contadina, specialmente nella mia regione (Chapare) che ci ha fatto risvegliare di fronte alla presenza statunitense, uniformata ed armata, con basi militari, con il pretesto della lotta contro il narcotraffico. Ma, in fondo, allora non c’era lotta contro il narcotraffico. Si trattava di un pretesto per esercitare un controllo geopolitico. A quel tempo, noi dirigenti non eravamo più accusati di essere comunisti, rossi, ma di essere narcotrafficanti e terroristi.
E’ stato un evento storico questo passaggio dalla lotta sociale alla lotta elettorale con un programma fatto per il paese che ci ha permesso di ottenere il governo.”
In cosa consisteva questo programma?
“In tre cose. Primo a livello politico, la rifondazione del paese. Sul piano economico, la nazionalizzazione delle risorse e delle imprese strategiche. E, sul piano sociale, la ridistribuzione della ricchezza.
Con questo programma siamo arrivati al governo. Nel 2005 abbiamo ottenuto la Presidenza con il 54% dei voti. Tutto il mondo fu sorpreso.
La cosa più difficile è stata la rifondazione: l’Assemblea Costituente e il processo della nuova Costituzione. Abbiamo atteso per quasi quattro anni. E in questo processo la destra ha ripiegato nei suoi dipartimenti e, ravvivando il separatismo, ha cercato di dividere il paese. Fallirono. La destra ha tentato di revocare la Costituente. E ha fallito . Ha tentato un colpo di Stato e ha fallito ancora. Nuovamente il popolo è tornato nelle strade. Si sono svolte grandi manifestazioni, per un’altra convocazione. Nel settembre del 2008 abbiamo dovuto espellere l’ambasciatore degli Stati Uniti per garantire la stabilità politica.
Il fatto è che quando i governi democratici non sono al servizio dell’impero subiscono colpi di Stato militari. E quando ebbi l’informazione affidabile che l’ambasciatore degli Stati Uniti stava finanziando i miei oppositori, stava cospirando, dissi: fuori l’ambasciatore. Ora, senza ambasciatore degli Stati Uniti, abbiamo più stabilità politica.”
Che impatto ha avuto nel Paese la nazionalizzazione economica?
“Ha cambiato la matrice economica della Bolivia. La rendita petrolifera nel 2005 era di 300 milioni di dollari. Siamo arrivati a 5 miliardi di dollari. L’investimento pubblico nel 2005 era di 600 milioni di dollari. Siamo arrivati ora a oltre a 8 miliardi di dollari di investimento pubblico. Il PIL nel 2005 era di 9 miliardi di dollari, l’anno scorso è arrivato a 34 miliardi di dollari.”
E la caduta del prezzo del petrolio vi ha riguardato?
“Sì, quest’anno cresceremo meno. Ma ci fu il momento nel quale precipitammo. Le riserve internazionali nel 2005 erano un miliardo e 700 milioni di dollari, nel 2014 più di 15 miliardi di dollari. Ciò, senza prendere in considerazione i depositi, ADP. Considerandoli passiamo a 40 miliardi di dollari. Questa è la stabilità economica della Bolivia.
Ciò è stato possibile grazie alla nazionalizzazione delle risorse naturali, ma anche di imprese strategiche. E’ stato il caso di Etel, l’impresa di telecomunicazioni in mani italiane. Prima aveva utili per 70 milioni di dollari che non rimanevano qui. Inoltre, si trovava appena in 90 municipi dei 339 che abbiamo. Abbiamo nazionalizzato ed ora abbiamo 140 milioni di dollari di utili che rimangono qui, ed abbiamo Internet e telecomunicazioni in quasi tutta la Bolivia.”
Come è avanzato il tema della redistribuzione?
“Abbiamo l’impegno di ridistribuire gli utili delle imprese pubbliche non solo ai comuni, ma anche a coloro che ne hanno più bisogno. Lo facciamo creando programmi destinati allo sviluppo della produzione, come il Programma di Appoggio alla Sicurezza Alimentare o il Programma di Alleanze Rurali. Ma, anche, con politiche sociali, come il pagamento dei buoni che permettono che la gente conti su più risorse economiche e in questa maniera possa far fronte alle proprie necessità e richieste. Abbiamo per i bambini il Bono Juancito Pinto e il sostegno ai vecchi che non possono accedere alla pensione.
Questo ci ha permesso di ridurre, rapidamente e drasticamente, la povertà. Ora abbiamo una nuova Bolivia. Le sue politiche sono conosciute e riconosciute in altri paesi.”
Cos’è cambiato per i popoli indigeni in questi 11 anni?
“L’unico modo di garantire la pace sociale è la partecipazione della cittadinanza. Non c’è pace senza giustizia sociale. Ma questo vale non solo per il movimento indigeno, ma anche per tutti i settori sociali. Tutti sono attori. Non siamo una democrazia rappresentativa, né semplicemente partecipativa, ma decisiva. Coloro che hanno guadagnato maggiormente da questi cambiamenti in Bolivia sono le donne e gli indigeni.
E poi c’è la rivalorizzazione. Prima, le nostre sorelle indigene erano trattate male. Ora stanno a testa alta. Prima, la musica originaria era vista male. Ora nelle città ormai si marcia con essa. Prima, il cibo dell’indio che è la quinoa, era disprezzato; ora è il cibo più ricco del mondo. Noi non lo mangiamo perché questo l’ha fatto salire molto di prezzo. Prima si proibiva di vendere la carne di lama; ora è la carne che ha meno colesterolo. Tutte le cose indigene sono state rivalutate.”
I movimenti sociali che prima erano molto vitali. Hanno continuato ad esserlo dopo undici anni di governo e dopo che alcuni loro dirigenti sono stati diventati funzionari pubblici?
“Tra l’85 e il 90 percento di coloro che sono eletti dal nostro strumento politico (il MAS) per essere sindaci, consiglieri comunali o membri delle assemblee dipartimentali sono dirigenti sociali. Ci guidano i movimenti sociali.”
Questo non è un problema per il movimento?
“Sì ma è una bella esperienza. Ogni cinque anni si deve preparare una nuova quantità di dirigenti. Arrivano le elezioni e la maggioranza dei candidati viene dai movimenti sociali. In tutte le elezioni ci guida il nostro movimento sociale. Prima del nostro strumento politico, scartavamo i dirigenti. Ma ora c’è questo problema. Il dirigente sta pensando: che incarico mi toccherà dopo? È una realtà. È una bella esperienza.”
Avete fatto uscire molti boliviani dalla povertà. In posti come il Brasile, dove si è fatto lo stesso, questo risultato non è stato accompagnato da un lavoro ideologico e culturale. Chi ha smesso di essere povero ha creduto di appartenere alla classe media e ha dimenticato la sua vecchia identità ed i suoi vincoli associativi. Hanno fatto dell’aumento delle loro capacità di consumo il centro delle loro nuove vite. È successo lo stesso in Bolivia?
“Qui c’è un problema. Una parte di coloro che sono usciti della povertà si è integrata nella classe media. Questi 2 milioni di persone hanno già altre aspettative. Sono le nuove classi medie. dimenticano che classe media è a metà classe… Purtroppo alcuni smettono di apprezzare il proprio passato contadino ed indigeno o di altri settori sociali. Arrivano persino a disprezzarlo. È il popolo che difende il paese. Ed ai nuovi membri delle classi medie non importa oramai difendere il paese. Le loro richieste sono di avere maggiori possibilità di consumo. Hanno aspirazioni molto esagerate. È molto importante questa esperienza.”
Il suo periodo di presidenza termina alla fine del 2019. Il referendum per permetterle di presentarsi a una nuova elezione è stato vinto con uno scarso margine dei suoi oppositori. Come continuare?
“Io non sono ancora pronto per andare a casa. Quello che abbiamo fatto in tema di sviluppo e sul piano politico è un record.
Il movimento sociale propose tema del referendum. E la destra lo affrontò sulla base di bugie e dell’avidità. Inventò una donna ed un bambino, e disse che era figlio di Evo. È di più, disse che il bambino era morto. Era tutta una bugia. Ed ora che si è indagato risulta che non ho mai avuto un bambino. Ma è rimasta la calunnia. La stampa si comportò come un cartello di bugie. Il tema era ben organizzato. L’hanno pianificato in anticipo.
Quando non possono abbatterci ideologicamente né democraticamente usano la famiglia e persino un bambino inesistente. Ciò mi ha realmente sorpreso. Tuttavia, ora la gente si rende conto.
Io sono molto soddisfatto. Sebbene abbiamo perso la gente dice: Evo, tu devi continuare fino al 2025. Ed io ho detto: non me vado. E mi dicono: la vita di Evo non dipende da Evo. Evo è del popolo. Evo deve sottomettersi al popolo.
Il mio sogno è che finisca il mio mandato, è di tornare al mio villaggio, alla mia capanna, a condividere coi dirigenti i momenti belli e brutti. Questo è il mio desiderio. Ma ho rispettato sempre la decisione del popolo. Una parte della stessa destra dice: senza Evo, che cosa finirà per essere la Bolivia?”
Articolo pubblicato su jornada.unam.mx
Traduzione di Giulia Salomoni per Marx21.it
Fonte: Marx21.it

Sorgente: facciamosinistra!: Un bilancio di lotta. Intervista a Evo Morales

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