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Dopo le accuse – Doping, prime ammissioni della Russia: «Vasta operazione sugli atleti» | mondo | Il Secolo XIX

Roma – Per la prima volta la Russia riconosce l’esistenza di una delle più grandi cospirazioni nella storia dello sport: una sistematica e vasta campagna di doping, che ha coinvolto centinaia di atleti russi inquinando non solo i risultati delle Olimpiadi invernali di Sochi, ma anche di alcuni degli eventi sportivi più seguiti del mondo. A rivelarlo è il New York Times , che ha raccolto le testimonianze di diversi funzionari russi che riconoscono la campagna, ma negano un intervento diretto del governo.

Il New York Times ha intervistato i funzionari a Mosca sette mesi dopo le rivelazioni di Grigory Rodchenkov, il direttore del laboratorio anti-doping ai tempi delle Olimpiadi invernali di Sochi. Come riportato a maggio scorso in un articolo del quotidiano statunitense , Rodchenkov raccontò di aver sviluppato un «cocktail di sostanze dopanti» che avrebbe permesso agli atleti di non risultare positivi nei controlli. Disse che fu il ministero dello Sport a ordinargli di svilupparlo: il cocktail conteneva metenolone, trenbolone, usato dai veterinari per aumentare il tono muscolare e l’appetito degli animali e oxandrolone, tre steroidi anabolizzanti. Queste sostanze venivano poi mischiate con del whiskey Chivas per gli uomini e del vermouth Martini per le donne. La formula esatta prevedeva un milligrammo di miscela di steroidi per ogni millilitro di alcol. Agli atleti, poi, veniva detto di tenere il liquido in bocca per qualche secondo, per poterlo assorbire meglio.

Due mesi dopo l’Agenzia mondiale antidoping (Wada) confermò e rese pubbliche le indagini condotte da Richard McLaren, il legale canadese che in appena 57 giorni ottenne la conferma che il «progetto Sochi» fosse iniziato nel 2010, già ai tempi dell’Olimpiade invernale precedente di Vancouver, e che fosse sostenuto dal Ministero dello Sport russo, con gli interventi in prima persona del viceministro Yuri Nagornykh, e la supervisione dei servizi segreti. Una totale violazione degli standard della Wada che prevedeva che, in caso di positività riscontrata dal laboratorio di Mosca, l’informazione fosse riferita allo stesso Nagornykh con l’indicazione dell’atleta colto in fallo. Una volta ricevuta la documentazione, veniva fornita l’indicazione salva o metti in quarantena: nel primo caso, il personale del laboratorio falsificava il risultato nel sistema internazionale e sistemava tutto, e l’atleta veniva così graziato.

«C’è stata una cospirazione istituzionale», ha dunque raccontato al New York Times Anna Antseliovich, il capo dell’agenzia antidoping russa. Secondo il New York Times, l’apertura della Russia potrebbe essere dovuta al desiderio di riconciliazione con le autorità sportive internazionali: la nazione deve scusarsi ed e ammettere le sue colpe prima di potere tornare a ospitare competizioni olimpiche. E anche prima di essere giudicata idonea a condurre test anti-doping. Oltre ai motivi legati alla reputazione internazionale, ci sono anche ragioni economiche. Mikhail Kusnirovich, titolare del colosso dell’abbigliamenti sportivo russo Bosco, sponsor degli atleti olimpionici russi, ha detto che «non c’è abbastanza tempo in questa vita per fare chiarezza su ogni cosa: ora è chiaro chi ha sbagliato e chi no, chi sono i vincitori e chi sono i vinti». E poi ha concluso: «Anche ai tempi di Stalin c’era un detto: “un figlio non è responsabile dei peccati del padre”».

Sorgente: Dopo le accuse – Doping, prime ammissioni della Russia: «Vasta operazione sugli atleti» | mondo | Il Secolo XIX

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