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Da Berlino all’Europa, è caccia al terrorista – La Stampa

Da Berlino all’Europa, è caccia al terrorista in fugaAnalisi È l’offensiva di Natale, Isis rilancia il terrorelastampa.it – Da Berlino all’Europa, è caccia al terroristaArrestato e rilasciato dopo poche ore un profugo pachistano. L’allarme della polizia: qualcuno armato in giro per il Paese. La Merkel: intollerabile se chi ha fatto questo è un rifugiato. La destra: colpa sua. Lo Stato islamico: “È un nostro soldato”

alessandro alviani, niccolò zancan

berlino  – Le luci sono ancora quelle della festa. Hanno messo delle transenne per separare il mondo dei vivi dal mondo dei morti. Ora i cecchini stanno sui tetti del centro commerciale Bikini Berlin. La gente è raccolta per strada in silenzio.

Tira un vento gelido, le campane suonano a lutto. Nella chiesa bombardata nella Seconda guerra mondiale, la Kaiser-Wilhelm-Gedächtniskirche lasciata parzialmente in rovina a futura memoria, si celebra la messa per le dodici vittime dell’attentato al mercatino di Natale. Anche di loro non dovremo dimenticarci, anche di quest’altra guerra. Dopo Parigi, Bruxelles, Nizza, siamo ancora qui. Mai come in questo caso sprovvisti di certezze. Quando ormai è sera e sono passate ventiquattr’ore dalla strage del camion, l’unico sospettato viene rilasciato dalla polizia.

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È un ragazzo pachistano di 23 anni. Era stato inseguito da un testimone nella concitazione dei soccorsi, fermato dagli agenti a due chilometri di distanza. Ed era già finito anche, immediatamente, al centro di tutte le strumentalizzazioni possibili. Trattasi di un migrante arrivato a Berlino a febbraio del 2015 attraverso la rotta balcanica. Anche la cancelliera Angela Merkel aveva dovuto dichiarare: «Sarebbe particolarmente intollerabile se l’autore di questo atto fosse una persona che ha chiesto protezione e asilo in Germania». Ma il ragazzo pachistano negava tutto con fermezza. Non aveva addosso segni visibili dell’accaduto. Nemmeno erano state trovate tracce utili lì, dove tutti immediatamente ci eravamo precipitati: al campo profughi ricavato nel vecchio aeroporto di Tempelhof. Già avevano piazzato le telecamere per le dirette quando è arrivata la notizia. L’esame del Dna lo scagiona completamente. Non era su quel camion. Il ragazzo pachistano tornava in libertà. La polizia di Berlino mandava messaggi non proprio rassicuranti ai suoi concittadini: «Restiamo particolarmente in allerta. Per favore, restate vigili anche voi». Alle nove di sera l’Isis rivendicava l’attentato, come da copione: «Un nostro soldato ha compiuto una vendetta per gli attacchi in Siria».

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L’unica cosa sicura è che chiunque sia stato è a piede libero. Armato, per di più. Lo testimonia il corpo martoriato dell’autista del camion. Il vero autista, intendiamo. Quello che stava trasportando barre d’acciaio dall’Italia a qui, ed è stato trovato morto in cabina. Ha dovuto riconoscerlo il signor Arile Zurawski, titolare della ditta di autotrasporti e parente: «Sul corpo di mio cugino c’erano molti segni di violenza, tumefazioni, anche una ferita da taglio. Ma parliamo di un uomo alto più di un metro e ottanta che pesava 120 chili, una sola persona non avrebbe potuto aver ragione di lui».

Anche l’inizio della storia è confuso, apparentemente casuale. Il camion usato per la strage doveva scaricare martedì mattina. Ma era arrivato lunedì alle 9: troppo in anticipo. L’autista polacco, non ottenendo il permesso di entrare, aveva parcheggiato lì vicino. In strada Friedrich Kraus Ufer numero 16. Il controllo satellitare sul motore rileva tre brevi accensioni nel pomeriggio di lunedì: alle 15.44, 16.52 e 17.32. Forse tentativi di partire. Ed è sempre da lì, alle 19 e 34 di lunedì sera, che il camion si mette in moto verso il luogo della strage. Cosa sia successo, nel frattempo, è il mistero.

 

Adesso il questore di Berlino Klaus Kandt usa frasi criptiche, che hanno il potere di svelare tutta la confusione del momento: «È possibile che le indagini siano ancora del tutto aperte». Sul movente. Sul numero dei ricercati. «Non sappiamo con certezza se l’attacco sia di origine islamista. Non è una cosa sicura, dobbiamo guardare in tutte le direzioni» dice il procuratore Peter Frank. Dodici morti, 48 feriti di cui 18 in condizioni gravi.

Ma la politica non aspetta. Stefan Räpple, deputato regionale dei populisti della AfD in Baden-Württemberg, pubblica sul suo sito un fotomontaggio che ritrae le mani della cancelliera congiunte e cosparse di sangue: «Frau Merkel, sulle Sue mani è rimasto appiccicato del sangue. Si dimetta!». L’immagine fa il paio con l’attacco lanciato su Twitter da Marcus Pretzell, eurodeputato e compagno della leader di Afd Frauke Petry: «Questi sono i morti della Merkel!». Accusano la cancelliera di aver aperto le frontiere ai terroristi, danno per scontato che sia stato un profugo. Lei si presenta ai microfoni con la giacca nera e il volto teso: «Non vogliamo accettare che la paura del male ci paralizzi. Troveremo la forza per vivere la vita che vogliamo in Germania: libera, unita e aperta».

Analisi È l’offensiva di Natale, Isis rilancia il terrore

Anche ieri sera Berlino era così. Non sarebbe onesto descrivere una città blindata o in preda al panico. Il signor Reiner Fuchs portava una rosa bianca davanti al mercato di Natale: «Poteva succedere a ognuno di noi. Sono molto triste. Sono qui a pregare per le persone che non ci sono più». La professoressa Jenet Newman abbracciava la figlia: «Sono arrabbiatissima. Non possiamo accettare questa cosa. Si stanno prendendo le nostre vite. Dicono che dobbiamo abituarci a convivere con il terrore, ma io non voglio». Arriva un bambino con i suoi genitori, si allontana una ragazza in bici. Un mendicante all’angolo riceve in dono un paio di guanti nuovi. Berlino, libera, vuole rimanere se stessa.

Sorgente: Da Berlino all’Europa, è caccia al terrorista – La Stampa

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