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Come riunire un paese avvelenato – di MARIO CALABRESI – Repubblica.it

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La campagna elettorale è finita, domani finalmente si vota, lunedì – al di là del prevalere dei Sì o dei No – un risultato certo l’avremo: un Paese diviso e malato e una sinistra in macerie. Non parlo del governo: è evidente che con l’approvazione della riforma Matteo Renzi resterà in sella mentre al contrario ci sarà la crisi di governo. Parlo della comunità che tradizionalmente si è riconosciuta nelle idee progressiste e che oggi è smarrita e dispersa.

In Italia di campagne elettorali feroci ne abbiamo avute tante, di giorni del giudizio e divisioni nette anche: basti ricordare lo scontro del 1948, il referendum sul divorzio del 1974 o la polarizzazione della società negli Anni Settanta. Ma anche nelle condizioni più difficili e tragiche – pensiamo alla stagione del terrorismo, delle stragi, del conflitto ideologico frontale – c’erano punti fermi, coesione sociale e capacità di progettare.

Il clima e i toni, così come la violenza verbale del presente, sembrano più riconducibili alle lacerazioni del primo e del secondo dopoguerra. Nel primo caso, quasi un secolo fa, lo sbocco fu un regime autoritario, nel secondo invece la ricostruzione del Paese fu un successo. Fu un successo grazie alla saggezza dell’Assemblea costituente, al Piano Marshall e alla voglia di tornare a vivere.

Oggi siamo in quello che potremmo definire un terzo dopoguerra: il conflitto è stato istituzionale, con la fine delle strutture dei partiti, ed economico con una crisi che ha distrutto il ceto medio, le aspettative e ha rotto il patto sociale che si basava sulla convinzione che i figli avrebbero avuto una vita migliore dei loro genitori.

Questa è la cifra del nostro tempo e lo scontro forsennato sulla riforma costituzionale non è che la spia di un malessere grave e diffuso.

Quando guarderemo con la dovuta distanza a questo referendum e a questi mesi, ci renderemo conto che la materia del bicameralismo non poteva giustificare un clima da guerra civile senz’armi, che non si trattava di un tema di grande interesse popolare che tocca la vita dei cittadini come aborto, divorzio o nucleare, ma che è stato caricato di significati altri.

Una resa dei conti di chi si sente scivolare verso il basso contro chi è considerato establishment, così come un duello all’ultimo sangue tra pezzi di classi dirigenti, tra rottamatori e rottamati, tra idee diverse di società. Una divisione che attraversa non solo un partito come il Pd ma comunità, amicizie e famiglie.

Ciò che oggi provoca angoscia è lo sfarinamento del tessuto del Paese, la fatica di immaginare un futuro e la delegittimazione violenta di chiunque non sia o non la pensi come noi.

È tale la canea che le persone più ragionanti, pacate e positive sono ormai tentate di chiudersi nel privato, di non impegnarsi in nulla che sia pubblico e sperare che passi la bufera.

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È tempo per gladiatori e si fatica ad immaginare schiarite all’orizzonte. Solo guardando con attenzione e pazienza al nostro territorio si scoprono tantissime persone coraggiose che si impegnano nel sociale, nella gestione della cosa pubblica o che rischiano per creare nuove attività e imprese, ma lo fanno rigorosamente sottovoce, quasi temendo che finire in un cono di luce e di attenzione porti polemiche e invidie.

Per uscire da questo terzo dopoguerra abbiamo bisogno di una profonda opera di ricucitura della società, di una manutenzione straordinaria, altrimenti l’idea stessa di futuro sarà declinata in nome di un interesse personale e mai al plurale e ognuno si arrangerà come potrà, sperando solo di andare all’estero o di mandarci figli e nipoti.

Se a sinistra non si mette mano a tutto questo, il rischio è di consegnare l’Italia alla sfida tra due populismi, uno più propriamente di destra – con la scommessa di Matteo Salvini di conquistare l’intero campo conservatore grazie alle primarie – e uno post ideologico rappresentato dal movimento di Beppe Grillo.

Due populismi isterici e nessuna sinistra, nessun campo progressista. Il rischio è quello della perdita dell’idea stessa di una comunità nazionale, di un’appartenenza comune come antidoto alle paure e agli egoismi del nostro tempo.

Se questi populismi aumentano il loro consenso, è perché intercettano stanchezza e paura, perché leggono meglio il malessere sociale, perché promettono di dare soddisfazione alla rabbia e sfogo alla frustrazione.

Questo, come ci ha raccontato nella sua lunga inchiesta sulla crisi della sinistra Ezio Mauro, mentre il Pd appare lontano, senza parole d’ordine e senza risposte.

Renzi ha lavorato alla modernizzazione e all’innovazione del Paese, questa maggioranza di governo ha avuto a cuore i diritti sociali e l’accoglienza, ma c’è troppa assenza dai problemi dei giovani e una difficoltà a contenere il disagio e a comprenderlo.

Un premier che amava viaggiare in treno ma che oggi sta troppo poco tra la gente comune, a cui si oppone una sinistra che appare concentrata sulla lotta nel Palazzo più che nelle strade e caratterizza la sua identità per contrapposizione e non per proposta. Appare difficile, quasi impossibile, eliminare i veleni, digerire questa stagione, ma è doveroso provarci.

La strada esiste e parte dalla capacità di accettare il risultato senza aprire rese dei conti, cercando di costruire invece di credere che ci sia ancora qualcosa da abbattere.

Se vincesse il Sì, sarebbe un tragico errore leggerlo come un via libera alla pulizia nel partito: si ignorerebbe che una parte importante di quel Sì è stato dato solo per senso di responsabilità, con una montagna di distinguo e di dubbi.

D’altra parte se prevarrà il No si sappia che se lo intesterà tutto Grillo, pronto a lanciare la sua sfida finale al Pd, e non ci si illuda che possa essere un momento catartico di rifondazione di una nuova sinistra ideale.

Ci vorrà invece senso di responsabilità, amore per la propria storia e per il proprio Paese. Ci vuole comprensione, e bisogna ripartire dall’ascolto della società, sintonizzarsi con l’angoscia dei genitori e la paura dei figli per un lavoro che sembra scomparso, per un welfare che perde i pezzi, per un orizzonte che non si vede.

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Sorgente: Come riunire un paese avvelenato – Repubblica.it

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