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Alzando gli occhi sul campo: una analisi di fase. Un ’93 al quadrato?

Sono convinto che la situazione attuale possa riassumersi in una frase: “è un 1993 al quadrato”. Cerco di motivare meglio questa mia affermazione.

1) La lezione non è stata capita.
A distanza di una settimana dal voto referendario, credo sia il caso di distogliere l’attenzione dalle cronache della crisi, per fare una valutazione più ampia e di lungo periodo.

Partecipando a diversi dibattiti televisivi, mi sono spesso trovato di fronte a interlocutori che ipotizzavano, chi augurandoselo chi per scongiurarlo, un governo Pd-Forza Italia come esito fatale della vittoria del No, unito alla conformazione tripolare del sistema ed all’indisponibilità del M5s ad alleanze.

Ho risposto che questo presupponeva il mantenimento dell’attuale quadro politico con questi partiti con il peso elettorale attuale (Pd e M5s intorno al 30% e Lega e Fi al 10-15% ciascuno) ma che questo non mi sembra affatto scontato. Infatti, sono convinto che la situazione attuale può riassumersi in una frase: “è un 1993 al quadrato”.

Vorrei motivare questa mia affermazione ed approfondirla meglio di quanto non possa fare nei tempi ristretti del salotto televisivo.

2) Il crollo del sistema del 1992-93.
Nel 1992-93, sia per l’emergere della Lega che per l’ondata di scandali tangentizi e per il profilarsi di una notevole perturbazione monetaria, iniziò il crollo della prima repubblica, poi conclamato con il referendum sulla legge proporzionale, che spalancava la porta all’epoca del maggioritario. Tutto questo accadeva in un quadro internazionale relativamente stabile basato su un progetto monopolare che appariva di lunga durata e con una situazione finanziaria in forte ascesa.

Ci furono partiti che si trasformarono come il Msi che divenne An (mentre il Pci si era già scisso fra Pds e Rifondazione Comunista in cui confluì Dp), partiti che si frantumarono (come la Dc da cui originarono il Ppi, il Patto Segni, il Ccd, i Cristiano Sociali di Carniti e Scoppola e transfughi in varie direzioni), altri si ridimensionarono o sparirono del tutto (Psi, Psdi, Pri, Pli) altri nuovi che ebbero una breve stagione (la Rete di Orlando, ad esempio) altri ancora (come i Verdi) che ebbero una sopravvivenza di diversi anni, mentre la Lega mise radici.

Il terremoto del sistema politico portò con sè tre elezioni politiche in 4 anni (1992-1994-1996) ed un periodo non breve di instabilità politica. D’altra parte, al contrario della Prima Repubblica, la cui storia ha avuto al suo centro sette partiti durati tutto il cinquantennio (Pci, Psi, Psdi, Pri, Pli, Dc, Msi) il sistema politico della seconda repubblica ha avuto una storia molto più travagliata con partiti continuamente scossi da scissioni ed unificazioni (Il Pds ha avuto diverse, modeste scissioni, ha ripetutamente mutato sigla ed alla fine si è fuso con la Margherita per dar vita al Pd; il centro ha subito innumerevoli  scissioni e unificazioni che hanno infine portato alla formazione della Margherita poi confluita nel Pd), Rifondazione ha subito diverse scissioni (Comunisti Unitari e Pdci) ed alla fine è scomparsa dal Parlamento insieme a Verdi e Pdci; An si è fusa con Fi nel Pdl, che poco dopo si è spaccato dando vita ad una rinata Fi ed a Fdi; sorse l’Italia del Valori che, però si è dissolta intorno al 2010-11) e praticamente la sola Lega non ha registrato scissioni significative o fusioni, ma con forti oscillazioni percentuali, dal 4 al 14% in una quindicina di anni.

Il nuovo sistema elettorale (poi mutato nuovamente nel 2005) contribuì a ridisegnare la nuova mappa partitica, ma non fu l’unica ragione di questo cambiamento, influì anche la lettura dei cambiamenti internazionali in atto che incoraggiarono la fine dei partiti ideologici (principale pecca imputata alla Prima Repubblica insieme al malaffare ed alla paralisi decisionale), sostituiti da partiti “del leader” vocati ad una “concretezza di programmi” tutta interna alla vulgata neo liberista.

Il nuovo ordinamento prometteva la fine del malcostume tangentizio, l’affermazione di una nuova classe dirigente più pragmatica e più vicina alla società civile, un maggiore stabilità dei governi dovuta alla fine dei governi di coalizione, sostituiti da compagini ben più coese in un quadro bipartitico che avrebbe finalmente realizzato l’alternanza di governo e governi di legislatura.

E tutto questo avrebbe reso l’Italia più capace di affrontare il processo di globalizzazione, cogliendo nuovi successi: si era appena conquistato il 5° posto fra i paesi del G7, scalzando l’Inghilterra, e già si sognava il 4° strappandolo alla Francia.

3) Un confronto fra Prima e seconda Repubblica.
Ci sono diversi aspetti che rendono parzialmente simili questi due momenti storici come momenti di trapasso da un sistema politico all’altro. In primo luogo, nel 1993 il voto referendario che riguardava un singolo provvedimento (il sistema elettorale al Senato) ebbe un effetto sistemico ben più ampio, perché divenne un giudizio complessivamente negativo sul sistema identificato come Prima Repubblica. Ed oggi è accaduto qualcosa di simile con il sistema della Seconda Repubblica che (salvo una modestissima alternanza, peraltro fra offerte politiche quasi identiche) non ha mantenuto neppure una delle promesse:

–    la corruzione non è stata affatto eliminata ma ha semplicemente spostato il suo centro dal settore edilizio e delle opere pubbliche a quello finanziario

–    il sistema partitico non ha affatto assunto un formato bipartitico, ma ha prodotto solo un modesto bipolarismo (con conati di terzo polo) con due coalizioni che riunivano un certo numero di partiti minori intorno ad un partito guida

–    il numero dei partiti è complessivamente aumentato dai 13 dell’ultima legislatura della Prima Repubblica, ai 16 attuali

–    di conseguenza il sistema è rimasto quello dei governi di coalizione con quel che ne deriva in termini di litigiosità interna

–    non c’è stata affatto maggiore stabilità e durata dei governi: dal 1994 ad oggi ne abbiamo avuti 13 in 22 anni (Berlusconi 1, Dini, Prodi 1, D’Alema, Amato, Berlusconi 2, Berlusconi 3, Prodi 2, Berlusconi 4, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni), contro i 50 della Prima Repubblica in 48 anni: con una durata media di 11 mesi e mezzo nella prima Repubblica e di poco più di 20 mesi nella Seconda. Un incremento modesto che colloca la performance complessiva  al di sotto della metà dell’obiettivo del “governo di legislatura

–    la produttività del sistema è notevolmente scesa: se la prima Repubblica, bene o male, realizzò  importanti riforme che hanno creato il welfare italiano, democratizzato l’accesso all’istruzione, modificato i rapporti di produzione nelle campagne, industrializzato il paese, dato vita ad una intensa stagione di diritti civili, garantito ben maggiori diritti ai lavoratori, migliorato molto la condizione femminile e modificato il diritto di famiglia ecc, la Seconda Repubblica ha un bilancio ben più magro, e le sue riforme sono spesso manifestazione di un andamento penosamente erratico. Ad esempio non sfugga che lo stesso partito autore della sciagurata riforma del titolo V della Costituzione, ha poi proposto la recente riforma che la cancellava del tutto

–    la selezione della classe dirigente è seccamente peggiorata come è troppo facile constatare

–    quanto alla capacità di adeguamento ai processi di globalizzazione: l’Italia attuale è un paese nettamente più povero e con molte più diseguaglianze, con un sistema industriale che sta soffocando, una bilancia commerciale sempre più disastrata, tassi di disoccupazione come mai da mezzo secolo in qua, abbattimento delle garanzie dei lavoratori, compressione salariale, massimo di debito pubblico e di pressione fiscale.

4) In cosa somiglia e in cosa differisce la situazione attuale da quella del 1993.
Come nel 1993, anche qui è un referendum popolare a “saldare il conto” con il sistema politico per le troppe promesse disattese. Questo non è solo un voto sulla riforma costituzionale, sul governo Renzi o sul Pd, è anche un voto sulla Seconda repubblica che mette a nudo l’esaurimento delle formule politiche del sistema.

Nel 1993, furono tutti i partiti ad essere colpiti in vario modo dalla censura popolare: con una bocciatura irrimediabile quelli del pentapartito (Dc, Psi, Psdi, Pri e Pli), in misura più ridotta quelli di opposizione (Pci e Msi) che però, sintomaticamente,  si presentavano come “nuovi” e con denominazioni rinnovate radicalmente. Questo apriva la porta a formazioni nuove di diverso orientamento e diversa fortuna: apertamente antisistema e di discreto successo la Lega Nord (già entrata in Parlamento con un solo seggio nel 1987), molto critica verso il sistema, ma con minore fortuna, la Rete e come punto di raccolta del superstite ceto politico di pentapartito Forza Italia che si avviava ad una durevole fortuna. In posizione intermedia Verdi e Rifondazione Comunista, più antisistema nelle proclamazioni verbali che nella concreta linea politica, che registreranno una stabilizzazione minoritaria (intorno al 4% i primi e fra il 6 e l’8% la seconda) durata sino al 2008.

Anche qui è comparso un soggetto antisistema come il M5s, ma, a differenza della Lega, che era un fenomeno circoscritto ad una pur importante area del paese (essenzialmente il lombardo-veneto con qualche propaggine piemontese e ligure) non aveva carattere nazionale, il M5s ha avuto un successo relativamente omogeneo in tutte le regioni, è fenomeno nazionale e raccoglie più del doppio delle percentuali a suo tempo ottenute dalla Lega.

Peraltro, la formazione di Bossi, attraverso la coalizione con An e Fi e, dopo una breve stagione separatista, divenne ben presto un partito interno al sistema, mentre il M5s resta sin qui un partito a vocazione antisistema.

A differenza del 1992 non c’è stata sinora un’ondata di scandali giudiziari paragonabile per numero ed impatto mediatico, la magistratura non ha lo stesso atteggiamento egemonico del 1993 e sembra assai più ben disposta verso i partiti di governo di quanto non lo fosse 20 anni fa, tuttavia, pur senza inchieste giudiziarie, c’è un crollo di credibilità della classe dirigente paragonabile a quella di venti anni fa e, per certi versi, più acuta (come segnalano le percentuali del M5s, il maggiore astensionismo e le percentuali referendarie), sia perché investe anche le èlite  finanziarie, sia perché l’elettorato è assai meno ottimista sulla possibilità di trovare classi dirigenti all’altezza della situazione.

Al pari del 1992-93 le classiche formule di maggioranza (centro-sinistra o neo centrismo venti anni fa, centro destra o centro sinistra attualmente) appaiono esaurite e improponibili, ma non ne appaiono di nuove praticabili in questa distribuzione di voto. Dunque, se venti anni fa, e con la strada forzata del maggioritario, furono necessari alcuni anni per stabilizzare le due formule alternative di centro sinistra e centro destra, ma pur sempre con un conato di “terzo polo”, non è affatto improbabile che la situazione di instabilità possa ripetersi e per un periodo più prolungato ora.

Molto più grave di venti anni fa appare il vuoto di classi dirigenti: nei primi anni novanta le forze politiche potevano giovarsi di una nuova generazione di leader  formatisi nei partiti della Prima Repubblica con un lungo apprendistato, oggi il quadro è assai meno favorevole e dominano figure assolutamente improvvisate e prive di esperienze precedenti (anche solo amministrative) o di cultura politica.

Non a caso gli esponenti più significativi della Seconda Repubblica sono stati quelli del primo periodo (Fini, D’Alema, Casini, Bertinotti, Garavini, Rutelli, ecc) man mano sostituiti da personaggi assai più scialbi e privi di spessore politico: avendo sostanzialmente liquidato i partiti, le fondazioni, le riviste ed i centri di cultura politica, la Seconda repubblica non ha formato alcuna nuova generazione di esponenti politici, ma solo una fotta schiera di cortigiani.

Anche qui la rivolta è stata preparata dall’emergere di un nuovo tipo di media che ha scombussolato gli assetti di potere. Negli anni ottanta fu la Tv commerciale a preparare il successo di Forza Italia, nel decennio scorso è stato il web a spianare la strada al M5s e, come negli anni novanta, si tratta di un mutamento irreversibile.

Anche in questa occasione, il malessere sociale si accompagna  ad un cattivo andamento dell’economia ma in proporzioni assolutamente più pesanti oggi rispetto al passato.

Come si vede, le differenze sono quasi tutte in peggio rispetto al passato (salvo l’assenza, almeno per ora, di una Mani Pulite) e militano a favore di una ancor più severa crisi di sistema. Ma, soprattutto, è lo sfavorevole quadro internazionale a spingere in questa direzione. Ma di questo parleremo prossimamente.

Aldo Giannuli

Sorgente: Alzando gli occhi sul campo: una analisi di fase. Un ’93 al quadrato?

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