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“Accoglienza” italiana e il menefreghismo delle convenzioni – Je so’ pazzo

VI PREGHIAMO DI DARE VOCE E DIFFUSIONE A QUESTA STORIA!Ismaila ha 16 anni, è nato in Nigeria ma da 5 mesi vive in…

Publié par Ex OPG Occupato – Je so' pazzo sur jeudi 15 décembre 2016

VI PREGHIAMO DI DARE VOCE E DIFFUSIONE A QUESTA STORIA!

Ismaila ha 16 anni, è nato in Nigeria ma da 5 mesi vive in Italia. Lo incontriamo per caso, a ottobre, durante una delle giornate di controllo popolare che da mesi portiamo avanti nei CAS in Campania. Il centro è l’Hotel Bella Napoli, gestito dalla Croce Rossa, che ben presto si rivela essere un luogo tutt’altro che adatto a un adolescente…e infatti Ismaila non potrebbe starci lì dentro, avrebbe diritto a vivere con i suoi coetanei, in strutture appositamente previste dalle normative attuali. Invece, il sistema dell’ “accoglienza” italiana lo ha lasciato solo, dopo un estenuante viaggio, fregandosene altamente di Convezioni Onu sui diritti del fanciullo e legislazione nazionale…

La prima volta che entriamo nel centro, ci colpisce l’inadeguatezza delle condizioni sanitarie. Mentre proseguiamo nel giro, i ragazzi ospitati ci raccontano in che condizioni vivono, anche se basta guardarsi intorno per immaginarlo. Uno di loro, da giorni, tossisce sangue. Nessuna assistenza medica, nonostante la direzione fosse stata allertata.
Stessa cosa, ci viene raccontato, vale per una corretta mediazione linguistica…
Eppure cure e mediazione culturale sono considerate diritti essenziali, che i gestori dei CAS dovrebbero garantire prima di ogni cosa, e per i quali incassano ogni mese soldi pubblici.
Ismaila, come tutti i minori non accompagnati, avrebbe avuto diritto a poter contattare, almeno una volta dopo la traversata dalle coste libiche, i suoi cari. Nemmeno questo è successo, colpa dell’ossessione per i rifugiati col WiFi che spopola nelle nostre TV? Chissà… In ogni caso il ragazzo ha scoperto che sua madre non era morta e di non essere rimasto solo al mondo soltanto quando gli abbiamo regalato un piccolo telefono cellulare.

Il nostro paese, nonostante tutto questo, rappresenta per Ismaila la fine di un incubo. È scappato dalla Nigeria dopo aver visto morire suo padre e aver lavorato in un campo come nemmeno uno schiavo, picchiato e ricattato. In autobus è arrivato in Libia, a TRIPOLI, lì ha visto ammazzarsi sotto gli occhi l’amico che l’ospitava. Poi, poco dopo, è stato preso di peso, letteralmente, per essere ammassato, insieme a centinaia di donne e uomini, su un barcone in partenza. Poi l’arrivo in Italia, la speranza di vivere finalmente una vita normale che si scontra con la realtà dei centri di prima accoglienza.
Al Bella Napoli non gli danno, ancora oggi in pieno inverno, sufficienti vestiti. Non ha mai incontrato uno psicologo che lo seguisse, anzi le sue condizioni psicofisiche, già precarie e fragili, sono notevolmente peggiorate dal contesto in cui è costretto a vivere.
Per lui, per raccontare e denunciare pubblicamente la storia di migliaia di bambini che arrivano in Italia, abbiamo iniziato un percorso di lotta che ha interpellato tutte le autorità responsabili di questa situazione: dal viceprefetto di Napoli, tramite la campagna LasciateciEntrare (perché la Prefettura sarebbe preposta alla vigilanza e al controllo sui CAS) al sindaco Luigi De Magistris, garante dei minori sul territorio cittadino.
Nessuna risposta è arrivata dalla Prefettura, che addirittura non ha voluto ricevere un operatore sociale disposto ad accogliere il ragazzino in una struttura per minori.

Sappiamo che questa battaglia non può essere vinta senza che si sviluppi una rete di solidarietà stabile e viva, che porti fuori la verità sul business infernale che si alimenta intorno al’ “emergenza” migranti, che indichi le responsabilità politiche di questo sfacelo a tutti i livelli. Alla barbarie e al razzismo rispondiamo con tutta l’umanità e la determinazione di cui siamo capaci, fino alla vittoria!

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