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Una svolta verde a costo zero per ridisegnare il futuro – Diritti Globali 3.0

dirittiglobali.it – Una svolta verde a costo zero per ridisegnare il futuro. Una finanziaria sostenibile. Legambiente chiede al governo di cambiare passo e rilanciare l’economia italiana. Ecco come liberare risorse da investire in innovazione e riqualificazione – Edoardo Zanchini *, il manifesto 

Dipende da che parte lo guardi il mondo. E se il mondo sono la montagna del debito pubblico italiano, i vincoli europei e la flebile ripresa dell’economia, il rischio che corre l’Italia è di non riuscire a immaginare il proprio futuro, rinunciando a guardare oltre per cambiarlo.

Per cui possono apparire persino di buon senso le parole di Padoan, Renzi e Calenda sulla prossima legge di stabilità. Non è questo il tempo degli investimenti in innovazione ambientale, nella ricerca o magari per i pendolari. Oggi la coperta è corta, ma domani sarà diverso.

Invece non è vero che si debbano ancora una volta rinviare gli investimenti utili, ed è una scusa la fase complicata dell’economia italiana e globale. Perché se si guarda con attenzione dentro l’enorme bilancio dello stato, ci si accorge che sono presenti enormi sprechi ma anche rendite e privilegi che impediscono una corretta gestione di beni naturali e comuni.

Legambiente ha messo in fila queste barriere, in un documento presentato ieri alla Camera dei deputati in vista della legge di stabilità, individuando 15 proposte che puntano a rilanciare l’economia italiana in una chiave ecologica.

L’obiettivo è dimostrare come sia possibile liberare risorse da investire in innovazione e riqualificazione ambientale, e di spostarne da capitoli di spesa sbagliati per ridurre il costo del lavoro e il debito pubblico, ma anche muovere investimenti in ricerca o per l’istruzione.

Una premessa è d’obbligo, visto l’argomento, si tratta di interventi che non creano nuovo debito pubblico e non determinano un aumento delle tasse. Basti dire che solo la cancellazione di rendite e privilegi in campo ambientale permetterebbe di generare quasi 2 miliardi di euro ogni anno, a partire già dal 2017.

Qualcuno si lamenterebbe del fatto che i canoni per l’acqua in bottiglia passino da 0,1 centesimi per litro a 2 centesimi, quando il prezzo medio di vendita è 30 centesimi nella grande distribuzione e stiamo parlando di un bene comune?

Oppure che per le cave si arrivi a pagare il 20% del prezzo di vendita finale, come nel Regno Unito, quando oggi la media che paga chi sbanca le montagne per estrarre marmi di pregio o ghiaia è del 3,5% e in alcune regioni è gratis?

Di sicuro solo l’Eni può ancora difendere il fatto che sia giusto che sulle estrazioni di petrolio e gas non si paghino le royalty sotto certe soglie o che quel poco che le compagnie pagano alle regioni poi possano dedurlo dalle tasse.

Le cave attive sono 5.592 mentre 16.045 sono quelle dismesse nelle Regioni in cui c’è un monitoraggio. Il settore è ancora regolato da un Regio Decreto del 1927

Per non parlare del fatto che in Italia continuino ad essere diffuse le discariche, e proceda a rilento il riciclo dei materiali, perché il prezzo di conferimento a discarica è bassissimo, a differenza di altri paesi europei dove l’aver scelto di puntare sull’economia circolare ha permesso di creare migliaia di posti di lavoro.

Altro che proteste. Contro situazioni di questo tipo dovrebbe essere Confindustria la prima a battersi. È difficile che accada ma almeno non si dica che sia l’Europa a impedire questi cambiamenti.

Sono infatti anni che la Commissione Ue e l’Ocse raccomandano ai nostri governi una riforma della fiscalità che sposti la tassazione dal lavoro al consumo di energia e all’uso delle risorse nella direzione di una «crescita verde». Siamo davvero in una fase di cambiamento profondo a livello mondiale, in cui le regole a cui eravamo abituati nell’economia e nel lavoro sono stravolte dalla globalizzazione.

I canoni di concessione regionali per le acque minerali in genere sono bassissimi: in alcune zone non si arriva a 0,1 centesimi al litro

Ma proprio per questo occorre percorrere strade lungimiranti.

Ad esempio, che cosa impedisce di aprire il calderone della fiscalità in materia di energia e trasporti dove, invece di un chiaro legame con gli impatti ambientali e sanitari prodotti, troviamo un groviglio incomprensibile di accise e al contempo sconti per alcune categorie? Oppure, perché non distinguere nell’Iva che si paga sui beni, tra prodotti locali e biologici e invece di importazione, o per il consumo di combustibili fossili tra un auto elettrica e un Suv. Stiamo parlando di interventi che, a parità di gettito, produrrebbero investimenti rilevanti in una direzione virtuosa.

Basti dire che complessivamente tra accise su energia e trasporti e Iva entrano nelle casse pubbliche oltre 150 miliardi di euro che possono essere orientati subito verso la green economy.

Proprio in questi giorni in Svezia è in discussione una legge che propone di ridurre l’Iva sulle riparazioni di oggetti, beni, elettrodomestici con l’obiettivo di ridurre lo spreco di risorse e creare lavoro. L’ambiente può davvero diventare una chiave attraverso cui rilanciare l’economia e tenere assieme il benessere dei cittadini con la richiesta di una società con meno ineguaglianze.

Altro che utopia, sono i numeri dell’occupazione e degli investimenti a confermare come questa ricetta sia vincente e come il nostro paese possa, puntando sull’innovazione energetica e l’economia circolare, dare risposta a storici problemi nazionali creando opportunità e lavoro nei territori.

Perché è nella qualità dell’offerta turistica, nella valorizzazione delle città, nella crescita dell’agricoltura biologica e dei prodotti di qualità, la ricetta capace di far ripartire la domanda interna e di spingere il made in Italy all’estero.

E qui la politica può fare molto, ad esempio decidendo di sbloccare interventi a costo zero per lo stato nella riqualificazione del patrimonio edilizio, nell’autoproduzione da fonti rinnovabili, nel ridare valore a boschi e aree agricole abbandonate, nello spostare investimenti dalle autostrade al trasporto ferroviario pendolare.

In fondo è quanto si trova scritto negli impegni, tanto ambiziosi quanto attuali, che l’Unione europea aveva sottoscritto a Lisbona nel 2000: «Diventare l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile: con nuovi e migliori posti di lavoro, e una maggiore coesione sociale».

Se vogliamo mandare un messaggio chiaro contro la rassegnazione e la paura del futuro, è da quell’impegno e da queste scelte che dobbiamo ripartire.

* vicepresidente nazionale Legambiente

LEGGI QUI LE 15 PROPOSTE

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Sorgente: Una svolta verde a costo zero per ridisegnare il futuro – Diritti Globali 3.0Diritti Globali 3.0 | il sito di SocietàINformazione Onlus e del Rapporto sui diritti globali

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