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Sesso e dollaroni: la farsa della corsa alla Casa Bianca – la Sinistra quotidiana

Non è il Robert De Niro di “Ti presento i miei” o di “Mi presenti i tuoi” quello del video che gira viralmente su Internet e che mostra l’attore in un atto di denuncia della becera, grossolana attitudine di Donald Trump a mostrare ciò che è il peggio dell’America. “Gli darei io volentieri un pugno in faccia”, conclude il divo del cinema.
La bufera che si è scatenata sul candidato repubblicano alla Casa Bianca riguarda delle affermazioni sulle donne che dimostrano quanto a cuore gli stiano: praticamente, sostiene Trump, un “Vip” ha quasi un diritto divino che lo investe del potere di “provarci” con qualsiasi attrice, con qualsiasi donna.
Lui l’ha fatto, ma gli è andata male. In fondo, sostiene il milardario, “comincio a baciarle, nemmeno aspetto. E’ come un magnete. E quando sei una star, le lo lasciano fare. Puoi fare qualunque cosa. Prenderle per i genitali (qui Trump usa un termine volgare parlando dell’organo sessuale femminile)”.
Insomma, lo scandalo monta nel suo Partito e il vecchio puritanesimo statunitense ha un ritorno di fiamma improvvisa che è propiziatoria per chi ha sognato sin dall’inizio delle primarie che non fosse lui, l’uomo rozzo, volgare e privo di un profilo perbenista tipico di chi deve ricoprire la carica di Presidente degli Stati Uniti d’America, a dover correre contro il candidato democratico.
Donald Trump, dunque, cosa rappresenta? Se nemmeno il suo stesso Partito si riconosce nella ferocia delle sue gaffes, nelle esternazioni razziste, xenofobe fatte di muri e di certificati di identità per verificare dove sia nato e discenda veramente l’attuale inquilino della Casa Bianca, allora occorre comprendere come sia riuscito a superare i candidati “perbene” che sono partiti con lui per diventare i competitor di Hillary Clinton.
Paese complesso l’America stellata: tutto si mescola nella difficile convivenza di valori che sono diversi da stato a stato e che risentono ancora di una storia non troppo lontana nel tempo e che ha diviso Nord e Sud, che oggi ancora divide su temi fondamentali come la convivenza tra diversi ceppi etnici, sulla pena di morte e i diritti civili, sulle unioni omosessuali, sugli speculatori della grande fetta affaristica delle armi…
Paese complesso fatto di rivendicazioni sociali e civili e di profondi evangelismi che ora rischiano di deludere Donald Trump e negargli quel consenso che avrebbero rifiutato alla “progressista” Clinton.
Le scuse sono sempre atto tardivo, perché la stampa e i mezzi di comunicazione di massa, se vogliono farti a pezzettini, riescono nell’intento proprio sfruttando la temporalità: prima viene l’accusa e poi, sempre e comunque, l’eventuale difesa.
Qui l’accusa è giusta, sacrosanta: Trump è un esemplare veramente poco aderente alla rassicurante immagine della famiglia americana. Quella che espone la bandierina fuori casa, che taglia a raso il giardino e che mette per bene l’auto nel garage accanto.
Trump non è nemmeno degno della simpatica, esaltante volgarità di Homer Simpson. Alla fine, il papà a cartoni animati più trasgressivo e antischematico d’America, ha dei profondi sentimenti ed è molto più anarchico e civile di quello che si possa pensare conoscendolo superficialemente.
Ma è solo questo che spaventa il Partito Repubblicano? Come mai il vertice del grande vecchio partito vuole liberarsi di una potente macchina da guerra come quella del miliardario seduttore di mille e mille donne?
Forse perché gli interessi economici che stanno dietro a Trump non sono gli stessi che si sentirebbero tutelati da un candidato che potrebbe unire forza economica e pace sociale: grande impreditorialità, ceto medio e anche proletariato urbano e suburbano.
Ricchezza e disperazione sono, da sempre, il bacino dove il Partito Repubblicano attinge i consensi più alti per scalare la vetta della Casa Bianca: fare leva sulle paure degli americani e avere le spalle coperte da potenti lobby che garantiscono una rete di potere che decide delle politiche sia economiche che estere.
Ciò vale anche, in larga parte, per il Partito Democratico: le differenze risiedono soltanto nei referenti.
Mentre la polemica sessuale investe Donald Trump, per Hillary Clinton ritorna il tormento della posta elettronica sottrattale da Wikileaks. Sostiene la moglie di Bill: “Sono ben lontana dai sacrifici della classe media per la vita e l’agio in cui sono vissuta, capite, per la fortuna che mio marito e io ci godiamo“. E’ una affermazione scritta durante un convegno di Goldman Sachs del 4 febbraio 2014.
Ad un altro convegno della potente banca americana, Hillary si lancia in affermazioni più circostanziate, sostenendo che le banche non sono responsabili della crisi americana del 2007. Si sente vicina a Wall Strett e – scrive – “ho fatto di tutto perché le banche potessero continuare a prosperare“.
Peccato che nei comizi insieme a Sanders, per catturare l’elettorato socialisteggiante, dica l’esatto opposto…
La corsa è ancora lunga, altri scandali emergeranno nella tenzone più balzana del Pianeta. Forse varrebbe la pena viverla solo come un gioco, come una disfida migliore di quella di Barletta.
La tragedia è che non è una farsa, ma una disarmante – è il caso di dirlo – realtà di un capitalismo così degradante da mostrare tutte le sue imperfezioni dentro la contraddizione massima e insuperabile: l’impossibilità di rendere uguali e felici tutti gli esseri viventi.

MARCO SFERINI

Sorgente: Sesso e dollaroni: la farsa della corsa alla Casa Bianca – la Sinistra quotidiana

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