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Se i giudici si arrendono a Fb

Nel dibattito che investe la tutela «in e da» Internet, purtroppo sviluppatosi in relazione ai video hot fatti circolare attraverso una chat e che nel caso di Tiziana Cantone hanno condotto al suicidio della giovane, si inserisce anche la singolare vicenda di cui diamo conto. Un cittadino decide di candidarsi alle elezioni comunali del 2016 del proprio Comune; in tale occasione sulla pagina Facebook di «tale Postiglione Marco» compaiono frasi offensive nei suoi riguardi o perlomeno che tali appaiono nella sua valutazione.

Nel maggio del 2016, si ritiene con tempestività, presenta querela alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere affinché il responsabile dei fatti sia identificato e perseguito. In data 14 settembre, a circa quattro mesi dalla querela, il pubblico ministero titolare dell’indagine, formula richiesta di archiviazione, così testualmente motivata: « Dall’esito dell’attività di indagine delegata alla polizia postale di Caserta, è emersa l’obiettiva difficoltà di pervenire all’identificazione del responsabile in quanto i gestori di Facebook sono poco collaborativi nel fornire i dati telematici se non attraverso una rogatoria internazionale che comunque deve concludersi entro 12 mesi dalla commissione del fatto poiché i dati telematici sono disponibili solo entro quel termine». Ne consegue per il pm che «sostanzialmente è emersa l’impossibilità di identificare l’autore del reato in contestazione entro il termine sopra indicato».

Il fatto ha un fortissimo valore emblematico, ben oltre la specifica vicenda da cui trae origine (del resto, archiviazioni così formulate sono assai più frequenti di quanto si immagini). La prima sensazione che si ricava è di una diffusa sfiducia nella possibilità di ottenere giustizia in un settore che, lungi dall’essere una «nicchia» della società, oggi è il crocevia fondamentale delle relazioni sociali, politiche ed economiche: internet ed il suo mondo. Se coloro che hanno responsabilità istituzionali – giudici, avvocati, classe dirigente, in senso ampio – non percepiscono che quella della Rete e della sua disciplina è un’emergenza che richiede precedenza di intervento, i rischi ed i costi potenziali sono altissimi. Del resto, viviamo un tempo in cui non rileva soltanto ciò che avviene ma piuttosto ciò che è percepito e diffuso sul piano della comunicazione; e questo vale per tutti: lasciare un reato senza colpevoli è sempre odioso, se si lo si consegna all’«eternità» mediatica è ancor più grave. Forse con un po’ di sforzo gli inquirenti avrebbero potuto pensare, ad esempio, ad individuare l’IP del computer attraverso il quale si è consumato il fatto denunziato per fare un passo avanti. Certo, si sarebbe identificato una macchina e non una persona, ma il progresso investigativo sarebbe stato notevole. Ma capisco anche che in una Procura «affollata» di ben altre indagini o probabilmente «sommersa» da quotidiane querele per casi simili la soluzione dell’archiviazione per mancanza di collaborazione di Facebook è la più agevole.

Sorgente: Se i giudici si arrendono a Fb | Il Mattino

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