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Se ci fosse il fascismo in America, si chiamerebbe democrazia | EuroNomade

euronomade.info – Se ci fosse il fascismo in America, si chiamerebbe democrazia  – di MARCO ASSENNATO E TONI NEGRI

La governance europea non riesce più a ricomporre la sua crisi. Il continente, di conseguenza, si frantuma tra nazionalismi, razzismo, impoverimento crescente.

In prospettiva la guerra – esterna e interna – riemerge come orizzonte di senso da buttare in pasto agli ultimi barbarorum, per placarne la rabbia. Il contraccolpo istituzionale è fortissimo: come ha scritto Marco Bascetta, con la solita precisione, in un quadro politico sempre più instabile resiste solo la leadership di Angela Merkel, interprete di un ordoliberismo che si mantiene all’interno dello stato di diritto e che, profittando di gerarchie interstatali tutte favorevoli alla Germania, difende gli interessi nazionali e la rendita dei risparmiatori tedeschi.

Il resto si divide tra populismi di estrema destra – dall’Austria, all’est europeo e presto in Francia – e governi neoliberisti di minoranza: come quello che Riajoi tenta in Spagna o quello dei conservatori inglesi scivolati nella trappola del Brexit, cui fanno da corollario l’impotente guerra santa di François Hollande e la propaganda fasulla del sempre più fragile Matteo Renzi.

In questo quadro l’insieme di analisi e commenti che, anche su questo sito, si sono accumulati negli ultimi mesi, paiono sempre più confermati dai fatti. La lotta per la democrazia radicale, per i diritti sociali, per un nuovo welfare del comune è ormai necessariamente e con tutta evidenza una lotta contro il nazionalismo europeo e i suoi Stati. Chi ormai può pretendere di non vedere?

Non si tratta di attardarsi in inutili quanto stolte dicotomie del tipo: possiamo cambiare le istituzioni europee dall’interno o occorre precipitarne la crisi? Queste domande le lasciamo a chi non riesce a vedere alcuna dimensione politica oltre il decorso delle burocrazie tecnocratiche.

Le sinistre scioviniste si accorgeranno presto che non esiste alcuna contraddizione tra populismi di destra e politiche di austerità e come questa sia una morsa nella quale esse stesse saranno eventualmente strozzate. Piuttosto ci pare urgente ragionare su come costruire dentro la crisi europea contropoteri democratici ed efficaci. Questo abbiamo sempre inteso quando abbiamo introdotto la proposta di verticalizzare politicamente le lotte.

Il generoso sforzo di DiEM per declinare un nuovo programma democratico europeo, l’esperienza municipalista delle città ribelli e l’ipotesi di costruire uno sciopero sociale diffuso ci sembrano tutti modi per diffondere esigenze analoghe alla nostra. Temi sui quali ci prepariamo a discutere nel nostro seminario di ottobre.

Evidentemente, se il quadro europeo si ridefinisce nell’incrocio tra autoritarismo, nazionalismi e austerità, solo una lotta costituente per la democrazia transnazionale può rovesciare la crisi su chi ne porta la responsabilità.

Tuttavia, tra discorso ed esperienza persiste ancora uno scarto notevole. Non pretendiamo certo di risolvere la questione, ma sentiamo forte l’urgenza di cominciare a discutere il problema. Siamo persuasi che tale scarto possa colmarsi solo sul secondo lato: la teoria, come sempre, può fare dei balzi in avanti solo attraverso la pratica.

Per orientarsi guardiamo dunque all’ultimo, fondamentale, ciclo di lotte francesi. La Nuit Debout, il movimento degli intermittenti e precari dello spettacolo, le lotte studentesche e operaie hanno disegnato, potenzialmente, un arcipelago di dispositivi conflittuali duraturo e potente.

Per mesi, l’avvitamento reazionario del discorso pubblico francese è stato bruscamente interrotto: al punto da spingere il governo ad annunciare il ritiro dello “stato d’emergenza”. Davvero, come ha scritto Rancière, il passaggio dal lutto alla lotta, è parso praticabile. Eppure la convergenza delle lotte è rimasta allo stato embrionale: conflitto operaio,

Place de la République e il crescente stato di sofferenza delle banlieues non hanno trovato uno spazio di unificazione maturo. Questa divisione rappresenta la malattia contro la quale dobbiamo combattere. Impraticabile è risultata, inoltre, l’ipotesi di riaprire, sul livello sindacale, uno spazio di contrattazione nazionale suscettibile di produrre un qualche avanzamento dei diritti sociali.

Anzi: se un significato ha avuto la condotta del governo socialista è stato esattamente quello di dimostrare che, obiettivamente, quello spazio è definitivamente distrutto. Da questo punto di vista, l’esempio francese contiene un dato generalizzabile: si tratta di chiedersi, da subito, come si costruiscono e si collegano tra loro le lotte, in un quadro che non prevede più il riconoscimento istituzionale-nazionale dei soggetti produttivi.

In chiaro: come si costruisce democrazia in un quadro in cui è saltato il compromesso keynesiano (e i suoi dispositivi nazionali) a tal punto che rievocarlo, inevitabilmente, precipita il discorso nella palude ambigua del cosiddetto populismo, avvelenato dai miasmi di un’indecente guerra tra poveri e alimentato da razzismo e xenofobia.

Non a caso, una volta approvata la riforma del Codice del Lavoro, al riparo dai dissensi presenti all’Assemblée Nationale e quindi chiusa la parentesi del movimento, il dibattito francese è precipitato all’indietro: la crisi viene sovradeterminata dalla guerra al terrorismo in una suicida rincorsa al profilo più autoritario possibile come soluzione delle tensioni che attraversano il paese. In prospettiva, ad arginare lo straripamento fascista del Front National e la scomparsa dei socialisti, pare inevitabile il ritorno al governo di una destra incattivita e iperliberista.

Resterà Republique ma i suoi contenuti saranno difficilmente riconoscibili: come diceva Brecht, se ci fosse il fascismo in America, si chiamerebbe democrazia.

In fondo su questa soglia si è fermato il movimento francese. Ciò significa, a nostro avviso, essenzialmente due cose. Primo: non si tratta più semplicemente di mettere insieme segmenti sociali e politici esistenti ma innanzitutto di ricominciare dallo spazio politico necessario alla soggettivazione. Il meccanismo antico dello sciopero va riqualificato dentro alla produzione.

Per farlo è necessario riconoscere il lavoro per come esso si da, qui ed ora in Europa: composto da singolarità transnazionali, cognitive, metropolitane e sempre più equipaggiate da quote di capitale fisso riappropriato. In una battuta, si direbbe: se il capitale riesce ad organizzare l’uberizzazione del lavoro, perché non potrebbero darsi esperimenti altrettanto forti sul lato del nuovo proletariato?

Il nesso tra soggettivazione e tecnologia va insomma declinato politicamente. Non conosciamo altro modo di definire una lotta proletaria se non dentro a tale rapporto.

Accanto a questo urge una seconda qualificazione delle coalizioni sociali, che dovrebbero funzionare immediatamente come spazio mutualistico e solidale. Lottare e insieme produrre diritto, fare sciopero e produrre istituzioni politiche. Il capitalismo, in fondo, si batte solo con un modello produttivo diverso e alternativo. Alcune recenti esperienze all’interno della municipalità ribelle di Barcellona ci sembrano indicare uno spazio potenziale d’azione.

Si pensi in particolare al tentativo di organizzare la redistribuzione degli utili ricavati dall’implementazione del solare, su infrastrutture di welfare comune. Così la lotta si colloca all’interno delle connessioni produttive della metropoli: il mutualismo, allora, non deve più essere concepito come sistema di assistenza, ma riconosciuto come organizzazione produttiva.

Massa Critica, così come i compagni di Barcellona ci insegnano a muoversi su questo terreno.

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Ranking e lotta di classe

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