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Marcello, poche ore di vita e lasciato morire in una sala di pronto soccorso – Corriere.it

L’uomo, malato terminale, è morto dopo 56 ore di attesa al San Camillo di Roma. Non è stato rimandato a casa perché la procedura andava avviata 15 giorni prima

di Gian Antonio Stella

Lo sapevano. Lo sapevano, al San Camillo, che Marcello Cairoli aveva poche ore di vita. L’avevano addirittura scritto nel referto, che non c’era più niente da fare. E hanno scelto, a freddo, di lasciarlo morire lì. Nel carnaio del Pronto soccorso. Tra pianti, vomiti, insulti, risate, urla, singhiozzi… Senza ciò che più urgeva: il silenzio.

La scoperta, che aggiunge vergogna a vergogna nella storia che raccontavamo ieri partendo da una lettera di denuncia scritta dal figlio Patrizio alla ministra della sanità Beatrice Lorenzin, arriva dalla rilettura della cartella clinica del pensionato. Ricoverato tra i «codici bianchi» e «codici verdi» del San Camillo alle cinque di mattina del 22 settembre scorso.

All’una e un quarto, stando al referto, il percorso degli eventi era già segnato: «Parlato con i familiari del paziente che sono consapevoli delle gravi condizioni cliniche». Alle undici di sera, nuovo referto: «Condizioni gravissime. Idratazione elastomero in corso. Colloquio con i familiari presenti al letto del paz. informati in merito alle gravissime condizioni del Paz. esplicitando che in caso di ulteriore peggioramento clinico non verranno poste in essere manovre rianimatorie avanzate che non modificherebbero la prognosi quoad vitam et valetudinem. Comprendono e condividono». Traduzione: papà è spacciato. Questione di ore.

In un paese normale del mondo occidentale, dopo aver scritto parole del genere, un medico dispone il ricovero dell’ammalato in una stanza dignitosa dove il morente possa incamminarsi verso la fine dignitosa. Nulla di più. Oppure a casa dove, con l’assistenza di un infermiere che somministri la dote giusta di morfina per alleviare i dolori lancinanti, quell’uomo possa vivere le ultime ore della sua esistenza tra cose, persone, fotografie, piccoli ricordi di vita quotidiana che gli diano pace. Dopo tutto, come scrisse il giornalista Stewart Alsop, «un uomo morente ha bisogno di morire come un uomo assonnato ha bisogno di dormire. E arriva un momento in cui è sbagliato, oltre che inutile, resistere».

Ed è lì che zoppica la risposta data dal direttore del San Camillo Luca Casertano a «Italia sotto inchiesta» di Emanuela Falcetti su Radio1. E’ vero che «viviamo in una società che rifugge l’idea della morte», è vero che non possiamo pretendere che ogni male possa esser vinto, è vero che dopo decenni di sprechi (nel 2008 un posto letto al San Camillo costava 327.521 euro l’anno contro 166.228 degli ospedali lombardi: vale a dire 900 euro al giorno e cioè quanto una suite al mitico Plaza di New York) il nosocomio romano si trascina i problemi lasciati da un passato indecente. Ma basta, come spiegazione?

E sarà vero senz’altro che non c’era una sola stanza a disposizione di chi chiedeva solo di morire in modo decente perché «il pronto soccorso è lì per salvare le vite e non per accompagnare gli incurabili alla morte». Ma l’affermazione che il poveretto non potesse essere mandato a casa con un infermiere che lo assistesse perché «questa procedura andava avviata con una quindicina di giorni di anticipo» è difficile da digerire. Non possono essere i pazienti, i mariti, le mogli, i figli, a farsi carico di queste scelte. Ma, non essendo tra i compiti del buon Dio quello di avvertire «mi presenterò il giorno tal dei tali», devono essere i medici che hanno in cura «quella» singola persona a segnalare ai parenti l’urgenza di avvertire le strutture e tenersi pronti.

E qui, come ha scritto il figlio di Marcello Cairoli nel suo «j’accuse» alla Lorenzin, la sanità pubblica romana sapeva che la situazione stava precipitando in fretta: «Sono passati circa tre mesi dal giorno in cui mio padre ha scoperto di avere un cancro a quello della sua morte; metà del tempo lo ha trascorso ad aspettare l’inizio della radioterapia, l’altro ad attendere miglioramenti che non sono mai arrivati. Nonostante la malattia, ci avevano prospettato anni di vita da trascorrere in modo dignitoso». Possibile? «È andata proprio così», racconta Patrizio Cairoli, «La diagnosi la fecero quasi subito: era un cancro alla prostata sfociato in una metastasi ossea. Detto questo tranquillizzarono papà dicendo che, con pazienza e costanza, grazie alla radioterapia e ai bifosfonati… Dopo esserci un po’ informati, manifestammo le nostre perplessità su come fossero trattamenti pesanti… Papà peggiorava… Ci dissero che no, facendo le cose giuste poteva vivere ancora degli anni. “Diversi anni”, precisarono».

La terapia palliativa, come ha scritto Patrizio nella lettera, «di palliativo non aveva che il nome: mio padre aveva sempre più dolori alle ossa; alla fine, non riusciva più a camminare e anche le azioni più semplici, come alzarsi dal letto o scendere dalla macchina, erano diventate un calvario, nella totale indifferenza di medici che, oltre ad alzare le spalle e a dire di avere pazienza per ottenere i benefici della terapia, non sapevano dire o fare altro, se non aumentare la dose di tachipirina. Ci avevano detto di attendere qualche giorno per vedere i benefici; poi, di fronte ai dolori sempre più forti avvertiti da mio padre, era diventato necessario aspettare “anche 3-4-5 mesi”. Nessuno ci ha aiutati a comprendere, nessuno ci ha detto quello che avremmo dovuto fare: rivolgerci a una struttura per malati terminali e garantire, con la terapia del dolore, una morte dignitosa a mio padre».

Era necessario segnalare con qualche giorno di anticipo il doloroso declino di Marcello Cairoli, come sostengono al San Camillo? Ecco la risposta del figlio: «A mano a mano che la situazione si aggravava papà diceva a chi lo curava: “Sto troppo male”. E loro: “Ci vuole pazienza”. “Sto troppo male”. “Ci vuole pazienza”. “Sto troppo male”. “Ci vuole pazienza”. Ho portato di persona l’ultimo rapporto dei tecnici allo studio della oncologa che seguiva papà nove giorni prima che lo ricoverassimo d’urgenza. Un giorno, a funerali fatti, la signora telefona: “Ho visto il rapporto su Cairoli Marcello…”. “Non serve più, grazie: è morto”». Senza segnalare, col dovuto anticipo, l’opportunità di avviare la procedura…

Sorgente: Marcello, poche ore di vita e lasciato morire in una sala di pronto soccorso – Corriere.it

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