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Libia: a 5 anni dalla morte di Gheddafi – L’Indro

ndr – Per la Francia in Libia provo solo vergogna… – m@cwalt

lindro.it – Libia: a 5 anni dalla morte di Gheddafi. 20 ottobre 2011 uccisione di Gheddafi: ancora tante verità da scoprire sulla sua fine.

Era il 20 ottobre 2011 quando Mu’ammar Gheddafi venne catturato, dopo aver cercato di fuggire da Sirte, dove si era asserragliato dopo la caduta di Tripoli.

Venne ucciso quasi subito, con un colpo di pistola alla testa e dopo molte sevizie.

Dopo 5 anni fare il punto della situazione implica, da una parte, guardare la Libia di oggi, e, dall’altra tornare ai fatti di quel 20 ottobre 2011.

La Libia dei primi 4 anni del dopo Gheddafi la sintetizzammo esattamente un anno fa, ben prima l’ingresso in scena del Governo di unità nazionale libico sostenuto dall’Onu e guidato da Fayez al-Sarraj, e mentre  l’Italia si preparava a entrare in guerra in una coalizione che avrebbe dovuto vederla protagonista – ci sarebbe entrata molto dopo e non da protagonista.

Ora con un Governo sostenuto dalla comunità internazionale che tutti i giorni appare sempre un po’ più fragile, una moltitudine di eserciti di svariati Paesi sul terreno a difendere ognuno una fetta di potere, le divisioni politiche e tribali che si moltiplicano, in un Paese che fino a quel 2011 era tra i più avanzati dell’Africa, e oggi è diventato roccaforte dei gruppi jihadisti e paradiso per i trafficanti di esseri umani che solcano il Mediterraneo, i libici ci esprimono la loro esasperazione disorientata, interpellando la comunità internazionale sulle sue responsabilità, di allora e di oggi.

«Ho sempre sognato la possibilità di una rivoluzione, pensavamo tutto il tempo come farla ma Gheddafi era molto forte e il Paese era molto stanco così siamo rimasti sorpresi quando qualcuno lo ha fatto davvero», ha raccontato l’ex deputato Naser Seklani a ‘Bbc’. «Siamo stati felici di liberarci di Gheddafi.

Ma cinque anni dopo cominciamo a chiederci chi realmente abbia portato avanti la rivoluzione e sentiamo che non si sia trattato di una vera rivoluzione libica ma sia stata il frutto di una decisione internazionale. E questo ci crea una frustrazione tremenda».

Ex ufficiale dell’esercito ghedafista e uno dei primi ad aderire alla rivolta, Seklani è uno delle migliaia di libici benestanti e colti che potrebbero aiutare a ricostruire il Paese, devastato dalla guerra civile e dalle battaglie contro lo Stato islamico, ma che invece lo hanno abbandonato per trasferirsi a Tunisi. Imprigionato dal dittatore tra il 1980 e il 1988, quest’uomo di 62 anni credeva che la rivolta potesse aprire un nuovo cammino per la Libia così aveva raccolto un gruppo di amici e parenti e aveva messo la sua fortuna al servizio di un nuovo partito, con cui è riuscito a essere eletto deputato nelle prime elezioni libere.

«Quello che stanno facendo ora le Nazioni Unite prova questa teoria. Perché nelle riunioni che si tengono in questi giorni si sta cercando di imporre persone che vengono da fuori e che i libici respingono perché arrivano per lavorare a favore degli Stati Uniti, dell’Europa, del Qatar e non del popolo».

Cinque anni dopo che le forze internazionali sotto il mandato dell’Onu hanno aiutato i ribelli a deporre Gheddafi, la Libia è uno Stato fallito, preda del caos e della guerra civile, in cui decine di miliziani lottano per ottenere il potere e il controllo delle risorse naturali.

Se la base di ogni Stato dovrebbe essere il monopolio della forza da parte di un governo, la nazione (o ‘espressione geografica‘?) nordafricana vede invece diversi centri di potere combattere una sanguinosa guerra civile per il potere.

La zona nord-orientale del Paese, al confine con l’Egitto, è sostanzialmente controllata dai deputati rifugiati a Tobruk in seguito al colpo di stato nell’agosto 2014, sfociato dopo la contestazione delle elezioni che hanno sancito la maggioranza filo-islamista al potere.

Il ‘Governo di Tobruk’ è guidato dal generale Khalifa Haftar, vecchio nemico del dittatore libico, laico e sostenuto dalla CIA (gode inoltre del pieno sostegno delle Nazioni Unite, degli Stati Uniti e della Ue, mancando però dell’appoggio del popolo e delle legittimità necessaria per guidare il Paese).

Tobruk ha il vantaggio di controllare il grosso del petrolio libico e di avere il sostegno di alcune potenze.

L’esercito fedele al generale non intende smettere di combattere fino al raggiungimento della Capitale perduta. Haftar controlla anche le zone meridionali del Paese, il deserto sud-orientale, l’area di Kufra e Zintan ed è in lotta con le truppe dello Stato Islamico.

Il governo di Tripoli – o meglio, quel che ne è rimasto dopo la dipartita dei fedelissimi di Haftar – è invece un’alleanza di forze filo-islamiste della coalizione di Alba libica, composta dalle milizie di Misurata, quelle dei berberi Amazigh e dai Tuareg.

L’esercito è ben armato e, a livello internazionale, è sostenuto dai Fratelli Musulmani. Da Tripoli, questa coalizione riesce a controllare l’area nord-occidentale del Paese.

Il terzo grande giocatore nello scacchiere libico è l’ISIS, guidato dal famigerato Califfo Abu Bakr al-Baghdadi che è riuscito a emergere e controllare alcune città della Libia, a partire dal 2015. I principali e verificati centri Jihadisti in Libia sono Sirte e Derna.

Anche all’interno della galassia estremista, l’ISIS ha dovuto combattere per ritagliarsi un suo spazio, specialmente contro il Consiglio della Shura, sostenuto da al-Quaeda e capace di sfruttare i terminal petroliferi a Sidra e Ras Lanouf.

Oltre al petrolio, il traffico degli esseri umani che alimenta le migrazioni verso l’Europa è un ulteriore e macabro settore in cui lo Stato Islamico è impegnato per il sostentamento finanziario.

Non si può inoltre ignorare il sottobosco di tribù e etnie che, con la fine del regime di Gheddafi (in grado di unificare il paese sotto un culto della personalità che si ispirava alle idee panarabiste e del socialismo laico), è stato riportato alla luce.

La presenza di centinaia di fazioni complica ulteriormente qualsiasi tentativo di pacificare il Paese, specialmente con interventi ‘dall’alto’ foraggiati dagli organismi internazionali.

Diverse comunità hanno in ogni caso preso parte alla lotta principale, quella tra i due governi a Tripoli e Tobruk. Le tribù di Maghariba e Tibù combattono per Haftar, mentre i Tuareg sono per lo più alleati al governo di Tripoli, controllando la fetta centro-meridionale del Paese.

Questa è la Libia ad oggi.

Sorgente: Libia: a 5 anni dalla morte di Gheddafi – L’Indro

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