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La frontiera dei call center: «Niente orari, molti insulti e il contratto scade ogni mese»  – corriere.it

corriere.it – Domenico Guido, 54 anni: ci pensano tutti studenti, ma molti di noi hanno figli e mutuo.

Domenico Guido, 54 anni, maturità classica, sposato, un figlio adolescente e da otto anni voce fra le migliaia di Almaviva, a Catania. Dico bene?
«Sì. Aggiungo che lavoro nel call center in “outbound”, cioè sono io oppure è il sistema a chiamare, non gli utenti che chiamano me».

Quindi è un collezionista di insulti?
«In effetti capita che dall’altra parte del filo arrivino parolacce, la più classica è il vaffa. Il peggio però tocca alle colleghe. Può immaginare quali improperi sessisti sentano…».

Parliamo dei servizi da piazzare. Quali sono nel suo caso
«Variano. In questo periodo sto lavorando per un gestore di telefonia, area business: chiamo titolari di partita Iva per proporre nuove soluzioni rispetto al contratto in corso. Prima accedo alle informazioni che passa il committente: prodotti attivi, quando scadono etc. Se le liste del committente sono profilate guadagno di più, sennò è un disastro».

Profilate?
«Vuol dire che quel che propongo è accettabile e idoneo rispetto alla persona che sto chiamando. Se i committenti ci mandano liste farlocche io faccio fatica a vendere quindi porto a casa meno soldi a fine mese».

Ecco: lo stipendio. Ci spiega come viene calcolato?
«Premetto che noi dell’outbound siamo i soli nei call center con contratto co.co.co. Che nella pratica significa questo: non sappiamo mai quanto guadagneremo ogni mese, né quante ore lavoreremo al giorno né se ce l’avremo, un contratto, al mese successivo. Io da otto anni firmo l’assunzione mese per mese».

Avrà fatto un calcolo sulla cifra media…
«Diciamo che, grosso modo, per sei ore di lavoro al giorno porto a casa fra 600 e 700 euro. Ma c’è anche il mese buono da 1000-1200»

Da cosa dipende l’oscillazione?
«Le spiego. Nei nostri accordi c’è un fisso minimo garantito di 5,60 euro all’ora anche se non vendiamo nemmeno un servizio o non facciamo nemmeno un’intervista. Poniamo che io lavori 100 ore senza vendere niente: guadagno lo stesso 560 euro. Ma su ogni servizio o intervista andata a buon fine viene stabilito un gettone. Perciò se vendo ho in più anche l’introito del gettone. Molto dipende dalle liste che mandano i clienti».

In che senso?
«Nel senso che dicevo prima: se sono profilate è chiaro che ho più chance di vendere e quindi di guadagnare e veder rinnovato il contratto. Se poi il committente manda poche liste vorrà dire che quel mese lavorerò magari solo quattro ore al giorno. Insomma: è un’incertezza continua. E io sono un privilegiato…».

Beh, «privilegiato» sembra una parola grossa nel suo caso.
«A me il taglio pietistico non è mai piaciuto. Io non voglio fare il lamentoso anche se non c’è da stare tanto allegri, è vero. Ma vedo situazioni di colleghi che mi fanno sentire fortunato».

Per esempio?
«Per esempio donne incinte che barano sulla data del parto per poter lavorare il più possibile perché magari sono separate, sole e con figli da mantenere. Vedo colleghi che vengono a lavorare malati oppure con le stampelle e i lividi dopo un incidente stradale pur di portare a casa qualche euro».

A proposito: e se un lavoratore si ammala?
«Non guadagna. O meglio: è coperto dalla gestione separata dell’Inps ma poiché all’Inps versiamo poco è chiaro che la copertura è irrisoria. Fortuna che nelle situazioni di difficoltà più gravi possiamo contare l’uno sull’altro fra noi».

In quale modo?
«C’è solidarietà totale fra colleghi, dell’out o dell’inbound non importa. Se uno ha la macchina rotta c’è la ricerca spasmodica di qualcuno che abbia un parente meccanico per lo sconto. Se c’è un bambino da prendere a scuola per un’emergenza ci va il primo libero, se si cerca una casa in affito si trova sempre qualcuno che la offre a prezzo stracciato. Insomma: siamo un po’ come naufraghi sulla stessa barca quindi remiamo assieme».

Cosa spera per suo figlio riguardo al lavoro?
«Spero che prenda il volo e vada a lavorare via dall’Italia, mi sforzo di dirgli questo».

Grado di stress dopo otto ore di lavoro al call center.
«A me fanno lo stesso effetto di un pugile suonato».

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Sorgente: Corriere della Sera

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