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Imparare a perdere tempo

“Ci vuole il tempo che ci vuole” è un quaderno di Comune (24 articoli, 21 autori) per difendersi dal mantra “produci e consuma, e nel modo più veloce possibile”. Se diffuso nelle scuole, può provocare effetti collaterali.

Articolo di Comune

Il capitalismo si è imposto come sistema produttivo imponendo sulla vita un unico tempo: quello del lavoro. La diffusione degli orologi ha sancito questa distruzione della crono-diversità: il tempo del pasto diventa la pausa-pranzo di un’ora, il tempo di una pisciata in fabbrica viene quantificato, il tempo libero è dalle-alle

(Wu Ming2)

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Che il nostro presente sia l’epoca della fretta, ovvero dell’esperienza del tempo che manca, è noto. Viviamo un’accelerazione in ogni ambito della vita quotidiana, nella comunicazione come nei processi di apprendimento. In Consigli per diventare ricchi, uno dei padri fondatori degli Stati Uniti, Benjamin Franklin, era stato chiaro: “Il tempo è denaro”. Purtroppo continuiamo in molti modi a dare ragione a Franklin, l’uomo il cui volto è stato impresso sulla banconota da cento dollari: siamo al tempo stesso le vittime e coloro che nutrono quel dominio.

Tuttavia possiamo perdere tempo, rallentare, ascoltare, passeggiare, cogliere sfumature, difenderci da quel dominio e gettare sabbia negli ingranaggi, per dirla con Serge Latouche, della megamacchina. L’obiettivo del quaderno Ci vuole il tempo che ci vuole. Imparare a perdere tempo (qui scaricabile nella versione pdf, chiediamo il contributo di 1,5 euro), che raccoglie articoli pubblicati su Comune, è offrire una cassetta degli attrezzi a insegnanti, educatori, genitori, a chi vuole ragionare sull’opportunità di perdere tempo e vuole imparare a farlo insieme a bambini e ragazzi. C’è bisogno di riconoscere la nostra frenesia e ciò che questa ci fa perdere e ci occulta.

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L’immagine della copertina di Ci vuole il tempo che ci vuole è di Simona Sinatra, Web & Graphic Designer. Simona vive a Palermo e ha aderito alla campagna Facciamo Comune insieme.

Nella prima parte, Gridare, con Alain Goussot, Paolo Mottana, Filippo Trasatti, Rosaria Gasparro, Serge Latouche, Silvia Funaro, Roberto Latella e Franco Lorenzoni indaghiamo i modi con cui viene sottratto tempo alla vita, ma anche perché e quando abbiamo cominciato ad andare troppo in fretta.

Nella seconda, Pensare, esploriamo in profondità cosa accade ai più piccoli (Luciana Bertinato, il suo bellissimo articolo ha ispirato il titolo del quaderno), come città e scuole sono sempre meno a misura di bambine e bambini (Gianluca Carmosino), come cancelliamo il tempo biologico e quello storico (Lea Melandri). E mettiamo al centro il bisogno di saper ascoltare come Momo nella fiaba di Michel Ende (Ivano Calaon), il bisogno di ricomporre relazioni nell’era del web (Alain Goussot), il bisogno di rallentare (Emilia De Rienzo) e quello di rifiutare categorie rigide (Giusi D’Urso).

Infine, in Fare, raccontiamo di maestre e maestri che hanno smesso di correre (Franco Lorenzoni, Rosaria Gasparro, Luciana Bertinato, Giampiero Monaca, Lina Prinzivalli, Rosetta Cavallo, Sabina Bello, Anna Foggia Gallucci), di percorsi e giochi sulla lentezza (Sandra Dema), di come le banche del tempo tentano di ribaltare la dittatura del tempo-denaro (Flavia Giampetruzzi).

Una cosa è certa: perfino la lettura di questo quaderno e le conversazioni che possono accompagnarla sono momenti sottratti alla frenesia della produzione e del consumo. E allora buona lettura.

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Sorgente: Imparare a perdere tempo – Comune-info

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